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Il tradimento della scuola pubblica.

La convergenza del centrosinistra e del centrodestra nella distruzione della scuola italiana 
di Massimo Bontempelli (pubblicato su Koinè, Periodico culturale – Anno X N° 1 – Gennaio 2003: qui offriamo una versione ridotta, il testo completo si può leggere all’indirizzo http://www.petiteplaisance.it/ebooks/1001-1030/1020/el_1020.pdf)

Sono passati otto anni, ma l'attualità del contenuto, complici le politiche filovaticane di Fioroni e il furore distruttivo di Maria Stella Gelmini, resta inalterata…

Vorrei parlare [...] dell’attuale evoluzione della scuola italiana dopo la riforma di Berlinguer [...]. Per capire il senso profondo di tale evoluzione, bisogna cogliere le continuità di fondo dei tre ultimi ministri della pubblica istruzione, Berlinguer, De Mauro e Moratti, che invece appaiono al senso comune portatori di idee diverse. La pubblicistica ha visto addirittura De Mauro, diverso da Berlinguer. Con questo non voglio dire che tutto sia uguale. Ci sono diversità nelle rappresentazioni mentali dei tre personaggi, e diversità di superficie nei loro atti. [...]
Però a mio avviso questi mutamenti rispondono alla medesima logica di fondo: la teleologia, la tendenza delle trasformazioni in atto nella scuola, pur con congegni diversi, rimane la medesima. Si tratta del progressivo smantellamento del sistema nazionale della pubblica istruzione, perseguito perché appare inutile e costoso ad una società organizzata in modo sempre più esclusivo da logiche di mercato. [...]
Nella circolazione mediatica sembra che Berlinguer sia in antitesi alla Moratti perché la accusa di aver affondato la sua riforma. Ciò si inserisce nel contrasto che viene molto enfatizzato tra centro-destra e centro-sinistra, tra Ulivo e Casa delle libertà, per cui si pensa che la riforma Berlinguer e quella Moratti debbano essere oppositive perché vengono da campi politici diversi. Ecco, io sono profondamente convinto che una delle trappole mentali che oggi ci impediscono di vedere la realtà dei problemi sia proprio questa contrapposizione tra centro-destra e centro-sinistra. Anche qui, non voglio dire che i due schieramenti siano uguali. Sono diversi per stile, per matrici culturali, per aspetti estetici. Però l’evoluzione della società italiana, è sostanzialmente la stessa, sia che prevalga il centro-destra, sia che prevalga il centro-sinistra. Certo, Berlusconi compromette maggiormente la funzione giudiziaria dello Stato, e ciò non è cosa da poco. Certo è culturalmente più rozzo, politicamente più oscillante, ideologicamente più populista. Ma sia Berlusconi e il suo centro-destra, sia il centro-sinistra, non riescono ad amministrare il paese se non nella piena sudditanza all’economia del profitto, di cui accettano i costi di degradazione sociale, morale, culturale ed ecologica .[...] È proprio questa sudditanza che li fa convergere nello smantellamento del sistema nazionale della pubblica istruzione. Il senso degli interventi di Berlinguer, di De Mauro e della Moratti è infatti l’aziendalizzazione della scuola. Si tratta di una vera violenza perché la scuola non può essere azienda per sua natura. Tant’è vero che quando si pone la cosiddetta concorrenza tra le scuole, che viene tanto esaltata, basta che uno abbia gli occhi per vedere: non è che la concorrenza gioca sui contenuti migliori. La concorrenza avviene su un terreno deteriore, sul terreno dell’immagine, di ciò che è immediatamente utile. [...] Insomma dal punto di vista economico, se riferita agli oggetti di consumo, la concorrenza ha un senso, perché il cliente sarà spinto ad acquistare quelli che gli funzionano meglio, ma non lo ha nella scuola, perché il cliente della scuola non è spinto a cercare la cultura profonda, la formazione dell’uomo, che magari i genitori non sanno nemmeno cosa siano. Dire che il cliente sceglie la scuola migliore significa in realtà puntare al ribasso. 
Anche la concorrenza tra insegnanti – spingono in tutti i modi a dividerci, cercano di metterci in contrasto per pochi spiccioli – non è che privilegia il merito. La dimensione educativa è una dimensione, diciamolo, spirituale, per cui bisognerebbe che l’aspetto economico fosse garantito. Nella scuola andrebbe proprio bene quello che si critica, una sicurezza economica per cui non fosse necessario pensare più ai soldi, rincorrendo, come accade oggi, progetti o pseudo progetti con l’unico scopo di dividersi qualche spicciolo. L’ideale sarebbe un insegnante che, proprio perché ha garantita una base economica, possibilmente più decente di quella attuale, si spende anche gratuitamente.
 
