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Un documento della lotta degli studenti

 

 

Riceviamo tramite la mailing list Deportati mai più la lettera con cui gli studenti del Collettivo Autonomo Liceo Tito Livio di Milano hanno motivato nei giorni scorsi la decisione di occupare la scuola (ricordiamo a margine che in Sardegna, a Cagliari, sono tuttora occupati i licei classici Dettori e Siotto e il liceo scientifico Pacinotti).

Il documento si commenta da solo, ma due cose due forse vanno dette:

1. Il movimento degli studenti sta dando in queste settimane una memorabile lezione di serietà, responsabilità e soprattutto capacità di mobilitazione a tutto un paese che stenta a trovare in se stesso le forze e la volontà per opporsi al proprio processo di degenerazione; nella sua battaglia stanno crescendo (come è storicamente avvenuto nei movimenti studenteschi degli ultimi 50 anni) quadri che peseranno positivamente sulle lotte di domani;

2. E' perfettamente comprensibile che tutto questo sia oltremodo sgradito a un governo attivamente impegnato nella riduzione degli spazi di democrazia e di partecipazione nel paese; ed pertanto perfettamente comprensibile che questo governo reagisca con tutti gli strumenti che ha a disposizione, forzando la legalità e giocando anche la carta dell'illegalità: non sta facendo infatti altro se non applicare la lezione che gli è pervenuta dagli anni Settanta dei Cossiga e personaggi similari. Che una frangia del movimento possa anche cadere nella trappola del dare spago al governo col riproporre i vecchi fallimentari scenari di violenza di piazza, è senz'altro negativo e condannabile, ma non è privo di ragioni e soprattutto (con buona pace del grande starnazzamento mediatico) non è affatto l'elemento essenziale della situazione. lo è molto più il fatto che  ben poca sponda stia venendo al movimento dalle anime morte di un'opposizione che pensa davvero di poter uscire dal presente frangente storico attraverso il pallottoliere delle manovre parlamentari o l'ennesima funambolica alchimia delle alleanze; e da un'opposizione che quando è stata governo ha dato il suo bravo contributo alla svendita della scuola (vero, ministro Berlinguer?).
Comprendiamo facilmente perchè alle anime morte di ogni razza e colore i prepotenti segnali di vita, di capacità di analisi e mobilitazione che vengono dalla lucida disperazione degli studenti possano dare fastidio: sono in effetti il loro tocco d'apparato funebre. E presto sia.

Circolo GL Sassari

Nell'immagine una manifestazione di studenti medi a Sassari nel novembre scorso.

 

L’Italia è cultura. Tagliando cultura, muore l’Italia. La Francia investe 8,4 miliardi di euro nella cultura e ne ricava 74, la Germania 8,0 e ne ricava 68,2, l’Italia investe 1,8 miliardi di euro e ne ricava 39,7; e se è pur vero che la cultura non si mangia, immaginate i vantaggi economici che deriverebbero da un investimento maggiore.

“[…] I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.” (art. n. 34 della Costituzione Italiana). In due anni il Consiglio dei Ministri ha ridotto l’ammontare in euro delle borse di studio da 246 milioni a 25,7, ossia il 90% in meno. Nel 2012 si giungerà a 13 milioni di euro destinati a 184.000 studenti, che equivarranno a 70 euro a studente.

I dati ISTAT parlano chiaro: nel triennio 2009-2012 (legge 133/08, art. n. 64, comma 6) sono stati tagliati 7,8 miliardi alla scuola pubblica. Dal 2001 fino ad oggi la scuola privata ha ricevuto finanziamenti pari a 400 milioni di euro grazie al buono scuola ri-denominato “dote per la libertà di scelta”. Non è forse in contrasto con l’art. n. 33 della Costituzione Italiana: “[…] Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato […].”?

