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Sinistra Democratica, la protesta di una militante

Letto l’intervento di Veronica Marongiu sul quotidiano on line L’altra voce.net, ho capito che l’affondo critico riservato dal compagno Marat alla Sinistra Democratica nel suo ultimo commento non era solo frutto della sua inguaribile vocazione "sanguinaria". La conservazione delle oligarchie può assumere varie forme, ma in genere si camuffa da "apertura verso il nuovo" e da "appello al cambiamento a partire dal basso". E’ questa la china presa dalla dirigenza della SD? Non c’è molto tempo per cambiare rotta, a meno che non si voglia assistere all’ennesimo fallimento a sinistra.

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Le priorità economiche della sinistra


Riformisti da riformare La sinistra e il Dpef
di Luciano Cafagna, Corriere Economia, 18.06.2007

Le riflessioni che seguono sono dedicate alle preoccupazioni sociali di chi dovrà condividere le responsabilità del prossimo documento sulla situazione economica e finanziaria (il noto Dpef). Quale è la frontiera sociale dei nostri giorni, nei Paesi economicamente evoluti? E? costituita da tre componenti: l?invecchiamento della popolazione, l?immigrazione massiccia e la precarietà diffusa della condizione lavorativa dei giovani. Le grandi riforme sociali – in cui si sintetizzava il welfare state del secolo ventesimo – sono state tutte più o meno impiantate nei Paesi evoluti, e anche in Italia: il sistema della previdenza pensionistica, l?assistenza sanitaria generalizzata, la scuola pubblica. Quando un tempo si parlava di «riforme» e di «riformisti», era a queste cose che si alludeva.

Senso e contenuti

Ci si potrebbe chiedere, allora, che senso abbiano oggi queste parole, e a quali contenuti alludano. Non è raro il caso, infatti, che qualcuno provi fastidio nel sentirsele ripetere. Ciò accade, talvolta, per la confusione ingenerata dal fatto che si parla spesso – anzi, sempre più spesso – di riforme anche per mutamenti prospettati nelle istituzioni, senza immediate implicazioni sociali, o per alludere a modifiche regolamentari e normative intenzionate a lubrificare e migliorare il funzionamento della economia.

In realtà, però, quando si parla di «riforme» e di «riformisti» per evidenziare una contrapposizione politica fra destra e sinistra, o, dentro la sinistra stessa, con atteggiamenti massimalisti, è al riformismo sociale che si finisce con l?alludere. Ma in che modo? Il fatto è che il problema del riformismo odierno non è quello di impiantare grandi riforme (il che, come si è prima detto, è già storicamente avvenuto) ma quello di farle funzionare, ed estenderle, in un nuovo contesto storico, quello caratterizzato da epocali modificazioni delle nostre società: l?invecchiamento, appunto, della popolazione, l?immigrazione di massa, il diffondersi della precarietà nella condizione lavorativa giovanile.

Da questo nuovo contesto deriva una cosa soprattutto: una nuova valenza dei problemi della finanza pubblica, in primo luogo, che divengono essi stessi – anche se appare difficile accettarlo – una premessa indissociabile del riformismo sociale. Per fare degli esempi: non solo la popolazione pensionata diventa complessivamente assai più numerosa a causa della fortunatamente ritardata mortalità media (e si dilata il fabbisogno sanitario), ma, in questo quadro, prende forme numericamente impressionanti e inaccettabili il fenomeno stesso delle pensioni ai limiti di sussistenza.

Inoltre, nel nuovo contesto, assumono speciale rilevanza sociale i problemi della gestione organizzativa ed economica delle grandi macchine del welfare state, l?organizzazione sanitaria e la scuola.

Successione naturale

Ma, soprattutto: nel secolo ventesimo, durante la costruzione del welfare state, questa avveniva nelle forme di una successione naturale, rispettivamente, di crescita economica e di spesa sociale. Nel nuovo contesto – si perdoni la semplificazione – la spesa sociale si trova di fronte a situazioni che impongono l?inversione di quella successione, pena il disfacimento stesso di un edificio che cambia, come colto da un improvviso e fragile gigantismo morfologico, le proprie dimensioni.

E? evidente che nulla accade improvvisamente da un giorno all?altro. Se era ovvio, anche in passato, che la crescita, e i suoi equilibri, dovessero precedere le conquiste sociali, o adattarsi ad esse nel breve periodo, ciò avveniva, anche se attraverso il conflitto, in una successione sostenibile.