Lo smantellamento del sistema nazionale della pubblica istruzione ci riporta indietro a prima della rivoluzione francese, quando l’istruzione delle persone dipendeva dalle famiglie. La scuola pubblica, che si fa carico di trasmettere i saperi essenziali di una nazione da una generazione all’altra, non è nata in Italia, come normalmente si crede, con la legge Casati del 1859, ma è, anche in Italia, figlia della Rivoluzione francese. [...] Il primo sistema scolastico pubblico italiano è stato quello del Regno d’Italia. Non però del Regno d’Italia creato nel 1861, ma di quello di Eugenio de Beauharnais, che nonostante avesse il vicerè francese e fosse vassallo della Francia, aveva un organo rappresentativo italiano, ministri italiani, ed un esercito con il tricolore e con generali italiani, e che fu cancellato dalla Restaurazione del 1815. In questo Regno d’Italia c’è stata la prima riforma scolastica, prima ancora di Casati, che era più di una riforma, perché non si trattava di riformare la scuola, ma di introdurla. È la famosa Legge Paradisi-Moscati, che ha introdotto per la prima volta una scuola elementare, una scuola media e una scuola superiore.
Questa scuola è nata per formare il cittadino, e nella Convenzione Nazionale queste cose erano dette esplicitamente. Con la rivoluzione francese siamo entrati in un’epoca nuova: se l’individuo non deve più essere suddito di poteri feudali, ecclesiastici, di tradizioni schiaccianti, ma deve essere cittadino, partecipare alla vita politica della propria comunità, determinarla, questo non è assolutamente possibile senza un certo grado di informazione e di comprensione della realtà sociale, della sua scienza, della sua storia. La scuola pubblica è nata esplicitamente collegata al diritto di cittadinanza; tant’è vero che nelle relazioni di presentazione di questa legge, che pure sono svolte da personalità di ispirazione conservatrice, si legge che la scuola deve essere pubblica, e non ci deve essere in essa neppure “un grammo” – usano proprio questa espressione – di privato. Tant’è che veniva esclusa l’esistenza stessa di una scuola privata. La scuola è pubblica e nazionale; cioè devono essere stabiliti a livello nazionale programmi ed obiettivi, e questo perché la scuola ha la funzione di rendere possibile la cittadinanza. Questi principi sono stati ripresi mezzo secolo dopo, alla vigilia dell’unità d’Italia. 
Nella relazione di Casati per la legge scolastica del 1859 è detto che l’iniziativa privata deve essere assente nella scuola. E Casati non era certo contro l’iniziativa economica privata. Era un liberale e un liberale perfino più conservatore di Cavour. Ma proprio perché si era favorevoli all’iniziativa privata nella vita economica, proprio perché l’uomo nella società si spende come homo oeconomicus, fu scelto di dare una formazione che economica non fosse. Deve avere, la scuola, una giusta separatezza dalla società. Non separatezza nel senso che non deve occuparsi dei problemi sociali, ma nel senso che non deve essere schiacciata sulla immediatezza sociale. La scuola viene rovinata quando si comincia a dire – e l’esito finale sarà l’abolizione del valore legale del titolo di studio – che non deve fare altro che dare le abilità che servono al sistema economico, all’affermazione sociale. In questa maniera si è di fatto abolita la scuola. La scuola deve invece insegnare ciò che nell’immediatezza sociale non si può apprendere, e che oggi è più fondamentale che mai. [...] 
A che cosa serve la scuola? Ci trovi, nella scuola, la tragedia greca, Sofocle, l’Antigone, quelli non li trovi mai nel normale commercio sociale. La scuola deve collocarsi su un altro piano se deve formare l’uomo, il cittadino e non l’homo oeconomicus: quello ci pensa già la società a formarlo. La scuola tradizionale, che non voglio difendere, in quanto era “avvizzita”, bisognava riformarla in direzione opposta, cioè bisognava rinnovare i suoi contenuti culturali in modo da renderli vivi, significanti. [...] 
La prima cosa sarebbe quella di pensare un asse culturale. Cos’è un asse culturale? È un obiettivo culturale verso cui le diverse discipline che vengono insegnate funzionalmente convergono. Per esempio la riforma Gentile un asse culturale lo aveva. Poi quest’asse culturale lo ha perso, ma perché è stato smantellato dal fascismo stesso. Chiunque si occupa di scuola sa che non è vero che la riforma Gentile è la riforma del fascismo. Ad abbattere la scuola gentiliana in gran parte ci ha pensato il fascismo stesso. Per esempio è abbastanza noto che la conciliazione tra Stato e Chiesa nel ’29 ha portato dei cambiamenti nella scuola che andavano in direzione opposta alla riforma Gentile. La riforma Gentile aveva un asse culturale che era dato dalla filosofia, cioè era la filosofia che doveva selezionare la classe dirigente politica, e guardate questo era un asse culturale per tutte le scuole. Uno può dire “Cosa c’entra alle elementari la filosofia?”. Nella mente di Gentile c’entrava anche alle elementari. Non nel senso che si dovesse insegnare filosofia, ma che alle elementari si metteva al centro la religione che, secondo la teoria di Gentile, era la forma infantile della filosofia. Il problema che dobbiamo porci è: quale potrebbe essere l’asse culturale della scuola attuale? Secondo me, per varie considerazioni che qui non posso svolgere, l’asse culturale della scuola oggi dovrebbe essere la dimensione della storicità. Occorrerebbe cioè reintrodurre la storia là dove è stata svuotata, e quindi insegnare la lingua e la letteratura dal punto di vista storico. La dimensione storica è poi di importanza cruciale per l’insegnamento delle materie scientifiche. Per esempio, quando si insegna la geometria euclidea non si dice chi era Euclide, dove aveva studiato, perché aveva costruito quel sistema deduttivo. Se si riscoprissero tutti i legami fra la geometria euclidea, i progetti dell’accademia platonica, la continuità e la separazione di Euclide rispetto alla filosofia platonica, la sua geometria acquisterebbe un profondo significato culturale ed educativo. Pensate che bello se l’insegnante di storia insegnasse la storia dell’età ellenistica, e l’insegnante di matematica insegnasse la geometria euclidea, e le cose si incastrassero. In mancanza di ciò, l’insegnamento scientifico, che dovrebbe quasi per definizione essere un insegnamento critico, diventa, paradossalmente, come ci spiega Lucio Russo, il più dogmatico. Perché le persone imparano delle leggi scientifiche, dei procedimenti, delle soluzioni di problemi in maniera totalmente dogmatica, tant’è vero che lo studente della scuola secondaria generalmente non sa che la scienza non è mai definitiva, che è un modello, che la fisica newtoniana non è più vera in senso assoluto, perché addirittura le sue disconferme sono state quasi co-originarie alla sua formazione. Ad esempio le leggi di Keplero sulle orbite dei pianeti vengono imparate a scuola completamente svuotate di significato storico. Non si immagina che le ipotesi che hanno guidato quello scienziato nella scoperta dell’orbita di Marte sono ipotesi metafisiche, di tipo neoplatonico e neopitagorico. Io penso che una scuola dovrebbe coordinare le materie, i programmi, gli insegnamenti, insegnare cioè arte, letteratura, scienza, filosofia dal punto di vista di una connessione storica e penso che questo sarebbe molto importante. 
In una scuola seria, degna di questo nome, un insegnante dovrebbe impegnarsi molto nell’argomento che insegna e dovrebbe impegnarsi molto e discutere della relazione, un altro problema che spesso è trascurato. Ci sono, non neghiamolo, insegnanti che sono catastrofici nella relazione con i ragazzi. Per esempio, l’insegnante che per la sua tematica psicologica è permaloso ha sbagliato mestiere. L’insegnante non deve avere reazioni di turbamento ed emotive per comportamenti degli studenti che gli paiano disconfermanti di sé; deve sentire la differenza tra l’adulto e l’adolescente o il preadolescente; deve capire come funziona l’adolescenza. Una buona relazione non significa tollerare tutto, non è il “fate come vi pare”, tutt’altro, nella buona relazione c’è una capacità di fermezza, di stabilire dei limiti, dei paletti, delle limitazioni. Le relazioni con gli studenti e i contenuti culturali sono le due cose più importanti, e sono anche le cose di cui si discute meno nella scuola. [...]
Questo tipo di degrado è stato alimentato, al tempo di Berlinguer, dall’imposizione del cosiddetto didattichese, utile solo alla lobby universitaria dei pedagogisti strettamente legata al centro-sinistra. Non è che io voglia negare l’importanza di riflettere sui metodi dell’insegnamento, però credo che Hegel abbia detto una cosa giustissima quando ha scritto che “il metodo è il movimento stesso del contenuto”. L’errore che imputo alla lobby pedagogista è di separare il metodo dal contenuto, e questo è un grave errore, perché tu non puoi insegnare come si insegna la fisica se non sai la fisica. Tu non puoi insegnare come si insegna la storia se non sai la storia, non puoi fare un metodo astratto dal contenuto. Invece per ragioni inerenti la storia di questa lobby universitaria politica, quello che si è fatto è questo. [...]
E poi sono ispirati da un’ideologia, che secondo me è deleteria, dell’oggettività della valutazione. Cioè bisogna arrivare ad eliminare la soggettività dell’insegnante. Un insegnante corregge un tema e darebbe sei e mezzo. Un altro darebbe sette e mezzo. Questo secondo loro è un gravissimo problema. Bisogna arrivare a un sistema di valutazione oggettivo. Ora questo, per chi ha un po’ di cultura filosofica, è una pura assurdità. Certo bisogna che l’insegnante abbia un equilibrio per cui controlli il suo peso soggettivo. Però è naturale che lo stesso tema venga valutato da uno con un sei e mezzo, e da un altro con un sette e mezzo. Non c’è nulla di scandaloso. Non è questo che rovina la scuola. E entro certi limiti, che non diventino gravi, che non dipendano dall’insegnante cialtrone, è naturale: la variabilità soggettiva va controllata, ma non è eliminabile. Il puntare a un’oggettività finisce per svuotare il contenuto dell’insegnamento.
Se io dico: quando c’è stata la marcia su Roma? Nel ‘20, nel ‘22 nel ‘30 o nel ‘34? Metti una crocetta. È chiaro che lì la risposta diventa oggettiva. Ma diventa oggettiva perché è prosciugata la complessità della materia. La persona impara storia se ragiona con me, se gli chiedo le cause, se si discute, e per valutare tutto questo non esiste una bilancia che pesi in maniera oggettiva. [...] E poi non è una gara di velocità, per cui se uno mi risponde in un minuto invece che in cinque secondi non vedo perché dovrebbe essere svalutato. Questa impostazione, oltre ad essere francamente demenziale, appartiene a chi, evidentemente, non ha mai insegnato in una scuola. Se infatti tu perdi 20 minuti a far le equazioni per dare il voto oggettivo non fai più scuola. Nella scuola distrutta dagli interventi del centro-sinistra e del centro-destra, non si sa più che cosa si insegna e per che cosa lo si insegna.