 

Purtroppo chi governa vede ma non osserva, sente ma non ascolta, sa ma ignora; confonde il cittadino che tenta di informarsi, adoperando continue modificazioni e rimandi a commi di leggi non allegate. Alcuni esempi: “(…)del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 25 gennaio 2008, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 86 dell’11 aprile 2008, nonché all’articolo n. 2, comma 4, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 87, e all’articolo n. 2, comma 4, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 88 (…).”, “È abrogato il comma 3 dell’articolo 3-ter del decreto-legge 10 novembre 2008, n. 180, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 gennaio 2009, n. 1.”. La legge affinché venga rispettata e condivisa, deve essere comprensibile e trasparente. Tutto ciò ci ricorda il Latinorum di Don Abbondio e dell’Azzeccagarbugli e le modificazioni del ddl Gelmini altro non sono che quelle modifiche che effettuavano i porci orwelliani.

Ma noi che osserviamo, che ascoltiamo, che siamo consapevoli non vogliamo essere ridotti ad automi acritici e apatici, sottomessi ad una politica populista e pressappochista. “Fahrenheit 451” e “1984” ci insegnano che l’uomo colto è un uomo libero. Un uomo.
In uno stato in cui tutto si può comprare, dal singolo voto alla dignità stessa, e in cui vi è una totale mancanza di modelli di riferimento, come potremmo noi non essere sconfortati?
 
L’occupazione avvenuta tra la notte del 14 dicembre e la mattina del 15 deriva da un clima di profonda incertezza e instabilità riguardo al nostro futuro e alla precarietà dell’istruzione pubblica italiana, in special modo universitaria.
L’occupazione è stata ritenuta da noi l’unica forma di protesta possibile per comunicare la nostra indignazione e sfiducia rispetto ad una rappresentanza politica inesistente, ad un’informazione manipolata, ad una mercificazione culturale ed ideologica endemica; la fiducia comprata il 14 ci ha obbligati all’azione. Con l'occupazione abbiamo commesso consapevolmente un'azione illegale perchè è proprio nella sua illegalità che individuiamo la valenza della protesta stessa, perchè è mettendo in gioco la propria condizione di cittadini che emergono le idee davvero forti, per le quali siamo disposti a lottare. Ed è anche per questo che noi crediamo che l'occupazione abbia un senso nel momento in cui gli studenti sono lasciati soli ad affrontare il proprio rischio. Al Tito Livio un’autogestione non serve in quanto è oramai diventata tradizione sterile, non si focalizza sulle motivazioni della protesta stessa ma anzi è avulsa dalle reali problematiche. Nella speranza di risvegliare la scuola da un torpore intellettuale dettato dall’individualismo, attraverso questa forma di protesta mai sperimentata all’interno dell’istituto, per una notte abbiamo sognato.

 
Milano, 17-12-2010

Collettivo autonomo Tito Livio

Cronache dalla repubblica papalina/ Verso la religione di stato



REQUIEM PER LA REPUBBLICA LAICA
(FLORILEGIO DI DICHIARAZIONI)

IL CLERICO-FASCISMO DEL GOVERNO
 

CROCIFISSO: ZAIA, PASSO IMPORTANTE VERSO EUROPA CHE CI PIACE
''Apprendo con soddisfazione che la Corte Europea dei diritti dell'uomo ha accolto il ricorso presentato dall'Italia contro la sentenza del 3 novembre scorso che aveva bocciato la presenza del crocifisso nelle aule delle nostre scuole. Un atto dovuto a quanti sostengono la liberta', in tutte le sue forme. Vale la pena ricordare che l'intera tradizione europea, e quindi la nostra identita', e' costruita anche sul simbolo del crocifisso'' (ASCA) – Roma, 2 mar.
 
CROCIFISSO: ROCCELLA, STRASBURGO HA EVITATO RISCHIO INDEBOLIMENTO STORIA
''Un atteggiamento come quello espresso nella precedente sentenza, che rimuoveva un simbolo del nostro patrimonio culturale identitario, rischia soltanto di portare all'indebolimento della consapevolezza della storia italiana ed europea e della capacita' di interpretarla criticamente e laicamente'' (ASCA) – Roma, 2 mar.
 
