Ricordando Luigi Meneghello/ Promemoria: "La fine"

I «lavoratori» di Birkenau
Che cosa accadeva dunque a coloro che sopravvivevano alle selezioni?
La separazione di costoro dai loro familiari inabili al lavoro avveniva prima che gli uni o gli altri potessero rendersi ben conto di ciò che stava accadendo. Strano riusciva alle madri giovani l?invito da parte del personale ebraico di servizio di passare i figlioletti ai nonni prima di arpatria rivare davanti ai selezionatori. Soltanto a notte, dopo il bagno collettivo, la depilazione e la disinfezione, intruppandosi nelle baracche buie come branchi di bestie, i sopravvissuti apprendevano dalle urla dei secondini che cosa stesse bruciando nei crematori e nelle fosse che si vedevano ardere nei pressi dell?altro stabilimento bagni a cui i loro genitori e parenti erano stati avviati qualche ora prima.
S?è visto che in totale circa un terzo di milione di ebrei furono presi in forza a Birkenau, naturalmente in turni successivi. La capacità teorica del campo non arrivava a un decimo di quella cifra. La sua popolazione effettiva fu però spesso assai superiore, e in parecchie settimane di punta toccò i 70.000. Le baracche tipo erano sul modello delle stalle militari per 52 cavalli e si consideravano capaci di circa 300 persone ciascuna.
Ma durante la stagione è assodato che si riusciva a farci star dentro più di 1.000 subumani. Non è difficile immaginare le conseguenze del mostruoso affollamento.
Ma non è questo il luogo per descrivere la vita dei ?lavoratori? di cui una parte venivano periodicamente riselezionati nelle così dette azioni di spidocchiamento, altri morivano da sé di malattia o di stenti. Ischeletriti, tosati, affamati e mal ravvolti nei loro stracci, i lavoratori di Birkenau prima di entrare in agonia passavano per una strana fase di preagonia, definita nel gergo del campo col dire che diventavano ?mussulmani?. Perdevano l?uso della parola e a quanto pare ogni senso chiaro della realtà, limitandosi a trascinarsi di appello in appello e lasciandosi passivamente e quasi insensibilmente insensibilmente morire. Normalmente ci voleva almeno qualche settimana perché un soggetto normale diventasse un ?mussulmano?; ma, al solito, il periodo variava a seconda delle condizioni del campo, ed è restata notizia di deportati arrivati ad Auschwitz già ?mussulmani? dopo le lunghe soste nei campi di raccolta e l?interminabile viaggio.
Le probabilità di sopravvivenza erano trascurabili nel 1942-?43, ma aumentarono considerevolmente (pur restando in senso assoluto assai basse) nel 1944: ed è appunto all?ultimo periodo che quasi tutta la vasta letteratura su Auschwitz si riferisce. Del periodo precedente possiamo farci un?idea dalle frammentarie registrazioni che ci sono pervenute: così è stato possibile alla Croce Rossa danese rintracciare le date di arrivo di 257 prigionieri di cui erano note le date di morte. Si riscontrò che la morte era avvenuta da quattro a settantadue giorni dopo l?ammissione. Media di vita 38 giorni. Una parte dei prigionieri erano occupati nei servizi del campo (cucine, infermeria, ecc.), una parte si guadagnavano i galloni di ?anziani? e formavano l?odiata aristocrazia dei reclusi-secondini. Gli uni e gli altri godevano di certi privilegi, secondo lo schema di ogni altro campo di concentramento. Eccezionale era invece la posizione dei Sonderkommandos o reparti speciali addetti alle camere a gas e ai crematori. Toccava a costoro compiere gli atti materiali del lavoro di sterminio e di distruzione, in attesa di essere poi ? come furono quasi senza eccezione ? a loro volta sterminati. Nell?imminenza della smobilitazione totale del campo ci furono anzi tra i membri dei Sonderkommandos alcuni malriusciti tentativi di ammutinamento e resistenza armata, che precipitarono la loro distruzione.