Una scuola di Sassari si appresta a ricordare un fascista.

Cerimonia a scuola per un fascista, è polemica
L’Anpi scrive al preside dell’Itc di Sassari: «Inaccettabile coinvolgere i ragazzi, bloccate tutto».- Giuseppe Meridda morì in Spagna nel 1938 mentre combatteva accanto ai franchisti

di Daniela Scano, sito internet de La Nuova Sardegna, 3 novembre 2011.

La commemorazione di Giuseppe Meridda, caduto nel 1938 in Spagna mentre combatteva accanto alle armate franchiste, scatena una polemica all'Itc Lamarmora di piazza Marconi. L' Associazione partigiani d'Italia chiede di annullare la celebrazione.

Sono stati Piero Cossu e Caterina Mura, presidente provinciale e della sezione cittadina dell'Anpi, a dare fuoco alle polveri con una lettera al dirigente scolastico Mario Olivieri. Al centro del contendere c'è la cerimonia, programmata per il pomeriggio del 16 novembre nei locali della scuola, durante la quale sarà solennemente ricordato il sottotenente dei bersaglieri Giuseppe Meridda, passato nelle Legioni delle camicie nere fasciste e caduto in combattimento il 25 dicembre del 1938. Meridda venne insignito della medaglia d'oro al valor militare dal regime fascista.

L'Anpi (e alcuni docenti della scuola) chiede di bloccare la cerimonia e si propone «per qualsiasi iniziativa la scuola voglia attare sui temi dell'antifascismo, della Resistenza, della difesa della Costituzione italiana». Se la cerimonia si farà lo stesso, l'Anpi annuncia iniziative di protesta. Prima di arruolarsi Giuseppe Meridda, originario di Ozieri, studiò nella scuola sassarese dove conseguì il diploma. In suo ricordo, da settant'anni, nell'androne dell'istituto c'è una targa.

La cerimonia del 16 è stata organizzata dall'Associazione Bersaglieri, ma Cossu e Mura giudicano «inaccettabile che una scuola pubblica si presti a ospitare la celebrazione di un fascista, se è vero quanto ripor
tato nelle motivazioni per il conferimento della medaglia d'oro». «Non è esagerato – attacca l'Anpi – definire tale operazione apologia di fascismo. Operazione nella quale verrebbero coinvolti docenti e studenti».

Meridda morì gridando «Viva il re, viva il duce». Oltre a ricordargli che dopo la guerra tutte le medaglie conferite ai fascisti caduti nella guerra franchista «sono state per ovvie ragioni depennate», l'associazione partigiana chiede a Olivieri «quale insegnamento può dare ai suoi studenti una figura che ha fatto del'aggressione a un popolo sovrano la sua ragione di vita e di morte?».
«Qualcuno obietterà che i morti sono tutti uguali e tutti hanno diritto alla stessa pietà – ragionano Cossu e Mura -. È vero, ma per noi le ragioni per cui sono morti li rendono diversi».

Non la pensa così Mario Olivieri. Il dirigente scolastico ammette che quando ha accettato la proposta non conosceva la storia di Meridda, solo che fu studente dell'Itc, tuttavia precisa che non ha problemi a ospitare la commemorazione. «Onestamente – obietta il preside – non capisco tutta questa acredine». Per Olivieri non c'è neppure niente di strano nel fatto che gli studenti dell'Istituto tecnico commerciale siano stati invitati a fare temi su Meridda.

«Anche commemorando un morto dalla parte "sbagliata" – taglia corto Olivieri – si può insegnare ai ragazzi che gli ideali vanno rispettati anche se non sono i nostri». La polemica è solo all'inizio.


Concordiamo con i compagni della ANPI. Le associazioni e le forze politiche cittadine devono opporsi alla celebrazione di questa commemorazione scandalosa. Tanto più perché avrà luogo in una scuola. Il Circolo Giustizia e Libertà, che è anche circolo della FIAP, Federazione italiana associazioni partigiane, denuncia questo ennesimo tentativo di porre le milizie fasciste sullo stesso piano di quanti combatterono contro la tirannide, in nome degli ideali di libertà, giustizia sociale e fratellanza fra i popoli.
Afferma il dirigente scolastico dell'istituto che dovrebbe ospitare questa commemorazione: "… si può insegnare ai ragazzi che gli ideali vanno rispettati anche se non sono i nostri…" Lo spirito di Voltaire aleggia in questa frase in apparenza ineccepibile. Peccato che non si tratti di tollerare le corbellerie dell'Abbé Leriche, bensì di portare ad esempio le gesta eroiche del fascista Meridda, combattente in Spagna contro una Repubblica voluta dal popolo, e che il popolo stesso si impegnò a difendere dall’insurrezione di un manipolo di ufficiali felloni.
Al fianco della Repubblica spagnola parteciparono numerosi sardi, alcuni vi lasciarono la vita (Giuseppe Zuddas e Renzo Giua, per esempio), altri vi combatterono con ardimento impugnando il vessillo dei Quattro Mori (pensiamo a Dino Giacobbe). Certo, in gioventù non frequentarono l’Istituto tecnico commerciale La Marmora di Sassari, come fece il fascista Meridda, dunque forse – seguendo il ragionamento del dirigente di questa scuola – non avrebbero titolo ad essere ricordati nei locali dell’istituto, tuttavia i valori per i quali si batterono sono degni, eccome!, di essere trasmessi ai giovani studenti di oggi. Contro il nazionalismo, vollero la pace fra le nazioni. Contro la tirannide, la libertà dal dominio. Contro lo sfruttamento, democrazia ed uguaglianza. Se ci pensa bene, caro Sig. Dirigente, sono i principi posti a fondamento della nostra Costituzione. Che lei ha – si presume lo sappia – il preciso dovere di far conoscere ai suoi allievi.