Farsi trovare preparati

Ora si tratta, invece, di preoccuparsi «socialmente» (e contemporaneamente) della crescita e degli equilibri finanziari entro i quali riadattare dimensionalmente il welfare state. E non sempre ci si trova preparati, specie nella cultura sindacale, a questo tipo di evidenza.

Il dovere scegliere fra un innalzamento della età pensionabile e il rischio di un?insostenibilità del sistema significa scegliere fra un interesse meno essenziale di «pensionandi» e il crollo stesso dell?edificio previdenziale sulla testa di milioni di pensionati. Né esistono spazi finanziari «terzi» a cui attingere: perché questi sarebbero, in ogni caso, già prenotati – qualora si sia capaci di formarli (sul che, in verità, sarebbero da concentrare gli sforzi) – da più imperiose priorità sociali: il miglioramento delle pensioni minime e la creazione di ammortizzatori sociali per la precarietà giovanile.

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Appuntamenti/ Rosselli e Berneri, un’eredità viva per rifondare la sinistra


A 70 dall’assassinio di Berneri e dei Rosselli, il Circolo “Giustizia e Libertà” di Sassari (aderente alla Federazione nazionale dei Circoli GL) organizza l’incontro-dibattito dal titolo:

“Rosselli e Berneri,
un’eredità viva per rifondare la sinistra”

Programma:

Aldo Borghesi [Circolo GL di Sassari] — “Di aver fatto la notte su quelle due fronti”. Carlo e Nello Rosselli dal “Non mollare” a Bagnoles de l’Orne.

Peppe Manias [Biblioteca Gramsciana Gonnosnò - Nur] — Camillo Berneri fra Gramsci e Rosselli.

Coordina:

Simone Sechi [Vicepresidente ISSRA]

Nel corso dell’incontro:

Salvo Zedda presenterà il nuovo sito del Circolo Giustizia e Libertà

Verranno letti documenti e liriche, a cura di Lella Cucca e degli studenti del Laboratorio teatrale dell’Istituto d’Arte “Filippo Figari” (Cristiana Luzzu, Federico Menego, Monica Pilo, Fabiana Pinna, Marcella Razzu)

Interventi musicali di Graziano Melis.

Appuntamento alla:

Saletta della Libreria Odradek
Sassari, via Torre Tonda 25
venerdì 8 giugno 2007, ore 17

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Contro la sinistra delle oligarchie

Proponiamo un articolo di Revelli pubblicato qualche giorno fa: contiene un’analisi interessante della sinistra attuale.

“Sinistra, l’abisso tra movimenti e rappresentanza politica”
di Marco Revelli
Il Manifesto, 6 marzo ’07

“Il governo Prodi non è più in pericolo, ma sarebbe un grave errore continuare come se nulla fosse accaduto” “Bisogna riconoscere che tra governanti e movimenti c’è ormai un’incomunicabilità di logiche e di contenuti”
L’abbiamo tirato tutti, come negarlo?, un sospiro di sollievo quando al Senato, si è raggiunto il centosessantaduesimo voto. E Prodi si è risollevato. E Berlusconi si è afflosciato. E l’incubo di un passato che non trapassa si è dissolto. Bisognerebbe essere masochisti per non condividere queste emozioni. E tuttavia… E tuttavia succedono cose che fanno riflettere. E che sarebbe ingiusto non dichiarare, per lo meno come questione da discutere.

Succede, per esempio, che si discuta per anni di nonviolenza (senza se e senza ma) e di pace come valore non negoziabile, con tutti che plaudono compiaciuti e si congratulano tra loro per i buoni sentimenti condivisi, e poi alla prima occasione, al primo stormir di governo, eccoli tutti là, allineati e coperti (tranne un paio), a votare i crediti di guerra. A regalare qualche milione di metri quadri del nostro territorio per una base militare che persino il senatore Andreotti dice inutile, e incomprensibile. Ad approvare un riarmo che porta il bilancio della difesa a livelli record, e un investimento in cacciabombardieri nucleari di 13 miliardi di Euro, simboli evidenti della nonviolenza volata nell’alto dei cieli… Succede anche che si disquisisca a lungo e abbondantemente di “democrazia partecipativa”, inchinandosi al nuovo termine feticcio del giorno, quello che può far dimenticare le pratiche lobbistiche e i conflitti d’interesse, le “opus dei” e le massonerie, i “poteri forti” e quelli “occulti” dietro il mito della gente che prende la parola in pubblico e partecipa. Che si ripeta “mai più senza la gente”, quando serve il lavacro legittimante delle primarie per ovviare alla debolezza del leader, salvo poi decidere, quando il gioco si fa duro e i duri incominciano a giocare, che l’ascolto di quelle aspettative e di quei valori, un pò ingenui e impolitici, è roba da anime belle. Che la politica è ben altro, roba da esperti navigati. Da gente che sa sporcarsi le mani. E che i patti che contano non sono quelli stipulati con i propri elettori e i propri territori, ma quelli che legano tra loro, con ben altro vincolo, i membri della coalizione governante. I signori della decisione efficace.

