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Michel Contini promuove la lingua sarda unificata


Un sardo emigrato all?estero, eminente studioso di glottologia, dimostra di conoscere e amare la sua lingua molto più della ?intellighentzia? locale.

?Lingua comune, scelta necessaria?
di Michel Contini*, La Nuova Sardegna, 5 giugno 2007

Ho avuto il piacere e l?onore di far pare della Commissione per la Lingua sarda e di contribuire alla nascita della L[ingua] s[arda] u[nificata]. Si sa che il sardo ha una tradizione scritta fin dal Medio Evo e che, in questi ultimi decenni, ha conosciuto una importante produzione letteraria. E? anche vero però che la lingua esiste, ancora oggi, soprattutto nella sua oralità: anche se lo statuto di lingua non ne patisce, ciò la rende più vulnerabile di fronte all?italiano.

Che il sardo manchi di visibilità è una realtà. Un bambino che utilizza la parlata del suo paese constata che il suo uso è limitato sempre più alla comunicazione familiare; che il sardo è assente nella scuola, nell?amministrazione, nei mass media; che non esiste un quotidiano, una radio, una televisione on un film in lingua sarda; che non appare nella segnaletica, nella pubblicità; sa anche che il suo sardo può essere diverso da quello di paesi vicini. Ne concluderà che la sua è una lingua di seconda categoria, inadeguata a esprimere l?esperienza quotidiana. Sono d?accordo che si debbano incoraggiare prima di tutto i sardi a parlare la loro lingua, in tutte le situazioni; ma mi sembra anche urgente, per darle maggior prestigio, di promuoverne la scrittura a partire dalle parlate locali, come lo ha sempre sostenuto Maria Teresa Pinna Catte. Ciò renderebbe più accessibili le opere già pubblicate in cui gli autori utilizzano in genere la varietà che parlano, scelta che va apprezzata, sapendo che la diversità linguistica costituisce un patrimonio culturale da preservare: tengo a precisare che nessuno, nella Commissione, ha mai affermato che la Lsc doveva essere imposta a tutti gli scrittori di lingua sarda.

Bisogna constatare però che, rispetto ad altre lingue di minoranza come il galego o il catalano, per esempio, che conoscono ugualmente numerose varietà (almeno 14 per la seconda) mancava alla lingua sarda una forma scritta comune. Per giungere a una Lsc due soluzioni erano possibili: scegliere una varietà già esistente o privilegiare una varietà «di compromesso ». Fin dagli anni ?80, avevo proposto di utilizzare la parlata di Nuoro per il sardo scritto: fui accusato di voler far parlare tutti i Sardi in nuorese, travisamento della verità che si ritrova oggi a proposito della Lsc.

In un articolo recente pubblicato sulla ?Nuova Sardegna?, Giulio Angioni, membro della Commissione, criticando il sindaco di Mogoro che ha aperto un corso sulla Lsc per i suoi dipendenti, si chiede se questa sia «da usare oralmente e per iscritto?». Il punto interrogativo fa sorgere il dubbio che la Commissione avesse programmato di far parlare tutti i Sardi in questa lingua. Ma non lo ha mai fatto: se questo fosse stato l?obiettivo non ne avrei mai fatto parte. Sempre Angioni scrive: «So di sostenitori di una tale impresa, spacciata per patriottica e sardista, tanto che si vorrebbe che magari anche a Carloforte e a Tempio si insegnasse a scuola e si parlasse e scrivesse negli uffici il logudorese della Limba Sarda Comuna ». Senza nominare nessuno, ma contribuendo alla confusione, l?autore lascia intravedere una possibile volontà della Commissione di imporre la Lsc alle aree delle altre varietà romanze dell?Isola (catalano, tabarchino-peglino, gallurese e sassarese) la cui autonomia linguistica non è più da dimostrare: neppure questa proposta è stata mai fatta.

Vorrei anche dire al mio collega che non sento in me nessuna fibra «patriottica e sardista », che mi esprimo solo da linguista e che la mia azione in favore della Lsc non manifesta nessuna volontà egemonica «di risorgimental-monarchica- fascista memoria», formula che rivela soprattutto motivazioni politiche.