[Salvo Zedda]

Appuntamenti Italia / Roma, un corso sulla Resistenza degli IMI

ANEI – Associazione Nazionale Ex Internati

Museo storico della Liberazione – Roma


in collaborazione con

Fnism – Federazione Nazionale Insegnanti sezione Roma e Regione Lazio

 

LA RESISTENZA DEGLI INTERNATI MILITARI NEI LAGER NAZISTI

“UNA LOTTA NON ARMATA, MA NON INERME”

(Vittorio Emanuele Giuntella)

 

Corso di formazione per docenti organizzato dall’ANEI (Sezione romana) e dal Museo storico della Liberazione, aperto a studenti universitari, laureandi e dottorandi

                          

 


  

L’ANEI (Associazione Nazionale ex Internati ) è un’associazione storica che dalla sua fondazione e dal suo riconoscimento ufficiale (1 gennaio 1948), si è proposta di conservare documentazione e memoria dell’internamento dei militari italiani nei Lager nazisti durante la seconda guerra mondiale

Una storia che non riguardò singoli oppositori al nazifascismo ma grandissima parte dei militari del regio esercito di allora ( tra seicento e settecentomila persone) che, caduti dopo l’8 settembre 1943 nelle mani dei tedeschi, ebbero la possibilità di tornare in Italia nelle file della Repubblica sociale di Mussolini oppure nelle file dell’esercito tedesco, ma rifiutarono e restarono volontariamente nei Lager della Germania e della Polonia a prezzo di inaudite sofferenze. Ad essi infatti fu negato lo status di prigionieri di guerra, furono denominati da Hitler Internati militari (I.M.I.) e quindi privati di qualsiasi protezione internazionale,  rimanendo esposti agli arbitri e alla furia vendicatrice della Germania nazista che ne approfittò per ricavarne forza lavoro per la sua macchina da guerra. L’internamento di militari italiani va quindi inquadrato nel contesto più generale delle deportazioni attuate dal Reich tedesco, ma con la peculiare caratteristica della volontarietà e della revocabilità, perché ad ogni momento sarebbe potuta cessare, se gli italiani avessero mostrato di voler collaborare con i tedeschi. Una pagina quindi da conoscere che fa onore al nostro paese, che testimonia un’unità morale degli italiani nelle condizioni più tragiche ma che è stata inspiegabilmente e ingiustificatamente marginalizzata. Si è trattato di una “resistenza morale”, senz’armi ma non inerme né senza conseguenze sul piano politico e storico perché negò legittimazione al governo di Salò e impedì un’ancora più sanguinosa spaccatura tra connazionali.

 Ci stupisce che i libri di testo delle scuole italiane, i manuali che per moltissimi futuri cittadini rimangono gli unici strumenti per la conoscenza storica, non diano spazio a tale vicenda a oltre 65 anni dalla fine della guerra e in presenza di una ricca memorialistica sull’argomento e ora anche di una recente storiografia che ha scoperto, si può dire, gli internati militari.

 

Obiettivo: Riportare l’attenzione su queste vicende che interessano la storia dei giovani  perché quella generazione che si trovò nel 1943-45 a prendere decisioni così importanti per il destino del  nostro paese, era la generazione dei ventenni e dei trentenni, cioè quella generazione che era  passata dai banchi di scuola  e dalle università, senza alcuna preparazione, alla spaventosa esperienza della guerra, e pur nella confusione dei valori, pur imbottita dalla propaganda di regime, seppe decidere da che parte stare. Ma se tali vicende non sono conosciute è come se non fossero mai state e non possono influire sull’educazione delle nuove generazioni.

Modalità: proiezioni di documentari d’epoca accompagnati da  lezioni di esperti con la partecipazione di testimoni diretti, militari reduci dai campi, occasione preziosa e forse unica  di incontro con i protagonisti di questa storia.

Periodo: novembre: tre incontri di due ore ciascuno per le lezioni, più una visita guidata anch’essa di due ore al Museo storico della Liberazione.

Prenotazione: entro il  31  ottobre

Sede. Casa della Memoria e della Storia  (sede ANEI: Via San Francesco di Sales 5 – 00165 Roma – telefono/fax 06.68301203 email info@anei.it  e Museo storico della Liberazione (sede Museo storico della Liberazione. via Tasso 145 – 00185 Roma – telefono 06.7003866 – fax 06.70203514 email: info@museoliberazione.it).

 

Diario degli incontri:  


martedì 8 novembre – ore 16.00 presso la Casa della Memoria e della Storia

La resistenza plurale dei militari italiani: dal no alla cessione delle armi alla Resistenza senz’armi nei campi di concentramento. Il caso Cefalonia

dott.ssa Isabella Insolvibile, ricercatrice Istituto campano di storia della Resistenza


martedì 15 novembre – ore 16.00 presso Museo della Liberazione

- Le fonti storiche per la didattica sugli IMI  ed istruzioni per l’intervista al  testimone
prof. Alessandro Ferioli, docente, saggista, ricercatore storico dell’A.N.E.I. e della A.N.R.P.


martedì 29 novembre – ore 16.00 presso la Casa della Memoria e della Storia

 - Finalmente a casa: rimpatrio, accoglienza, integrazione. Gli IMI fra memoria e rimozione

dott.ssa Sabrina Frontera, assegnista di ricerca di Storia contemporanea Università “La Sapienza”  

martedì 6 dicembre  ore 16.00 presso il Museo della Liberazione di Via Tasso

- Lezione su Via Tasso e visita guidata del prof. Antonio Parisella, presidente del Museo, ordinario Storia contemporanea, Università di Parma

 

Coordinatrice degli incontri: prof. ssa Anna Maria Casavola, direttore bollettino “Noi dei Lager”e comitato direttivo del Museo storico della Liberazione

Testimoni: protagonisti diretti (Michele MontaganoAngelo SambucoAbramo Rossi) e figli di internati (Maria TrionfiGiuseppina Mellace, autrici entrambe di libri sui loro padri)

Laicità / Contro la legge regionale piemontese che finanzia le scuole private

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Mentre Gelmini e Tremonti tagliano le risorse essenziali della scuola pubblica, si prepara una legge regionale per finanziare le scuole paritarie private: facciamola conoscere e diciamo un chiaro NO!