Succede infine che si rifletta per decenni, per lo meno dal ’68 in poi – chi, in questa sinistra, non ha almeno un santino sessantottino? – sulle brutture dell’autoritarismo burocratico, degli apparati disciplinari di partito, sullo squallore dei processi interni, delle purghe e delle epurazioni per misurare il grado di “purezza” dei militanti (in cui, si diceva un tempo, ognuno troverà sempre un pur, plus pur, qui t’épure). Per poi, al primo tintinnar di speroni nelle aule parlamentari, far scattare il meccanismo inquisitorio dei Cc e delle Ccc (Commissioni centrali di controllo). Riproponendo, senza alcun senso storico dell’ironia, gli stessi epuratori che in un’altra era geologica epurarono altri eretici; impiegando gli stessi termini, e gli stessi argomenti, che meno di dieci anni fa, in occasione di un altro inciampo di Prodi, furono impiegati da altri contro di loro, mentre fuori dalle sedi istituzionali, dove il linguaggio resta relativamente sorvegliato, possono scatenarsi le mute di caccia, e ognuno – militanti provati e passanti per caso, professionisti della politica e nani e ballerine -, può scagliare la propria piccola pietra sui reprobi di turno per rigenerare la “comunità dei santi”.

So benissimo che ci sono lunghe liste di buone ragioni, per affermare l’inevitabilità di tutto ciò. So che i partiti sono divinità esigenti, che pretendono di affermare il primato della propria dimensione collettiva sugli individui che ne fanno parte anche a costo di “sacrifici umani”, in misura tanto più rigida quanto maggiore è la convinzione (non importa se fondata o meno) del proprio ruolo storico, e della propria funzione conflittuale. E che spesso, gli epurati potrebbero benissimo, in diverse circostanze, mutarsi in epuratori, condividendo in realtà la stessa idea del gruppo e dell’organizzazione di partito. So anche che qui la posta era alta: la minaccia del ritorno del “governo dei peggiori”. La caduta di tante speranze e la vanificazione di tanti sforzi di chi ci aveva creduto. Ma resta il fatto che lo spettacolo è stato deprimente, dal punto di vista estetico – dello “stile”, diciamo così – prima che politico. Che non si può, ragionevolmente, continuare a praticare platealmente la logica dei due pesi e due misure: santificare la “libertà di coscienza” quando riguarda un avversario che viola la disciplina del proprio campo e sanzionarla come diserzione quando si manifesta nel proprio. E, soprattutto, che non ci sono molte ragioni per essere compiaciuti. Certo, sul piano della cronaca le cose sono finite bene. Berlusconi è rimasto nel suo angolo. Il pericolo immediato di una vendetta e di una rivincita della destra è scampato. Prodi ha guadagnato un pò di tempo.

La prospettiva delle “larghe intese”, che piace tanto ai piani alti dell’Unione, deve a sua volta ripiegare le ali. Ma sarebbe, io credo, un grave errore mettere tra parentesi queste settimane, come se nulla fosse successo. E le cose stessero più o meno come prima. Perché le cose non stanno affatto come prima. In quel mese o poco più, culminato col doppio voto in Senato, sull’asse che va da Vicenza a Roma passando per Bucarest, qualcosa si è rotto nel profondo del rapporto politico – nel nesso che si stabilisce tra società e politica -: qualcosa che investe alle radici la strategia della sinistra, in particolare della “sinistra radicale”. Di quella componente del centro sinistra, cioè, che aveva affidato buona parte del proprio ruolo alla possibilità di “fare rappresentanza” di ciò che muove “in basso”. Individuando la fonte della propria legittimazione nella necessità di trasferire le istanze, i valori, i bisogni espressi nel territorio e nel sociale al livello delle istituzioni politiche, nel cerchio magico in cui l’aspettativa sociale può trovare quell’efficacia che solo la politica può darle (per usare le categorie di recente esposte da Fausto Bertinotti).