La Lsu della prima Commissione non era una lingua artificiale come sostennero molti: ho dimostrato in un articolo che il suo sistema ortografico corrispondeva, per l?essenziale, alla struttura fonetica della parlata di Noragugume. La Lsc, adottando certe soluzioni ortografiche corrispondenti alla pronuncia di un?area sarda meridionale compresa fra l?Ogliastra e la media e bassa valle del Tirso, e la possibilità di usare al plurale sia i due articoli sos/sas, sia l?articolo unico is del sardo meridionale, corrisponde, in definitiva alle parlate di Neoneli (con sos/sas) e di Samugheo (con is), molto vicine per altro a quelle di Busachi, Ula Tirso, Fordongianus e Allai.

Niente esperanto isolano, come qualche erudito ha voluto affermare, ma varietà effettivamente esistenti.

Fin dall?inizio si sapeva che la Lsc era destinata all?edizione bilingue dei documenti ufficiali della Regione: come immaginare la redazione di ogni testo in ciascuna delle numerose varietà del sardo che le inchieste geolinguistiche del Wagner, del Pellis, le mie personali e quelle di M.G. Cossu, hanno messo in evidenza? Penso però che dovrebbe essere adottata anche dalle Province, per ragioni evidenti. Quella di Oristano, per esempio, comporta regioni di sardo settentrionale (Planargia, parte del Monteferru, ecc.) e meridionale (Campidano di Oristano, Arborea, ecc…) e quella di Nuoro ingloba le parlate meridionali della Barbagia di Belvì. Si aggiungano le notevoli differenze linguistiche interne. La Provincia di Nuoro dovrebbe tener conto delle varietà della stessa Barbagia, di quelle del Marghine, o delle parlate di Posada e Torpè, nell?area est-Logudoro. Stesso problema per l?Ogliastra: che forma scegliere, per esempio, per «olio», fra ogiu, olgiu, oxu e ollu, attestate tutte nelle parlate del suo territorio? Si pensi poi alle Province che dovranno anche pubblicare gli atti nelle altre varietà romanze. Quella di Sassari, in particolare, dovrà utilizzare, oltre al sardo ? anche qui con diverse varietà interne ? il sassarese, il gallurese e il catalano di Alghero.

Si sente già dire, con accenti populisti, che l?adozione della Lsc implica nuovi finanziamenti regionali o che in Sardegna «ci sono altre cose più importanti da fare»: come se la difesa della lingua fosse roba da nulla. A me sembra, invece, che l?azione intrapresa per il recupero del sardo possa aprire nuove prospettive di lavoro e suscitare nuove vocazioni per migliaia di giovani, in tutta l?Isola.

Bisogna sapere quali sono le ambizioni dei Sardi per la loro lingua.
Giulio Angioni insiste sul fatto che in Sardegna esiste una «quasi piena totalità di parlanti italiano e spesso monolingui», come conferma l?inchiesa socio-linguistica promossa dalla stessa Commissione. Dobbiamo capire che considera come inutile ogni tentativo di unificazione del sardo scritto e l?edizione bilingue degli atti pubblici? È un punto di vista: per i suoi difensori l?esistenza di un?Amministrazione, di una scuola, di una stampa, di un cinema, di una televisione, esclusivamente in italiano è sufficiente, e più economica.
Il mio collega avrebbe dovuto difenderlo ? ma non lo ha fatto ? in seno alla Commissione.

Ciò significherebbe accettare per il sardo un ruolo sempre più marginale e la sua ineluttabile regressione: a me sembra, al contrario, che non solo possa sopravvivere ma anche conoscere una nuova dinamica, soprattutto nei piccoli centri o in quelli di media importanza importanza dove la percentuale dei sardofoni resta relativamente alta.

Anche il rapporto con la lingua nazionale può diventare meno conflittuale. Oggi che tutti i Sardi sono italofoni, l?ostilità nei riguardi della lingua locale, considerata sempre come un ostacolo all?apprendimento dell?italiano e alla promozione sociale, non ha più ragione di essere: curiosamente, la generalizzazione dell?italiano facilita il recupero del sardo e lo sviluppo di una società bilingue. La Lsc potrebbe essere anche utilizzata, più tardi, al di fuori dei documenti amministrativi: ma ciò richiederà un lavoro impegnativo, in particolare sulla scelta del lessico di riferimento.

Vorrei anche dire che il ruolo del presidente Renato Soru e la sua volontà di giungere a una soluzione unitaria sono stati determinanti per il buon esito dei dibattiti: lo dico senza alcun partito preso, con la libertà che mi consente il fatto di vivere fuori dall?Isola, di essere cittadino francese, non implicato quindi nella vita politica della Sardegna.