 

La situazione della scuola pubblica è drammatica, il personale è stato drasticamente ridotto, i piani dell'offerta formativa non sono stati finanziati, l'eliminazione delle ore di compresenza degli insegnanti impedisce le attività di recupero per gli studenti in difficoltà, la didattica laboratoriale e le stesse fondamentali valenze  di preparazione agli aspetti professionalizzanti delle varie specializzazioni nella scuola secondaria, aumenta il numero di allievi per classe, molti studenti in situazione di handicap sono costretti alla frequenza ad orario ridotto, mancano le risorse per interventi urgenti al fine di superare le barriere architettoniche ed attuare le norme di sicurezza degli edifici scolastici…

 

Di fronte a questa situazione che si fa in Regione?

 

Il 15 giugno è stata presentata al Consiglio regionale del Piemonte la Proposta di legge n. 20 del 15/6/2010 a firma Vignale e altri “Modifiche alla legge regionale n. 28 del 28 dicembre 2007 (Norme sull'istruzione, il diritto allo studio e la libera scelta educativa)”. Si tratta della traduzione concreta dell’impegno preso durante la campagna elettorale da Cota e da tutto il centro destra di modificare in peggio la legge sul “diritto allo studio e la libera scelta educativa” varata dalla precedente maggioranza di centro sinistra.

 

Di cosa si tratta in concreto?

 

a) L’articolo 1 prevede che  i “benefici previsti dall'art. 12 comma 1 lettera a, […] assegni di studio per iscrizione e frequenza” cioè  i soldi pubblici che vanno a coprire le spese per le rette delle scuole private siano d’ora in poi gestite direttamente dalla Regione, in modo da eliminare il controllo che gli enti locali potevano esercitare.  Si tratta di cifre considerevoli se si considera che per l’anno scolastico 2008/2009 le domande ammesse e finanziate sono state 10.463 per un importo complessivo di €. 10.741.884.

 

b) L’art. 2  istituisce un “fondo rotativo per l'edilizia scolastica finalizzato esclusivamente alle scuole paritarie senza fini di lucro non dipendenti di Enti Pubblici”. Questo articolo è particolarmente grave per due motivi: in primo luogo perché viola esplicitamente il dettato dell’art. 33 della Costituzione (Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.), assegnando risorse pubbliche  per l’edilizia scolastica delle scuole private direttamente ai proprietari delle scuole stesse, senza nemmeno la foglia di fico  dei “contributi destinati alle famiglie”; in secondo luogo perché discrimina ulteriormente, sulla scia di quanto purtroppo già fa la legge in vigore, le scuole “paritarie senza fini di lucro dipendenti di Enti Pubblici”come ad esempio le scuole materne comunali. Le scuole dell’infanzia del Comune di Torino perciò non vedranno nemmeno un euro.

c) per rafforzare quanto disposto dall’art. 2, al fine di aggirare le competenze degli enti locali per edilizia scolastica, si affida alla Regione la competenza in materia.

d) cancellando il comma 2 dell’art. 37, che stabilisce la ripartizione dei finanziamenti previsti dalla legge (trentacinque per cento per il sostegno di offerta di istruzione e il diritto di apprendimento e il sessantacinque per cento a favore degli interventi a sostegno delle famiglie, di cui il quaranta per cento per gli allievi delle scuole private), si vuole avere mano libera per spostare, da un capitolo di spesa all’altro, le già insufficienti risorse riservate per gli studenti delle scuole pubbliche alle  scuole private.

In sintesi, siamo di fronte ad uno smaccato intervento, esplicitamente ideologico, per spostare notevoli risorse, nell’ordine di decine di milioni di euro, verso le scuole private per consentir loro di rinnovare le strutture, abbassare le rette di iscrizione e frequenza  per accrescere  l’appetibilità. Il tutto mentre il duo Gelmini-Tremonti, contemporaneamente, priva le scuole pubbliche, le scuole di tutti, con centinaia di migliaia di allievi ( in Piemonte 509.849 nel 2008/2009), non solo di qualsiasi stanziamento per l’edilizia, la manutenzione e la sicurezza, ma persino dei fondi per il funzionamento ordinario.

 

DIFENDIAMO LA SCUOLA PUBBLICA SECONDO COSTITUZIONE!

DICIAMO NO AL PEGGIORAMENTO DELLA LEGGE REGIONALE N. 28 DEL 28.12.2007!

 

 

 


Firmatari

Consulta Torinese per la Laicità delle Istituzioni

Comitato torinese per la laicità della scuola

COOGEN – Coordinamento Genitori Nidi Materne Elementari Medie

Comitato per l’Integrazione Scolastica

Coordinamento RSU no Gelmini

CGD – Coordinamento Genitori Democratici Piemonte

CIDI – Centro Iniziativa Democratica Insegnanti

FNISM – Federazione Nazionale Insegnanti, sezione di Torino “Frida Malan”

CEMEA Piemonte – Centri di esercitazione ai metodi dell’educazione attiva

MCE – Movimento di Cooperazione Educativa

Associazione “31 Ottobre” per una scuola laica e pluralista promossa dagli evangelici italiani

CUB Scuola Università e Ricerca del Piemonte

UIL Scuola

FLC-CGIL

Scuola pubblica ed esternazioni presidenziali: l’opinione dell’Associazione Maestri Cattolici di Asti

Riceviamo tramite la mailing list Deportazione mai più, e volentieri diffondiamo…

L’ASSOCIAZIONE ITALIANA MAESTRI CATTOLICI DI ASTI
 

intende esprimere, con il presente comunicato, la profonda indignazione
 

destata dalle parole del nostro premier espresse a riguardo della scuola statale,  in occasione del Convegno Cristiano-Riformisti tenutosi a Roma il 26 Febbraio c.a.

 

L’ASSOCIAZIONE ITALIANA MAESTRI CATTOLICI da Statuto

  • è una libera associazione di professionisti della scuola di ogni ordine e grado appartenenti sia alla scuola statale che alla scuola privata;
  • è indipendente politicamente e non servente e/o servile a qualsivoglia potere e/o schieramento  politico;
  • si ispira ai principi/ valori cristiani e della Costituzione;
  • opera da 65 anni sul territorio nazionale percorrendo le orme tracciate da uomini illustri che si sono prodigati affinchè la scuola fosse un diritto di tutti: da Carlo Carretto a Maria Badaloni, da Don Milani a Gesualdo Nosengo;
  •  porta con sé l’esperienza di numerosissimi insegnanti che con spirito di servizio, competenza professionale, passione e gratuità hanno saputo essere testimoni nel tempo di grandi ricchezze per i nostri figli;
  • ha contribuito a costruire con il proprio impegno la storia della scuola statale italiana;
  • si è impegnata in prima linea per garantire modelli organizzativi che andassero incontro alle esigenze delle famiglie e modelli pedagogici che assicurassero la crescita dei ragazzi e delle loro menti;
  • ha sostenuto da sempre la libertà di scelta educativa delle famiglie;
  •  ha combattuto, con qualsivoglia governo, contro ogni provvedimento che minacciasse un cammino di inclusione e precludesse possibilità ad ognuno

 

PUR RITENENDO
 

che spesso si commette un errore a rincorrere dichiarazioni populiste “captatio benevolentiae” soprattutto quando esse risultano pronunciate da figure di ormai dubbia credibilità e certa sfacciataggine,
 

TUTTAVIA
 

si conviene che un pronunciamento di dissenso in questo frangente sia una alta forma di responsabilità ed un preciso dovere morale.

