
In questo numero segnaliamo l’articolo dedicato alla figura di Andrea Caffi, socialista libertario
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E’ uscito il numero 145 di “Una città” di cui riportiamo, di seguito, il sommario. E’ possibile farsi un’idea della rivista (mensile di interviste e foto, di 24 pagine in grande formato, senza pubblicità) andando al sito http://www.unacitta.it o richiedendo copia saggio a mailing@unacitta.org.
L’EQUAZIONE SBAGLIATA è quella tra antisemitismo e critiche a Israele, che vanno invece assunte e discusse per quello che sono; il “riciclaggio ideologico” degli argomenti e dei miti antisemiti, costantemente rievocati e ricontestualizzati; l’importanza di un approccio laico a una questione, quella mediorientale, su cui si proiettano gli aspetti più virtuosi e più perversi dell’Occidente; il problema, grave, dell’islamofobia; l’intervista, a Simon Levis Sullam, è in seconda e terza.
http://www.unacitta.it/paginepoliticaecc/Sullam.html
ADDIO, MICHELE: in terza, ricordiamo Michele Pulici, socio della cooperativa Una Città e ideatore degli Incontri del Mediterraneo di Riccione, che ci ha lasciato improvvisamente.
NELLO SPECCHIO DEGLI ALTRI è l’intervista a Nilufer Gole, sociologa di origine turca, che si interroga sul destino di un’Europa sempre più definita, anche geograficamente, dal rapporto con l’islam; la miopia di chi ha voluto leggere il problema del velo solo come mancanza di libertà e non anche come possibilità di un suo diverso uso; uno spazio pubblico condiviso che si sta formando anche attraverso incidenti di percorso, come quello delle vignette; in quarta e quinta.
ALMENO UN BAGNO TURCO…: dalla sesta all’ottava, Maritè Calloni e Maria Viarengo ripercorrono la storia dell’Alma Mater, un centro nato a Torino all’inizio degli anni ’90, grazie al coraggio, ma anche all’intraprendenza, di alcune donne italiane e migranti che volevano un luogo in cui fare delle cose assieme; l’apertura del primo bagno turco in Italia, i corsi per mediatrici e badanti, l’invenzione dello spazio bimbi, la sfida di inserire giovani donne migranti in posti di lavoro “visibili”, a contatto col pubblico.
http://www.unacitta.it/paginebuonepratiche/Almamater.html
QUATTRO AMICI APPENA LAUREATI… è la storia di lavoro di un gruppo di amici che hanno messo su una cooperativa che promuove l’uso di energie rinnovabili, e che dopo aver sperimentato le proprie idee in un centro sociale ora si propongono a scuole e istituzioni; l’intervista, in nona, è a Andrea Marcucci.
In ODORI, RUMORI, BAMBINI, VALORI, Paola Meardi ci racconta la storia di centottanta famiglie, di venti nazionalità diverse, che sono andate ad abitare in un quartiere difficile; l’idea di partire dalle storie di vita e quella di costruire assieme un vero “patto di convivenza” al posto del regolamento condominiale; in decima e undicesima.
Il “luogo”, nelle centrali, è Dongguan, Cina, sette milioni di abitanti, capitale della produzione dei semiconduttori, delle calzature e della meccanica, dove sono impiegati perlopiù giovani donne ed ex contadini.
QUEL NONNO DESAPARECIDO: Emilio Silva e Carlos Fonseca ci parlano di un imponente movimento per il recupero della memoria, sorto in Spagna non solo per identificare i corpi riesumati dalle fosse della dittatura franchista, ma soprattutto per offrire un riconoscimento alle persone che costruirono la prima democrazia in quel paese; una transizione, quella alla socialdemocrazia, piena di tabù e tutt’altro che gloriosa; il ruolo, straordinario, delle donne, e la storia, commovente, delle “tredici rose”; dalla quattordicesima alla sedicesima.