Le dinamiche che hanno preceduto la crisi (l’editto di Bucarest, con la macchina dell’inquietudine e della paura, montata a oltranza da ministri, media, prefetti e questori, a disegnare lo scenario di Vicenza, proiettandoci dentro anche le ombre lunghe dell’inchiesta sulle nuove Br); e poi soprattutto il modo con cui la crisi è stata prodotta e gestita (con la drammatizzazione da parte di D’Alema del voto sulla propria relazione, il comportamento accorto dei senatori a vita, le defezioni sulla destra oscurate dal clamore su quelle a sinistra); fino a giungere alla conclusione attuale, ci dicono che il quadro politico è tanto impermeabile alle istanze che salgono dal basso, da rinunciare ai propri stessi equilibri, addirittura da “farsi saltare in aria”, con tecnica kamikaze, pur di non lasciarsene attraversare. Che l’indisponibilità all’ascolto (quello vero, non la finzione tattica per meglio imporre le proprie decisioni) è tale che neppure un’eco, di quelle voci, può entrare nel palazzo.

I 12 punti che hanno siglato la pace istituzionale dentro la coalizione sono 12 chiodi ben lunghi piantati sul coperchio della cassa delle buone intenzioni di chi sperava di far filtrare in alto almeno brandelli di voci dei territori, che si tratti della Tav o delle ville palladiane, della domanda di pace o dei Cpt. Cos’è stata, d’altra parte, questa crisi se non una gigantesca macchina simbolica e mediatica puntata contro tutte le istanze “particolari” che non nascono e non si esauriscono dentro il quadro di governo, unica forma del “generale” che questo ceto politico è disposto a riconoscere? E in conclusione, la conferma della deriva oligarchica che sta divorando la nostra democrazia (la democrazia occidentale, sia chiaro, non solo quella italiana).

Della forma che la governance assume nell’epoca della globalizzazione, in cui i rapporti “verticali” di rappresentanza tra governati e governanti devono, necessariamente, cedere alla forza cogente dei rapporti “orizzontali” di coalizione e di consociazione che vincolano tra loro i governanti dentro reti ampie, che travalicano i territori nazionali, li by-passano, sciolgono le responsabilità di mandato (con i propri cittadini) nelle più ampie solidarietà di ruolo (con i propri “pari grado”). In questo quadro in cui il principio di rappresentanza è minato alla radice dalla crisi della “società di mezzo” (le grandi aggregazioni sociali del passato, il ruolo delle organizzazioni di massa e delle rappresentanze coese degli interessi) e finisce in buona misura per lasciarsi sostituire dalla pratica della rappresentazione (dello spettacolo politico-mediatico), la strategia di chi intendeva, per così dire, “servire il popolo” traducendone le istanze nell’arena istituzionale rischia non solo di dissolversi, ma di rovesciarsi nel proprio contrario. Non più risorsa per chi sta fuori e in basso, ma tendenziale fattore di minaccia. Non più mezzo per farsi valere, ma responsabilità cui sacrificarsi.

Se le istanze di chi crede nella pace come valore e non solo come tecnica di governo, nel rifiuto dell’uso della forza, nel rispetto del proprio territorio, nel valore della lentezza contrapposto alla velocità dominante, nell’importanza di un’economia della sobrietà contrapposta al mito dello sviluppo, sono così destabilizzanti che il solo nominarle nelle sedi governative suona come sabotaggio della stabilità politica, l’esistenza di propri rappresentanti (diretti o indiretti) nell’esecutivo diviene un fardello troppo pesante. Una responsabilità eccessiva, che finisce per attirare sulla testa di chi “in basso” pratica quei valori tutto il potenziale di aggressività e di competitività che caratterizza lo spazio politico centrale, favorendo quell’illusione ottica per cui, dopo la caduta di Prodi, chi lotta in valle Susa contro la Tav o a Vicenza contro la base, o a Venezia contro il Mose, finiva per vedersi attribuire l’intero peso della sconfitta dell’unico governo di centro-sinistra possibile, e del ritorno di Berlusconi…

Forse è venuto il momento di riconoscere che tra la logica “orizzontale” delle oligarchie governanti, e la logica altrettanto “orizzontale” dei cosiddetti movimenti (in realtà di quella galassia che condivide valori radicalmente antitetici al racconto sociale prevalente), esiste ormai un’incomunicabilità forte. Di logiche, oltre che di contenuti. Che i valori dei secondi sono, ormai, così universalmente radicali (si misurano con lo spazio-mondo e con le sue estreme contraddizioni) e proiettati nel futuro da non permettere se non momentanee e tattiche linee di tangenza con ciò che costituisce per gli altri l’unico universo politico concepibile, ferocemente vincolato al qui ed ora. Che quell’estremo brandello di cordone ombelicale sopravvissuto alla fine del Novecento che è la pratica della rappresentanza, non funziona più nel nuovo scenario globale. E che tutto, ma proprio tutto – a partire dalla possibilità di sopravvivenza della stessa “sinistra” – va ripensato in questa luce. Un tema troppo importante, per lasciarlo solo ai politici. O per rinchiuderlo nella questione, pur rilevante, del destino di un governo.