 

 

Le dichiarazioni, ormai fin troppo note, del premier, il giorno successivo all’evento, di essere stato frainteso e quelle, a difesa,  del ministro della Pubblica Istruzione Maria Stella Gelmini, secondo la quale non ci sarebbe stato alcun attacco alla scuola statale e ai suoi insegnanti ma solo una lancia spezzata in difesa della scelta educativa delle famiglie, non convincono quella parte del popolo italiano che fortunatamente ha conservato una propria dignità e libertà di pensiero.

Se l’interesse dell’attuale governo fosse a difesa della libertà di scelta delle famiglie, i provvedimenti dovrebbero garantire alla scuola pubblica i mezzi sufficienti per orari di funzionamento che andassero realmente incontro alle esigenze delle famiglie, prevedendo investimenti in qualità e  facendosi carico delle, seppur spesso taciute, ma ben note, situazioni di ingovernabilità di diverse scuole private.

 

L’ASSOCIAZIONE ITALIANA MAESTRI CATTOLICI DI ASTI RITIENE
 

di far propria l’espressione utilizzata da Barbara Calamandrei “trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere, ecco perché Berlusconi attacca la scuola statale” e si aggiunga: ecco perché le scuole statali vengono impoverite… per renderle incapaci di funzionare e perché non diventino “fabbriche di vita” (Don Fasolio, primo assistente AIMC e docente della scuola privata e statale).

 

SE NON ORA QUANDO………

È lo slogan della mobilitazione che ha visto scendere in piazza a migliaia le donne che hanno voluto, in uno slancio di libertà, rivendicare la propria dignità.

 

E ALLORA PERCHE’

 

“SE NON ORA QUANDO”…… ANCHE PER LA SCUOLA?

Grido che dovrebbe nascere dal cuore della scuola pubblica a manifestare il bene che la scuola, o meglio gli insegnanti, sanno volere ai propri e altrui figli, spendendosi in situazioni spesso insostenibili, con un carico di competenza, di umanità e gratuità assolutamente non riconosciuti. Insegnanti che, contrariamente a quanto dichiarato dal nostro premier, sono impegnati ogni giorno a cercare di

promuovere valori di prossimità, solidarietà, cittadinanza, convivenza, inclusione, riscatto morale, bene comune…”

 

Noi, insegnanti dell’associazione AIMC, a grande maggioranza appartenenti al ruolo della scuola statale, ci sentiamo indignati, offesi, ma ancor più preoccupati e lanciamo un grido a tutti coloro che hanno a cuore il futuro del paese:

“salviamo la scuola, non importa se statale o privata,  che sia garanzia di levatura intellettuale e morale per il paese”.

Facciamo nostra l’esortazione del Cardinal Martini in Conversazioni Notturne a Gerusalemme “I giovani sono più avanti di noi nel senso della giustizia…… consegniamo loro un mondo che non sia rovinato”.


 

Asti, 28 Febbraio 2011                                                           L’AIMC DI ASTI

Contrattisti universitari. Lavorare “a gratis” nella società della conoscenza.

Dal Coordinamento dei Precari della ricerca e della docenza (Università di Sassari) riceviamo questo significativo intervento sugli effetti che i tagli del duo Tremonti-Gelmini stanno causando sui lavoratori della conoscenza.

Contratti a 1 euro: l'università di Sassari ci ricasca.

La questione delle docenze non retribuite nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Sassari per la sua emblematicità è diventata oramai una questione nazionale.
Da anni è in uso la deprecabile prassi di bandire posti per professori a contratto a 1 euro lordo. Soldi che ovviamente non vengono mai corrisposti, ma che servono a far risultare che i docenti non lavorano a titolo gratuito risparmiando così anche sulle spese assicurative: un contratto completamente gratuito infatti obbligherebbe la Facoltà a pagare le spese assicurative, mentre i compensi simbolici consentono di farle ricadere sul contratto assicurativo collettivo dell’ateneo.

Nell’anno accademico 2009/2010 i professori a contratto nella Facoltà di Lettere e Filosofia erano 57 su un totale di 141 docenti, più del 40%. Quest’anno la situazione non è cambiata: si continua a bandire posti a 1 euro nonostante dallo scorso 29 gennaio la  "riforma" Gelmini non lo consenta più. L’ultimo capitolo risale a pochissimi giorni fa: la Facoltà sostiene di aver approvato la delibera nel corso del consiglio di Facoltà del 26 gennaio, ma il bando riporta la data del 3 Febbraio 2011, successiva all’entrata in vigore della Legge Gelmini.

Crediamo che questa incresciosa e umiliante situazione, emblematica dello stato di degrado e vessazione che i ricercatori e docenti precari dell’Università italiana subiscono da anni, debba finire.  Non è più tollerabile che si continui a bandire posti a 1 euro umiliando i docenti e l’Istituzione accademica. La docenza a 1 euro lede i più elementari diritti dell’essere umano, ma soprattutto infanga uno dei commi più nobili della nostra Costituzione, con il quale vogliamo orgogliosamente chiudere la nostra denuncia:

Art. 36

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza

Coordinamento ricercatori e docenti Precari – Università (CPU)
http://
coordinamentoprecariuniversita.wordpress.com/
 
Gruppo Facebook:
http://www.facebook.com/home.
php?sk=group_130272773706605

Un documento della lotta degli studenti

 

 

Riceviamo tramite la mailing list Deportati mai più la lettera con cui gli studenti del Collettivo Autonomo Liceo Tito Livio di Milano hanno motivato nei giorni scorsi la decisione di occupare la scuola (ricordiamo a margine che in Sardegna, a Cagliari, sono tuttora occupati i licei classici Dettori e Siotto e il liceo scientifico Pacinotti).