In IL SEMPLICE, IL RISAPUTO, Giancarlo Gaeta ripercorre la vicenda della formazione dei Vangeli, in cui, all’indomani dell’uccisione, impossibile, di Gesù, si dovette reinterpretare tutto; dalla diciassettesima alla diciannovesima.
http://www.unacitta.it/paginepoliticaecc/Gaeta.html
In QUELLA SUA LIBERTA’, Goffredo Fofi ricorda Andrea Caffi, intellettuale irregolare e cosmopolita, vissuto tra due rivoluzioni e due guerre mondiali… ; in ventesima; in ventunesima un reprint di Andrea Caffi su STATO e SOCIETA’, assieme a una lettera di Fulvio Papi.
Negli APPUNTI DEL MESE, in ventiduesima e ventitreesima, si parla di sindacato e nuove Br, dei costi della sicurezza, della misteriosa scomparsa delle api, forse causata dallo stress di essere portate da una costa all’altra degli Stati Uniti, della dottoressa Gao Yaojie, tra le prime a denunciare l’epidemia di Aids in Cina, di nuovo agli arresti domiciliari, della cipolla rossa, il cui prezzo in India può far cadere i governi, dei comitati di selezione in Israele e della discriminazione che subiscono i veterani dell’Iraq, eccetera eccetera…; sempre in ventitreesima, la “LETTERA DALLA CINA” di Ilaria Maria Sala.
CI HANNO DETTO “CIRCOLATE”: Vera Vigevano Jarach ci parla del dramma dei desaparecidos e della tenacia delle “nonne” di Plaza de Mayo.
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Nel sito è consultabile gratuitamente (previa iscrizione) anche l’intero archivio di interviste di “Una Città” (1400 circa). http://www.unacitta.it/intervaccess.asp
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Ricordiamo che Andrea Caffi, Renzo Giua e Nicola Chiaromonte hanno rappresentato nei primi anni ’30 l’ala critica di Giustizia e Libertà, attestata su posizioni socialiste libertarie. E’ in seguito ad una serie di incomprensioni sul ruolo che intendevano svolgere in GL e di contrasti con la politica di Rosselli, che decisero di uscire dal movimento.
Nota biografica su Andrea Caffi
[Fonte: Una città]
Nato a Pietroburgo nel 1886, cospiratore nella Russia zarista, studente universitario a Berlino, fuoriuscito sovversivo in Italia e in Francia, dalla sua partecipazione alla rivoluzione russa del 1905 alla lotta contro il fascismo negli anni tra le due guerre, alla Resistenza europea, Caffi e’ stato fino alla sua morte, avvenuta a Parigi nel 1955, partecipe di tutti gli eventi del secolo. In un tempo in cui l’ideologia, la retorica e la violenza avevano dominato il pensiero e l’azione politica, gli scritti e la vita di Caffi forniscono, con rara forza e coerenza, l’esempio di un radicale rifiuto delle degenerazioni cui e’ andato incontro il movimento
socialista nella duplice versione del leninismo e del riformismo socialdemocratico.
Critico del totalitarismo comunista non meno che della socialdemocrazia, Caffi denuncio’ le corresponsabilita’ dello stalinismo e della sinistra occidentale nel declino degli ideali socialisti. Il rifiuto del bolscevismo e del totalitarismo, la critica radicale all’idea dello Stato-nazione, e una concezione per molti versi originale del socialismo libertario, hanno caratterizzato l’impegno culturale e politico di Caffi. Il suo federalismo, tuttavia, si coniugava con il riconoscimento delle identita’ nazionali e con il senso del radicamento, una condizione – come diceva Simone Weil – che risponde alla necessita’ di riconoscersi in un passato, nel bisogno di una identita’ collettiva.
Critico degli elementi autodistruttivi del capitalismo e della cosiddetta economia di mercato, era attento – e i suoi scritti lo testimoniano -agli effetti devastanti della “meccanizzazione” del mondo contemporaneo, ai processi di desacralizzazione della societa’ provocati dalla “modernizzazione”, dalla cultura di massa e dalla mercificazione del prodotto culturale. La pubblicita’ e i mezzi di comunicazione di massa hanno inoltre contribuito – ripeteva Caffi – a modificare la nostra percezione, a corrompere qualita’ e critica, a falsificare la realta’. La sua fu una critica radicale e ribelle della cosiddetta modernita’ che lo avvicina a
Hannah Arendt e a Walter Benjamin, e che si espresse in una tenace resistenza alla dilagante rozzezza, al nichilismo e alle forze disgregatrici che minacciano l’umanita’ moderna. Era un intellettuale scomodo, impermeabile a sistemi e ideologie, un inquieto demistificatore del progresso e delle contraddizioni del mondo contemporaneo.