Penso, per concludere, che la Lsc costituisce un passo in avanti importante per la nostra lingua e che esistono oggi condizioni favorevoli per il suo avvenire: siamo però coscienti che non c?è più tempo per esitazioni o rimesse in causa. Ogni anno, nel mondo, scompaiono venti lingue: domani potrebbe anche essere la volta della nostra. Per alcuni, questa eventualità non sembra suscitare un?emozione particolare.

Per quel che mi riguarda so che, come ogni lingua, quella della Sardegna costituisce un immenso patrimonio culturale che merita di essere protetto e salvaguardato e per il quale vale la pena di battersi.

* Professore emerito dell?Università di Grenoble e componente della commissione per la Lingua sarda comune

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Chi ha paura della Limba Sarda Comuna?

Sulla Limba Sarda Comuna, sbaglia l?altra voce e sbaglia l?antropologo Angioni. Per un fatto molto semplice: l?iniziativa della Regione ha risolto un problema concreto, senza rincorrere ideologie né cadere in folclorismi. La pubblica amministrazione sarda, in forza di una legge dello stato, deve accettare documenti espressi in lingua sarda ma deve anche saperli emanare nel medesimo idioma. Senza uno standard linguistico valido erga omnes questo compito è irrealizzabile, a meno che non si metta in conto di assumere una schiera di traduttori per le diverse varianti (e ogni villaggio e paese ne può vantare una). Lo considero un atto di buona amministrazione. In questo caso la giunta Soru si è mossa con la necessaria tempestività, mettendo la parola fine in calce ad una vicenda che si trascinava ormai da molti anni.

La virulenza polemica suscitata dal provvedimento è dunque eccessiva, inspiegabile se si ha presente l?ambito circoscritto nel quale la lingua comune sarà utilizzata, ma spiegabilissima se l?obiettivo da colpire è un altro (il temuto pericolo che il provvedimento regionale affossi i diversi dialetti nei quali si articola la lingua sarda è un argomento per lo meno capzioso).

Il bersaglio vero è lo spettro della lingua nazionale sarda, per tutte le implicazioni politiche che essa determina. Eppure la Catalogna, l?Irlanda, la Finlandia (persino l?Italia ottocentesca) hanno affrontato la questione della lingua nazionale, formulando soluzioni che possono rappresentare un utilissimo termine di confronto anche per noi. Il problema, in effetti, non è tecnico, ma puramente politico. Il popolo sardo può aspirare ad una riunificazione linguistica ? graduale quanto si vuole ma effettiva ? oppure questa strada gli è preclusa? E in questo caso, quali sono le ragioni di un simile impedimento? Queste le ipotesi: i sardi non possono considerarsi un popolo a sé stante; non definiscono un raggruppamento nazionale specifico; sono incapaci di apprendere dalle esperienze altrui e di elaborare in proprio soluzioni originali (per tare ereditarie? per cretinismo congenito?).

È ora di chiarire una volta per tutte che i sardi sono cittadini dello stato italiano, ma appartengono ad una nazionalità differente da quella italiana, di cui la loro lingua è un aspetto essenziale (così importante che Emilio Lussu tentò, senza successo, di inserirne l?insegnamento obbligatorio nello statuto d?autonomia). Lo stato italiano è plurinazionale, né più né meno della Spagna, del Belgio, della Francia, del Regno Unito, del Canada, per limitare l?elenco ad alcuni dei paesi più progrediti del pianeta. In un assetto federale dello stato, la nazione sarda ? la ?Repubblica Sarda? di lussiana memoria ? può benissimo partecipare ad armi pari in tutti gli ambiti della vita politica, economica e culturale, mantenendo una prospettiva profondamente europea.

L?attualità dei padri del federalismo interno ? Cattaneo, Asproni, Ferrari, Tuveri ? ed europeo ? Spinelli, Rossi, Colorni ? è innegabile: ma chi parla più di federazione a sinistra? Appena si introduce questo tema politico, per contrapposizione sono tirati in ballo l?egoismo e il razzismo leghista, la balcanizzazione del paese, la pulizia etnica (o si riscopre magicamente il rigore finanziario di Quintino Sella). La sinistra dimentica la sua storia migliore, mentre in alcune sue componenti continua ad inneggiare al dittatore Castro e, in altre, pone il sottogoverno come suo unico orizzonte ideale.