Il documento si commenta da solo, ma due cose due forse vanno dette:

1. Il movimento degli studenti sta dando in queste settimane una memorabile lezione di serietà, responsabilità e soprattutto capacità di mobilitazione a tutto un paese che stenta a trovare in se stesso le forze e la volontà per opporsi al proprio processo di degenerazione; nella sua battaglia stanno crescendo (come è storicamente avvenuto nei movimenti studenteschi degli ultimi 50 anni) quadri che peseranno positivamente sulle lotte di domani;

2. E' perfettamente comprensibile che tutto questo sia oltremodo sgradito a un governo attivamente impegnato nella riduzione degli spazi di democrazia e di partecipazione nel paese; ed pertanto perfettamente comprensibile che questo governo reagisca con tutti gli strumenti che ha a disposizione, forzando la legalità e giocando anche la carta dell'illegalità: non sta facendo infatti altro se non applicare la lezione che gli è pervenuta dagli anni Settanta dei Cossiga e personaggi similari. Che una frangia del movimento possa anche cadere nella trappola del dare spago al governo col riproporre i vecchi fallimentari scenari di violenza di piazza, è senz'altro negativo e condannabile, ma non è privo di ragioni e soprattutto (con buona pace del grande starnazzamento mediatico) non è affatto l'elemento essenziale della situazione. lo è molto più il fatto che  ben poca sponda stia venendo al movimento dalle anime morte di un'opposizione che pensa davvero di poter uscire dal presente frangente storico attraverso il pallottoliere delle manovre parlamentari o l'ennesima funambolica alchimia delle alleanze; e da un'opposizione che quando è stata governo ha dato il suo bravo contributo alla svendita della scuola (vero, ministro Berlinguer?).
Comprendiamo facilmente perchè alle anime morte di ogni razza e colore i prepotenti segnali di vita, di capacità di analisi e mobilitazione che vengono dalla lucida disperazione degli studenti possano dare fastidio: sono in effetti il loro tocco d'apparato funebre. E presto sia.

Circolo GL Sassari

Nell'immagine una manifestazione di studenti medi a Sassari nel novembre scorso.

 

L’Italia è cultura. Tagliando cultura, muore l’Italia. La Francia investe 8,4 miliardi di euro nella cultura e ne ricava 74, la Germania 8,0 e ne ricava 68,2, l’Italia investe 1,8 miliardi di euro e ne ricava 39,7; e se è pur vero che la cultura non si mangia, immaginate i vantaggi economici che deriverebbero da un investimento maggiore.

“[…] I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.” (art. n. 34 della Costituzione Italiana). In due anni il Consiglio dei Ministri ha ridotto l’ammontare in euro delle borse di studio da 246 milioni a 25,7, ossia il 90% in meno. Nel 2012 si giungerà a 13 milioni di euro destinati a 184.000 studenti, che equivarranno a 70 euro a studente.

I dati ISTAT parlano chiaro: nel triennio 2009-2012 (legge 133/08, art. n. 64, comma 6) sono stati tagliati 7,8 miliardi alla scuola pubblica. Dal 2001 fino ad oggi la scuola privata ha ricevuto finanziamenti pari a 400 milioni di euro grazie al buono scuola ri-denominato “dote per la libertà di scelta”. Non è forse in contrasto con l’art. n. 33 della Costituzione Italiana: “[…] Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato […].”?

 

Purtroppo chi governa vede ma non osserva, sente ma non ascolta, sa ma ignora; confonde il cittadino che tenta di informarsi, adoperando continue modificazioni e rimandi a commi di leggi non allegate. Alcuni esempi: “(…)del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 25 gennaio 2008, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 86 dell’11 aprile 2008, nonché all’articolo n. 2, comma 4, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 87, e all’articolo n. 2, comma 4, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 88 (…).”, “È abrogato il comma 3 dell’articolo 3-ter del decreto-legge 10 novembre 2008, n. 180, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 gennaio 2009, n. 1.”. La legge affinché venga rispettata e condivisa, deve essere comprensibile e trasparente. Tutto ciò ci ricorda il Latinorum di Don Abbondio e dell’Azzeccagarbugli e le modificazioni del ddl Gelmini altro non sono che quelle modifiche che effettuavano i porci orwelliani.

Ma noi che osserviamo, che ascoltiamo, che siamo consapevoli non vogliamo essere ridotti ad automi acritici e apatici, sottomessi ad una politica populista e pressappochista. “Fahrenheit 451” e “1984” ci insegnano che l’uomo colto è un uomo libero. Un uomo.
In uno stato in cui tutto si può comprare, dal singolo voto alla dignità stessa, e in cui vi è una totale mancanza di modelli di riferimento, come potremmo noi non essere sconfortati?
 
L’occupazione avvenuta tra la notte del 14 dicembre e la mattina del 15 deriva da un clima di profonda incertezza e instabilità riguardo al nostro futuro e alla precarietà dell’istruzione pubblica italiana, in special modo universitaria.
L’occupazione è stata ritenuta da noi l’unica forma di protesta possibile per comunicare la nostra indignazione e sfiducia rispetto ad una rappresentanza politica inesistente, ad un’informazione manipolata, ad una mercificazione culturale ed ideologica endemica; la fiducia comprata il 14 ci ha obbligati all’azione. Con l'occupazione abbiamo commesso consapevolmente un'azione illegale perchè è proprio nella sua illegalità che individuiamo la valenza della protesta stessa, perchè è mettendo in gioco la propria condizione di cittadini che emergono le idee davvero forti, per le quali siamo disposti a lottare. Ed è anche per questo che noi crediamo che l'occupazione abbia un senso nel momento in cui gli studenti sono lasciati soli ad affrontare il proprio rischio. Al Tito Livio un’autogestione non serve in quanto è oramai diventata tradizione sterile, non si focalizza sulle motivazioni della protesta stessa ma anzi è avulsa dalle reali problematiche. Nella speranza di risvegliare la scuola da un torpore intellettuale dettato dall’individualismo, attraverso questa forma di protesta mai sperimentata all’interno dell’istituto, per una notte abbiamo sognato.

 
Milano, 17-12-2010

Collettivo autonomo Tito Livio

Cronache dal nuovo Medioevo / Giovinezza a Sanremo, un commento di Manlio Brigaglia

L'obbrobriosa vicenda scaturita dalla proposta di cantare sul palco del prossimo Festival di Sanremo l'inno del Partito Nazionale Fascista, per celebrare (?) i 150 anni dell'Unità d'Italia e per controbilanciare (???) l'esecuzione di Bella ciao, è stata chiusa pochi giorni fa dal Consiglio d'Amministrazione della RAI (che forse non è proprio il Soviet di Pietrogrado…) con una secca dichiarazione circa l'inopportunità di eseguire l'un canto e l'altro.

Oltre alla… salomonica conclusione, ispirata alla tipica cultura gesuitica del far parti uguali fra disuguali, rimane la vergogna collettiva per il fatto che qualcosa del genere possa essere stato anche solo proposto – da chi comunque occupa il posto di direttore artistico di un evento che costituisce uno  dei piatti forti offerti dalla programmazione televisiva di un'azienda pubblica, e sottolineiamo pubblica  - e che per di più se ne sia dovuto sentire discutere per alcuni giorni.

Ci chiediamo in quale altro paese europeo di democrazia consolidata, come pretende di essere l'Italia, potrebbe mai avvenire altrettanto, senza che l'incauto autore di consimili dichiarazioni venga allontanato dal suo posto, come si dice da queste parti, a sonu 'e corru. Ci chiediamo quanto ci vorrà a capire che se cose del genere avvengono ripetutamente ed impunemente, è solo perchè la crisi culturale – a partire da quella delle istituzioni scolastiche e universitarie – costituisce in Italia  un'emergenza prioritaria persino rispetto a quella economica: e lo diciamo da un punto di osservazione in questo senso privilegiato qual è la Sardegna.  Soprattutto, ci piacerebbe sapere quanto tempo ancora ci vorrà perchè a questa crisi si cominci a metter mano, con idee e risorse e non con slogan o generose quanto inefficaci dichiarazioni d'intenti, anche dopo che sarà auspicabilmente cessata la consapevole politica di smobilitazione messa in atto dall'attuale titolare del Miur. 