Una piccola parte dei prigionieri fu effettivamente impiegata in vari lavori industriali, ma con indicibile sperpero di capacità lavorativa e di vite. Il potenziale del campo non fu mai sfruttato per più che una frazione della sua consistenza teorica, e soltanto nell?ultimo periodo alcuni gruppi di lavoratori vennero sottratti al regime mortale dei loro compagni, decentrati in una serie di campi di lavoro veri; nutriti e alloggiati in modo che avessero davvero una probabilità di sopravvivere. Sono appunto questi distaccamenti che formarono nel 1944 la terza grande sezione del campo, nota come Auschwitz III.
Resterebbe da spiegare perché un nucleo ? costantemente rinnovato ? di parecchie decine di migliaia di deportati non utilizzati fosse lasciato in vita per settimane e mesi senza alcuna necessità. Può darsi che si intendesse tener pronta una riserva (e sia pure di ?mussulmani?) per eventuali futuri sviluppi industriali, a cui pare che Himmler non cessasse mai di pensare: ma è più probabile che si volesse invece semplicemente attestare l?esistenza di un campo e mascherare in maniera provvisoria e approssimativa la vera natura del concentramento di ebrei nella zona.
La fine di Auschwitz. Le marce della morte. Gli orrori di Belsen
Le selezioni per le camere a gas cessarono nell?ottobre 1944. Nei mesi successivi il campo fu smobilitato, i crematori e le camere a gas furono distrutti, e la popolazione residua fu evacuata a scaglioni in altri campi di concentramento ?normali? all?interno del Reich. Qualche cosa di simile andava avvenendo per i superstiti campi di lavoro ausiliari più prossimi al fronte orientale. La Soluzione Finale, che aveva preso le mosse proprio dall?espulsione degli ebrei dal territorio tedesco, tornava ora, dopo essersi avvolta in un cerchio sanguinoso, al suo punto di partenza. Questa grottesca marcia sul Reich tedesco degli ebrei super- stiti, quali nei soliti vagoni bestiame, quali a piedi, avvolti nei pigiami carcerari o in un pezzo di coperta, riportava nella patria dei carnefici soltanto una minuscola frazione del numero totale delle vittime: e tuttavia si trattava sempre di un branco abbastanza considerevole. Al principio del 1945 circa 200.000 ebrei ? comprese alcune decine di migliaia provenienti da Auschwitz ? sopravvivevano in mano tedesca.
Da Auschwitz ci furono vari trasferimenti parziali negli ultimi due mesi del 1944 (2.096 a Dachau, 1.023 a Buchenwald, 494 a Mauthausen, ecc.). Il 18 gennaio 1945 fu effettuata l?evacuazione in massa dei superstiti. Nel cuore dell?inverno i disgraziati furono caricati sui carri aperti o avviati a piedi. Alcuni contingenti (come quelli diretti a Flossenbürg e Belsen) marciarono per più d?un mese, diminuendo ben s?intende per via.
Per un concorso di circostanze che non è stato finora spiegato, 2.819 persone vive furono lasciate nel campo dove i russi le trovarono il 28 gennaio. Negli ultimi mesi della guerra c?erano in Germania, o piuttosto tra il Reno e l?Oder, dodici campi di concentramento con parecchie dipendenze. In essi, oltre agli internati ariani, c?erano come s?è detto circa 200.000 ebrei. Ma alla fine della guerra solo una parte di costoro erano vivi. La storia della Soluzione Finale si mescola qui con quella di altre attività tedesche, e non è il caso di raccontarne i particolari. Basti che nei tre ultimi mesi della guerra perirono non meno di 80.000 prigionieri, di cui circa la metà nel solo campo di Belsen.
Su quest?ultimo campo conviene dire qualcosa, perché esso raccolse in qualche modo l?eredità di Auschwitz e completò l?opera dell?antisemitismo tedesco. Il 15 aprile 1945 le truppe inglesi, entrando nel campo n. 1 di Belsen?Bergen, si trovarono davanti a uno spettacolo singolare.