Per approfondire:

gli articoli di Angioni e Melis sull’altra voce

le pagine che la Regione Sardegna ha dedicato alla limba sarda comuna

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Sciocchezzaio stampa mancato: il 25 aprile e l’Unione (quella sarda…)

25 aprile mattina: uscendo di casa per andare alla manifestazione, compro i giornali locali e guardo come si cucinano la ricorrenza: Nord Sardegna e Nuova, chi più chi meno, danno rilievo alle cose locali e nazionali, sia in cronaca che nelle pagine della cultura.
Apro l’Unione: la pagina della cultura è quasi tutta su Gramsci; sì vabbè ma il 25 aprile non c’entra e non ci esce, al massimo Sa Die de sa Sardigna per la quale quest’anno Mastra Regione ha dato come compitino Parlate del nostro illustre conterraneo Antonio Gramsci. Un altr’anno si sarebbe pure potuto abbozzare, ma questa volta cara Unione non mi freghi, Gramsci è in quota ad altri.
Scorro il giornale; lo riscorro; lo riscorro un’altra volta con più calma; lo passo ad amici che guardino pure loro. Niente, non c’è una riga, una parola, una sillaba. Va bene che è l’edizione della Sardegna settentrionale (e che, per inciso, quest’anno a Nuoro le amministrazioni provinciale e comunale evidentemente hanno visto il bollettino meteo e deciso che su Vintichimbe de avrile lo avrebbero passato ad arrostire carne in campagna, altro che manifestazioni), magari in quella di Cagliari c’è qualcosa sul corteo di via Sonnino; ma insomma anche qui al Nord ci sono manifestazioni a Sassari, Ittiri, Portotorres, Bonorva, Thiesi, Bortigiadas, La Maddalena…. alla peggio la messa di Olbia… Non è che la cosa può passare gai a sa muda.
Invece nulla, manco il resto di niente. Al che Ithoccorre si trova costretto a impugnare la virga sardesca e meditare fendenti: Sciocchezzaio stampa 3: il 25 aprile come lo vorrebbe Berlusconi. Alla salute del quotidiano di viale Regina Elena, che se lo è proprio voluto. Ma…..

Ma la mattina del 26 apro l’Unione, ancora incattivito dal giorno prima e in cerca di ulteriore materiale da fendenti. Non che il giornale si sia nè cosparso il capo di cenere per il silenzio del giorno prima, nè dato molto da fare per recuperare: a parte il pastone su Moratti-Bertinotti-Napolitano c’è un solo articolo uno sul 25 aprile a Cagliari, a firma mar.co. Pagina 39: niente di che, poco più del resoconto della manifestazione al parco delle Rimembranze. Ma quel “poco più” vale proprio proprio la pena di gustarselo sillaba per sillaba, tanto più dalle prudentissime colonne dell’Unione e tanto più dopo il tono indecorosamente “equanime” con cui la medesima situazione era stata rappresentata dalla stampa e dalle tv per tutti gli anni scorsi. Ed ecco qui il “poco più”:

“Duemila persone, si diceva [i partecipanti alla manifestazione]. Non tantissime. Ma, comunque, un numero stratosferico se paragonato ai partecipanti al presidio sulla scalinata di Bonaria, organizzato da “Forza Nuova”: una manifestazione per celebrare i caduti della Rsi [celebrare, non ricordare: niente di più vero e le parole sono pietre, complimenti mar.co.]. Un numero di persone raddoppiato solo dal fatto che, per evitare problemi, erano presenti una ventina tra carabinieri e poliziotti”.

Per questa volta niente virga sardesca, lo sciocchezzaio stampa rimane fermo al numero 2. Attera borta menzus, o s’Uniò.

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Riviste in uscita/ Liberatzione sarda

E’ uscito il n. 2, marzo-aprile 2007, della rivista Liberatzione sarda, che è anche pubblicata on line al seguente indirizzo:
http://www.paolopisu.com/PUBBLICAZIONI/LIBERATZIONE%20SARDA.htm
In occasione del 70° anniversario della morte di Gramsci, LS dedica due fitte pagine all’antifascista sardo. Segnaliamo, inoltre, l’intervento di Paolo Pisu, consigliere regionale PRC, che sollecita l’apertura di un dibattito a sinistra sulla questione sarda.