"La Nuova Sardegna" ha pubblicato sull'argomento, in prima pagina, un commento del professor Manlio Brigaglia, che ci sembra largamente condivisibile e che proponiamo.

Circolo GL- Sassari


Sanremo, cantando senza alcun pudore
"La Nuova Sardegna", 5 novembre 2010
 
Abbiamo corso il rischio di sentire anche «Giovinezza» al festival di Sanremo. Questo paese ha perso ogni senso del pudore.
E non fa meraviglia, allora, che si sia perso il senso della storia. «Giovinezza» può anche essere un bell’inno della goliardia toscana, ma a me e a tanti italiani della mia generazione (quelli che restano) è stato insegnato come l’inno fascista per eccellenza. Allora perché non anche «Sole che sorgi libero e giocondo» (e passi) e «Duce, tu sei la Luce» e «Marceremo dove il duce vuole», che era anche quello un inno della goliardia (fascista)? E per finire «Le donne non ci vogliono più bene», che per essere un inno repubblichino è, semmai, il legittimo contraltare di «Bella ciao»? Poi ci sono le canzoni di guerra, da «La sagra di Giarabub» a «L’inno dei sommergibilisti», che almeno ricordano un momento dolorosamente condiviso della storia patria.  
«Dovranno vedersela con noi», dice Bersani. Sante parole: ma da quanto tempo è che avrebbero dovuto vedersela con noi, e noi con abbiamo fatto nulla mentre loro, gli altri, se ne andavano allegramente a tagli nella scuola e escort nelle ville? E’ un peccato che, con tutti i problemi che il Paese deve affrontare ogni giorno, ci si debba bisticciare anche su un tema – diciamo la verità – futile come questo. Ma è difficile sfuggire alla sensazione che, con la scusa della bipartisaneria, si voglia aggiungere provocazione a provocazione, l’ennesima sfida revisionista a tutto il revisionismo che ci aduggia da qualche anno. Lo stesso Gianni Morandi, evocato dalla tranquilla professione di cantante al mestiere di portavoce dei Signori della Guerra mediatica, ha avuto un sussulto di sorpresa quando il maestro Mazzi gli ha rifilato alla sconfidata l’annuncio che la canzone patriottica avrebbe avuto due versioni, una dei nostri e una dei loro.  
Per fortuna l’evoluzione dei fatti ci ha detto che non se ne farà niente: né cori bipartisan né canti della Resistenza per non fare echeggiare sotto le sacre volte dell’Ariston l’esaltante ricordo di una Primavera di Bellezza che sappiamo tutti come è andata a finire. Anche le canzoni possono essere un ricordo doloroso: in Germania, per esempio, la gente non canta più neanche «Lili Marlen», che pure durante la guerra ogni soldato, di qualunque patria fosse, sentiva come un semplice richiamo della sua casa lontana. E per intanto, sul blog di Natalino Piras, si può leggere anche in sardo: «Unu manzanu mi so ischitatu».
 
Manlio Brigaglia

Appuntamenti Italia / Pescara, giornata mazziniana della scuola

ASSOCIAZIONE MAZZINIANA ITALIANA
Sezione "Federico Galli – Gianni Merciaro" Pescara

 

AMI logo 01

 
In occasione della GIORNATA MAZZINIANA DELLA SCUOLA, indetta per ricordare la fondazione della scuola italiana di Londra ad opera di Giuseppe Mazzini il 10 novembre 1841, L'ASSOCIAZIONE MAZZINIANA ITALIANA  e la Scuola Secondaria "G. Mazzini" organizzano una manifestazione nazionale il 10 novembre 2010 alle ore 10,00 in Via Canada a Pettino AQ presso la Chiesa di San Francesco alla quale ti invitiamo a partecipare.
 
Interventi programmati:
  • Introduzione del Preside Prof. COCOCCETTA
  • Presentazione dell'AMI – Associazione Mazziniana Italiana onlus
  • Esibizione degli allievi:

    • Quartetto di chitarre
    • Marchina de Canaval (musica popolare)
  • Esibizione dell'orchestra composta dagli allievi:

    • Collage di musica dell'800
    • Pierino e il lupo – Favola per voce recitante e orchestra di Sergej Prokofiev
  • Esibizione degli insegnanti:

    • Mauro Giuliani: Concerto n.1 in la maggiore op. 30, primo tempo per chitarra e quartetto d'archi
  • Il Prof. Stefano RAGNI del Dipartimernto di Culture comparate dell'Università per Stranieri di Perugia, accompagnandosi con il piano, parlerà sul tema: "Mazzini, musicista dilettante, amante dell'opera italiana, filosofo della musica ovvero Giuseppe Mazzini e la musica della Giovine Italia"
  • La Prof.ssa Giuliana LIMITI, Presidente della "Mazzini Society" e il Prof. Mario DI NAPOLI, Presidente Nazionale dell'AMI onlus, tratteranno il tema: "Mazzini e l'educazione popolare: Dalla fondazione della scuola di Hatton Garden a Londra alla pubblicazione dei "Doveri dell'Uomo" (1841-1860)"
  • Conclusione dell'orchestra composta dagli allievi
Nei locali della Scuola "G. Mazzini" in Via Pile a L'Aquila durante tutto il mese di novembre sarà esposta LA MOSTRA DI PANNELLI SULLA VITA DI GIUSEPPE MAZZINI realizzata in occasione del secondo centenario dalla con testo e grafica del prof. Benito Lorigiola della Sezione AMI di Padova.

Appuntamenti Sardegna / Cagliari, Lussu a scuola

Lussu_Fois_01Il 18 Dicembre 2009, alle ore 16,00, nell’Aula magna dell’Itis Scano di Cagliari, si terrà l’incontro di presentazione del progetto La storia si fa scuola- Emilio Lussu un protagonista del ‘900:  percorsi di cittadinanza.

Nel progetto, ci si è proposti di affrontare e ricostruire attraverso la pratica laboratoriale aspetti di storia locale e generale a partire dalle fonti documentarie dell’Archivio dell’Itis Scano e dell’Archivio Emilio Lussu dell’Issra di Cagliari.

 Sono stati realizzati alcuni percorsi relativi alla costruzione della democrazia nel ‘900 con particolare riferimento all’Italia e alla Sardegna, al passaggio dal fascismo alla repubblica, alla Costituente e alla Costituzione. Al centro la figura di Emilio Lussu nella storia del ‘900 e il suo contributo alla formazione di una cittadinanza democratica e il tema dei Diritti umani con particolare riferimento a quelli relativi alla Libertà, Uguaglianza e Istruzione. Alcuni studenti  presentaranno  l’esito del lavoro prodotto, un cd rom e una mostra su Emilio Lussu e la Costituzione.