Fonte: mariaricciardig, http://www.liberacittadinanza.it

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La sinistra di Salvemini


Remo Bodei, ?Divisi contro la barbarie?, Il Sole 24 Ore, 4 febbraio 2007
Pubblicati per la prima volta integralmente gli atti del convegno «Per la difersa della cultura» che nel 1935 riunì a Parigi i grandi intellettuali dell?epoca, da Benda a Gide al nostro Salvemini.

Il convegno «Pour la défence de la culture» riunisce a Parigi nel giogno 1935 i maggiori scrittori e pensatori dell?epoca. [...] [I]l congresso è programmato dal Comintern per dare dignità intellettuale alla recente svolta politica che ha condotto Stalin dalla nefasta dottrina del «socialfascismo» (che ha favorito l?ascesa al potere di Hitler) a quella del «fronte popolare», all?alleanza, cioè, fra proletariato e borghesia progressista. Lo scopo da raggiungere è la mobilitazione degli intellettuali contro la «barbarie», equiparata alla negazione della cultura da parte del nazionalsocialismo e del fascismo. [...]
Alcuni interventi esprimono semplici professioni di fede della linea del Pcus da parte di oscuri funzionari della cultura [...], ma vi sono anche diverse voci critiche che appartengono a opposti schieramenti. Tra esse meritano di essere segnalate quelle di Julien Benda, di Paul Nizan, di Bertold Brecht, di Gaetano Salvemini, di Klaus Mann e di Robert Musil. [...]
Efficace, ma sostanzialmente privo di eco, resta, nella discussione, il discorso di Gaetano Salvemini. Distinguendo opportunamente tra borghesia e fascismo, egli constata l?esistenza di società borghesi «che presentano delle fessure attraverso le quali può farsi strada un soffio di libertà» e di società fasciste che invece la negano totalmente. I marxisti, i seguaci del secondo umanesimo, non si rendono conto del valore della libertà, di cui ci si accorge solo quando manca. Chi, come lui, ha vissuto in uno Stato totalitario, conosce bene ? dice ? la sensazione di soffocamento o di buio che vi si prova, simile a quella dovuta alla mancanza d?aria o di luce. Sotto questo profilo, rivendicando il dovere di essere eretici, Salvemini sostiene che non esistono troppe distinzioni fra gli Stati totalitari: «Non mi sentirei in diritto di protestare contro la Gestapo o l?Ovra fascista se mi sforzassi di dimenticare che esiste una polizia politica sovietica. Vi sono campi di concentramento in Germania, vi sono isole penitenziarie in Italia e c?è la Siberia nella Russia sovietica».
La reazione di Ambrogio Donini, rappresentante ortodosso del Partito comunista d?Italia, è contenuta durante il congresso. Manifesta solo «sorpresa» per questo intervento che divide il fronte antifascista, ma è poi molto dura nell?articolo che compare sulla rivista ufficiale del PcdI, «Lo Stato operaio» (agosto 1935, pagina 589): «Il professor Gaetano Salvemini ha tenuto a ripetere ai congressisti il suo odio notorio verso il comunismo e la sua fiducia reazionaria nelle forze ?sane?, ?buone?, della borghesia. Singolare maniera di contribuire alla chiarezza e all?efficacia della lotta antifascista!» (citato da E. Collotti, «Gaetano Salvemini: una ?nota stonata??». In Aa.Vv., Per la difesa della cultura. Scrittori a Parigi nel 1935, a cura di Sandra Teroni, Roma, Carocci, 2002, [testo interamente dedicato a questo Congresso], pagina 88). [...]

L?articolo di Bodei, di cui abbiamo riportato alcuni passi, è la recensione di: «Pour la défence de la culture. Les textes du Congrès international des écrivains Paris, juin 1935», réunis et présentés par Sandra Teroni et Wolfgang Klein, Éditions Universitaire de Dijion, pagg. 666, Euro 40,00.

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