Riportiamo l’editoriale di Francesco Casula (direttore responsabile) e Matteo Porru (studioso di lingua sarda), che apre questo numero.

Gramsci e sa Sardigna.
Cun sa Sardigna, cun sa genti e cun is logus suus, Antoni Gramsci no iat pèrdiu mai sa relatzioni: ma non sceti ?comenti contant is Lìtteras suas scrittas in presoni- po s?affettu e po sa stima.
Is regordus de sa pitzinnia e de sa primu gioventudi passadas in Ghilarza e in Casteddu candu studiàt in su Liceu ?Dettori?, (1908- 1911) fiant aturaus sempri fissus in sa memoria sua po cantu issu iat bìviu e dd?iant agiudau a si fai òmini de grandu dinnidadi. Ddi iant permìttiu puru de si fai unu caràtteri forti e corriatzu, s?ùnicu mèdiu, po issu, de fai fronti a is difficurtadis de sa vida sua turmentada e de ddas bìnciri: bastat a pensai, primu de totu, a su pesu de sa galera.
Cussus regordus, dì po dì, iant donau a Gramsci is ideas po sighiri a pensai e po iscriri coment?e filòsofu e coment?e polìticu. De custas sufferèntzias, Gramsci iat chistionau meda e non pagu in un?artìculu de su 16 de abrili de su 1919, scrittu in s? Avanti! imprentau in Piemonte.
Cuss?artìculu, intitulau I dolori della sa Sardegna, regordat totu su chi iat nau: ?nell?ultimo congresso sardo tenuto a Roma, un generale sardo: che cioè nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato italiano, nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché ?aggiungeva- è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato per l?Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale?.
E non sunt cosas de nudda. Pròpiu in su Cungressu chi narat Gramsci, Enricu Carboni- Boy, deputau de su Parlamentu, iat demostrau cun un?appòsita relata ca is tassas fattas pagai in Sardigna coment?e prelievo fiscale fiant esageradas non sceti po totu su chi sa Sardigna podiat prodùsiri, ma po su rèdditu effettivu de is abitantis suus. ?Il balzello finiat aici po paralizzare ogni forza produttiva e ogni risparmio?. De fattu, po effettu de cussu regimi fiscali, un?abitanti de sa Sardigna versàt a su Stadu 3,53 francus de impostas e resultàt, duncas, ?gravato come quasi e anche di più sosteneva il Carboni-Boy – di quello di regioni ricchissime? coment?e su Piemonte (3,78 francus), su Lazio (3,56 francus) e sa Toscana (2,66 francus).
Sempri Gramsci, su 14 de abrili de su 1919, in un?àteru artìculu intitulau a posta La Brigata Sassari e pubricau in l?Avanti! de su Piemonte, iat chistionau de isfruttamentu coloniali de sa borghesia de Torino in Sardigna.
?Non siamo ?narat s?istoricu sardu Federico Francioni- di fronte all?uso di una parola ad effetto, in quanto Gramsci dimostra di essere convinto dell?esistenza di un colonialismo esercitato ai danni dell?Isola? . ?Colonia, colonialismo ?sighit Francioni- ecco due termini, potremmo dire quasi due parolacce che gli storici, gli intellettuali sardi, fatte poche, pochissime eccezioni, hanno sempre cercato di rimuovere, come dire di esorcizzare?.
E de colonialismu si trattàt, comenti si trattat ancora, oi in dì?
-Cun sa fura de su capitali verdaderu chi sa Sardigna teniat, primu de totu cun su sfruttamentu de is minieras e cun sa destrutzioni de is forestas sardas;
-cun s?impositzioni de tassas esageradas e isproportzionadas chi s?abogau Carboni- Boy, in sa relata cosa sua in su Cungressu de is sardus in Roma, iat postu in craru, cun documentus pretzisus;
-cun sa polìtica doganali ?a pustis de su refudu de accordus cummertzialis cun sa Frantza- chi iat proibiu de fattu, a totus is produttus de sa traditzioni sarda, de èssiri presentis in is mercaus foras de sa Sardigna;
-cun su disterru de is operàjus sardus ?sa fortza chi podiat prodùsiri ricchesa vera- in America: nd?iat partiu prus de centumila;
-cun s?affidamentu de is detzisionis prus importantis e de su poderi ?coment?e sempri- a is baronis de Torino: cumentzendi de su Cunsillu de Amministratzioni de is Ferrovias Sardas e de calincuna sotziedadi mineraria aundi ?comenti naràt Gramsci- is salarius fiant sustantziosus.