Aveva un fortissimo senso della storia e attraverso la memoria riusciva a dare colore e immediatezza al presente, ma la sua opera, ricca di straordinarie intuizioni, di spunti di analisi, di interpretazioni originali, rimase frammentaria. Fu in un certo senso un testimone dell’impossibilita’, per l’uomo del nostro tempo, di formulare un pensiero sistematico.
Caffi mette in questione stereotipi e idee fatte, solleva interrogativi imbarazzanti, pone in luce con rigore e al di la’ di ogni facile astrazione o ideologia la complessita’ del reale. Aron ha spiegato nell’Oppio degli intellettuali come aveva gia’ dimostrato Julien Benda nel Tradimento dei chierici che l’intellettuale del nostro tempo mente o si sbaglia il piu’ delle volte volontariamente, giacche’ per la maggioranza degli intellettuali, degli uomini politici, degli stessi ricercatori scientifici ed economici, la parola e la ricerca servono non tanto per esprimere la verita’ ma per imporre il proprio punto di vista o quello degli interessi che egli rappresenta. E per imporlo tutti i mezzi sono buoni, compresa la deformazione dei fatti, la manipolazione dei dati e le campagne di disinformazione. L’esperienza di Caffi conferma in qualche modo che nel mondo contemporaneo e’ possibile restare uomini davvero liberi solo se non ci si “integra”, in altre parole, solo se si e’ di una coerenza eccezionale.
Caffi richiama a una considerazione severa e realistica della funzione e dei limiti della politica. Intuiva che entro le societa’ tecnologiche e nei rapporti internazionali le disuguaglianze e le gerarchie stavano diventando qualcosa di sempre piu’ completo. Avvertiva cioe’ che i fenomeni politici della nostra epoca sono resi piu’ complessi da un mutamento di scala senza precedenti, dall’interdipendenza globale dei fenomeni, dal rovesciamento – come diceva Paul Valery – nell’ordine d’importanza, d’urgenza e di valori dei problemi che la politica vorrebbe affrontare.
I suoi scritti sulla condizione operaia nella fabbrica, sullo sradicamento del proletariato industriale e delle grandi masse urbane mettono in luce che non esiste una sola cultura popolare, ma diverse culture a seconda delle tradizioni ed esperienze di vita associata, delle diverse capacita’ di lavoro (operai specializzati e no), delle diverse religioni e nazioni (o etnie) di provenienza.
Caffi delinea inoltre una concezione della politica che non sia solo comando o esercizio del potere ma al contrario resistenza al comando ed educazione all’autogoverno. Sottolinea al tempo stesso l’irriducibilita’ dello spirito umano alle forze brute del potere e agli automatismi dell’organizzazione del lavoro, e l’importanza del mito nelle aspettative e nei comportamenti degli uomini.
Nell’eta’ dei totalitarismi e del nichilismo, il socialismo avrebbe dovuto trovare il suo terreno d’intesa piu’ congeniale nel rifiuto del darwinismo sociale e nella riduzione della violenza. “Il nome del socialismo” osserva Caffi, “e’ stato trascinato in tante poco edificanti peripezie (nazionalsocialismo, Mosca patria del socialismo, socialismo della Falange spagnola, della Repubblica Sociale Italiana e del regime di Vichy, senza dimenticare Noske, De Man, ecc.) che si puo’ dire ‘mitridatizzato’ contro
ogni discredito”. Diceva di sentirsi – nonostante tutte le delusioni del secolo – un socialista libertario per spirito di conservazione, intendendo per conservazione la difesa dell’uomo, della cultura e della storia.
Il suo antiprogressismo significa soprattutto rottura con il falso nuovo e rifiuto dei falsi messia. Ma c’era in lui anche qualcosa d’altro: il socialismo inteso come civilta’, la piu’ alta che l’umanita’ avesse espresso, il convincimento che la giustizia non meno della liberta’ fossero esigenze insopprimibili dello spirito umano.
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