In un recinto di 1.500 metri per 400 giacevano in varie baracche di legno 28.000 donne e 12.000 uomini vivi mescolati con 13.000 donne e uomini morti. Alcune altre decine di migliaia di cadaveri erano stati recentemente ammonticchiati alla rinfusa nelle fosse comuni del campo. Altre 13.000 persone morirono subito dopo la liberazione.
In fondo non era altro che un piccolo frammento della Soluzione Finale.
Ma migliaia di soldati inglesi lo videro coi loro occhi, e separarono con le loro mani i vivi dai morti.
L?effetto sull?opinione pubblica europea fu enorme, e accadde così che proprio uno dei campi meno ?duri? dovesse paradossalmente diventare il simbolo della persecuzione tedesca degli ebrei. Dopo tutto quello che i soldati inglesi videro qui non era diverso da quello che era accaduto in altri luoghi dove però s?era avuto tempo di bruciare o interrare i cadaveri. Da parte nazista ci furono in seguito dei tentativi di attribuire gli orrori di Belsen a un malaugurato concorso di circostanze avverse, e in modo particolare a un?epidemia di tifo che s?era sviluppata nel campo. Ma a tre chilometri dai recinti gli alleati trovarono 800 tonnellate di viveri e un impianto capace di sfornare 60.000 pagnotte al giorno. Come mai la marmaglia di Belsen moriva, oltre al resto, anche di fame? Come mai gli alleati riuscirono a bloccare l?epidemia, malgrado il modo in cui la si era lasciata diffondere, con la semplice applicazione delle più elementari misure igieniche e impiegando assai meno personale sanitario di quanto non avrebbe potuto fornirne il reparto di SS che era stato tenuto inattivo nei pressi del campo durante le settimane cruciali?
Dopo le rivelazioni di Belsen e quelle analoghe di Buchenwald i tedeschi cercarono di evacuare i campi via via lasciati scoperti dalla ritirata della Wehrmacht. Si ebbero le ultime miserabili sfilate di ?mussulmani?, le ultime esecuzioni dei caduti per via, gli ultimi ingorghi nei campi superstiti. Dopo il 20 aprile 1945 (ossia negli ultimi dieci giorni prima della morte di Hitler!) arrivarono a Theresienstadt 12.863 persone, un terzo della popolazione presente nel campo quando la Croce Rossa ne assunse l?amministrazione il 2 maggio, essendo stati abbandonati i piani per la liquidazione in massa dei sopravvissuti. Quanti degli ebrei coinvolti in questi ultimi assurdi traslochi perissero così a poche ore dalla liberazione non è possibile dire. Sappiamo per esempio che dal piccolo campo di Rehmsdorf furono fatte partire 2.775 persone. Sappiamo che un migliaio furono messi a morte a colpi di pistola nei pressi della stazione di Marienbad, ma sappiamo anche che a Theresienstadt ne arrivarono soltanto 500.
Della sorte degli altri milleduecento circa non siamo perciò completamente sicuri.
Alcuni campi ? come Theresienstadt, Dachau e Mauthausen ? furono finalmente consegnati alle autorità alleate o internazionali. Ma per quelli di Ravensbrueck, Oranienburg e Sachsenhausen il criterio dell?evacuazione ad oltranza fu tenuto fermo anche quando ? nel collasso palese di ciò che restava della Germania ? aveva cessato di avere qualsiasi parvenza di senso.
Alla fine d?aprile ciascuno di quei tre campi avviò a piedi, non si sa verso che cosa, un ultimo gruppo di internati. La storia della Soluzione Finale si chiude con la marcia di queste tre colonne in disintegrazione, seguite dai camion della Croce Rossa. All?ultimo momento l?ispettorato generale dei campi aveva deciso di escludere le donne dall?ordine di esecuzione sommaria di coloro che perdevano contatto.
[fine]
Nella foto: l’arrivo ad Auschwitz.







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