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Appuntamenti a Sassari/ La Sarda Rivoluzione 1793-’96

LUM – Lìbera Universidade Mediterrànea
Provincia di Sassari – Assessorato alla Cultura
GP – Governo Provvisorio

IL TRIENNIO RIVOLUZIONARIO SARDO 1793/96
lezione di Federico Francioni (storico).

Mercoledi 28 marzo, h. 19:30,
presso il Governo Provvisorio,
Via Adelasia, Sassari

Informaduras a subra ‘e sa Lìbera Universidade Mediterrànea: info@indipendentzia.net – 334.678.20.48

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Quella bandiera sarda negata


Questa lettera pone con estrema dignità e pacatezza un problema reale. Non conosciamo i regolamenti carcerari ma crediamo che una risposta chiara le istituzioni la debbano dare.

Quale valore ha il nostro simbolo?

Sig. Renato Soru, Sig. Presidente della Regione,

sono la madre di Pier Franco Devias, un detenuto nel carcere di Buoncammino appartenente all?organizzazione indipendentista a Manca pro s?Indipendentzia, in carcere ormai da quasi sei mesi ancora in attesa di conoscere le accuse per cui è meglio che stia sotto custodia cautelare.
Nel frattempo che i detenuti di questo gruppo ed i loro genitori continuano a chiedersi, come nei romanzi polizieschi: ?chi ci guadagna dalla loro carcerazione??, molta gente si è avventurata per le strade addobbate con i ?simboli natalizi? alla ricerca di un regalo simbolico, anche di pochi soldi, come segno di affetto. Anche io, perchè mio figlio potesse sentire l?affetto della famiglia, ho voluto portargli, in prigione, un regalo di pochi soldi ma che sapevo assai gradito: una bandiera.
Ci sono migliaia di bandiere, ma questa non si presta a sventolare fuori dai finestrini, nelle corse spericolate dei vincitori alla fine delle partite di campionato di calcio o ai giochi dei lupetti. Per ciò che rappresenta questa bandiera sono morti migliaia di sardi e in ricorrenze di avvenimenti storici viene spiegata al vento perchè tutti facciano memoria. Questa bandiera è issata su aste nella facciata principale degli edifici più importanti in cui vengono espletate funzioni regionali, comunali o di rilevanza pubblica e sociale… ma, la stessa bandiera non può entrare dentro una cella!
C?è da rilevare che la bandiera che intendevo regalare a mio figlio è in tessuto leggerissimo, di forse due millimetri di spessore, con solo quattro visi di profilo separati da una croce di color rosso, che appare innocua sia per l?immagine rappresentata, sia per l?uso che se ne potrebbe fare, in quanto non taglia e non si annoda.
L?oggetto simbolico che mi è stato restituito dalle guardie carcerari è la bandiera della Sardegna.
So che chi profana la bandiera ?nazionale? italiana può essere accusato di vilipendio e capisco che la mia bandiera sarda può avere valore solo per una minoranza che crede in questo simbolo che ci rappresenta davanti al mondo intero, ma non mi sembra il caso di restituirla senza una spiegazione!
Nessuno fra gli interpellati nel servizio di controllo ha saputo o voluto fornirmi una motivazione per il rifiuto, ed i superiori, con i quali ho chiesto di parlare, guarda caso erano tutti impegnati… prima di andare via ho comunicato che avrei scritto una lettera e mi è stato risposto: ?fa bene!?, ed io sono di parola…
Forse è il caso di riflettere, Sig. Presidente Soru, sulla faccenda del rifiuto dei simboli che, per paura degli individui troppo suscetibili, sta svilendo ogni iniziativa. I simboli sono i segni che contraddistinguono i popoli, le religioni, le culture, le tradizioni?..mi chiedo: l?anno prossimo ci sarà ancora il natale? Qualcuno infatti potrebbe magari pensare che non sia il caso di portare avanti questa festa che potrebbe offendere la sensibilità di coloro che non condividono la tradizione cristiana.
Io sono cattolica e mi chiedo cosa proverebbe un credente se gli impedissero di ricevere un rosario o una bibbia.
Può una bandiera che rappresenta un Popolo, Sig. Presidente, esser negata a chi l?ha eletta simbolo della propria identità davanti al mondo?

La madre di Pier Franco Devias.

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