CROCIFISSO: GELMINI, SCUOLA VALORIZZI SPECIFICITA' PRINCIPI CATTOLICI

''Esprimo grande soddisfazione per l'accoglimento, da parte della Corte di Strasburgo, del ricorso presentato dall'Italia contro la sentenza che impediva la presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche'' ''Questo atto – aggiunge Gelmini – riavvicina le istituzioni europee alle idee e alla sensibilita' dei cittadini e rappresenta un'importante vittoria dell'Italia nella difesa della sua cultura e delle sue radici cristiane. La religione cattolica infatti esprime, per il nostro Paese, un irrinunciabile patrimonio morale e culturale''. La scuola pertanto, conclude il ministro, ''nel rispetto di tutte le altre religioni, deve valorizzare la specificita' dei principi cattolici, espressamente riconosciuta dalla nostra Costituzione''. (ASCA) – Roma, 2 mar.
 
CROCIFISSO: ALFANO, CORTE UE RICONOSCE LIBERTA' ESPRIMERE FEDE CRISTIANA
''Il rispetto della nostra tradizione religiosa e del nostro patrimonio culturale e' stato al centro della decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo che ha riconosciuto la liberta' di esprimere e di manifestare la nostra appartenenza alla fede cristiana'' ''Come ho sostenuto in occasione del pronunciamento di Strasburgo del novembre scorso – aggiunge il ministro – sarebbe stato preoccupante ritenere il contrario: pensare, cioe', che l'immagine del crocifisso potesse offendere la sensibilita' di qualcuno. La parola spetta ora alla Grande Camera, che, confidiamo, possa recepire le ragioni dell'appello che l'Italia ha presentato'' (ASCA) – Roma, 2 mar.
 
CROCIFISSO: MELONI, VITTORIA PER EUROPA CHE DIFENDE RADICI E VALORI
''Una prima importante vittoria per quell'Europa che sa difendere le sue radici e i suoi valori fondanti''  ''La Corte Europea – prosegue il ministro Meloni – ha saputo cogliere l'importanza dei contenuti presenti nell'appello italiano, mosso dal desiderio di tutelare quello che per l'Europa non rappresenta solo un simbolo religioso, ma un elemento fortemente rappresentativo della nostra storia, dei nostri valori condivisi e delle nostre comuni radici'' (ASCA) – Roma, 2 mar.
 
IL CLERICALISMO DEL PARTITO DEMOCRATICO (PERCHE’ LA BINETTI E’ ANDATA VIA DAL PD?)
 
CROCIFISSO: SENATORI PD, BENE ACCETTAZIONE RICORSO. FATTO NON SCONTATO
''E' altamente positivo il fatto che la Corte dei Diritti Umani accetti le ragioni dell'Italia accogliendo il ricorso presentato dal Governo. Un fatto per niente scontato visto che la precedente sentenza era stata pronunciata all'unanimita''' … ''Quell'esito negativo oggi opportunamente rimesso in discussione, era stato favorito da una memoria controproducente del Governo italiano, che aveva sottolineato le ragioni di convenienza politica rispetto a quelle di natura giuridica. Per di piu' in media viene accolto solo il 55 dei ricorsi. Viceversa la memoria presentata in appello, anche dopo le critiche sollevate dall'opposizione, non ha riprodotto quegli errori e ha invitato la Corte a mantenere la propria giurisprudenza consolidata che in queste materie rispetta il margine di apprezzamento dei singoli stati, le cui diversita' non possono essere artificialmente livellate. Ora ne cogliamo tutti insieme i frutti positivi''. ''Resta comunque il problema di un'autonoma iniziativa del Parlamento che superi le incertezze dovute alla natura solo regolamentare della normativa e che individui una soluzione la piu' condivisa possibile, come abbiamo cercato di fare nei mesi scorsi con un'iniziativa comune ad altri colleghi del Pd''. (ASCA) – Roma, 2 mar.
 
IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI
 
Il Consiglio Comunale di Goito, vicino Mantova, la scorsa settimana ha approvato a maggioranza un regolamento che prevede l’accesso all’asilo pubblico comunale ai soli bambini che provengono da famiglie che accettano l’ispirazione cristiana della vita. La giustificazione sarebbe quella per cui,  pur essendo l’asilo pubblico, da sempre viene gestito secondo criteri che si ispirano al cristianesimo, e cioè da suore.  Massimo Aquilante, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), si è detto indignato per questa misura che colpisce in primis proprio i più indifesi della nostra società, i minori.  Con questo provvedimento di fatto si impedisce a questi bimbi di crescere senza pregiudizi e si preclude loro un?occasione di conoscenza reciproca e di scambio che sono alla base di una società aperta e accogliente. Per il presidente della FCEI ci troviamo di fronte a un grave segnale di quel razzismo diffuso che sempre più frequentemente si sta manifestando nel nostro paese. Inoltre Aquilante ha definito deplorevole l'ignoranza da parte degli amministratori rispetto ai più fondamentali diritti della persona previsti dalla nostra Costituzione,  nonché dalla Convenzione europea sui diritti dell'uomo. Aquilante ha poi concluso:?”Preoccupante è infine la strumentalizzazione che si fa dell'evangelo di Gesù Cristo che invita proprio all'inclusione e all'accoglienza”. Roma (NEV, 3 marzo 2010)
 
UNA LUCE DI SPERANZA.
 
CROCIFISSO: IL COMUNE IN CUI OPERO' DON MILANI DICE "NON ESPORLO NELLE SCUOLE"
Il Consiglio comunale di Vicchio (Fi), guidato da una maggioranza di centrosinistra, ha approvato un ordine del giorno di sostegno ai principi espressi dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che con una sentenza vieta l'esposizione del Crocifisso e di altri simboli religiosi in luoghi pubblici e in particolare nelle aule scolastiche. Il voto ha spaccato la maggioranza: hanno votato a favori i 3 consiglieri di Sinistre per Vicchio e 5 consiglieri di maggioranza; contrari 4 consiglieri di maggioranza; astenuto un consigliere di maggioranza (erano assenti i due consiglieri del centro destra e due consiglieri di maggioranza). Con questo voto il Consiglio Comunale di Vicchio, come recita il dispositivo approvato, ''considerato che nel territorio vicchiese non risultano manifestazioni che possano andar contro a quanto deciso nella Sentenza della Corte Europea e preso atto che nel comune di Vicchio sindaco, giunta, consiglieri comunali e tanto meno partiti politici, stiano attuando manovre istituzionali mirate a contraddire o non rispettare la sentenza in oggetto, esprime la propria adesione ai principi di laicita''' ed ''esprime la propria contrarieta' alle motivazioni con le quali il governo italiano si oppone a detta sentenza''. Il Comune di Vicchio, tra l'altro, e' quello su cui si trova la localita' di Barbiana, in cui si realizzo' l'esperienza di formazione di don Lorenzo Milani.

L’intransigenza dell’Azionismo dà fastidio ai teorici dell’inciucio.

Ecco l’odierno resoconto di Repubblica sulle dichiarazioni di D’Alema.

 

[…] Con un paio di battute, ieri – durante la presentazione del libro "Comunisti immaginari" di Francesco Cundari – torna sulla questione dell’apertura a Berlusconi e al centrodestra, sulle riforme a cominciare da quella della giustizia. E tanto per fare un esempio di "inciucio", ricorda l’articolo 7 della Costituzione sui rapporti tra Stato e Chiesa votato dal Pci di Togliatti nell’Assemblea costituente.

«I comunisti italiani hanno sempre dovuto difendersi da questo tipo di accuse – ricorda D’Alema – C’è sempre stato qualcuno più a sinistra, una cultura azionista che ha sempre contestato questo, da quando Sofri accusa Togliatti di non volere fare la rivoluzione, dall’articolo 7 in giù che è stato il primo grande "inciucio"… ma questi "inciuci" sono stati molto importanti per costruire la convivenza in Italia, oggi è più complicato, ma sarebbero utili anche adesso. Invece questa cultura azionista non ha mai fatto bene al paese…». I dirigenti comunisti, precisa, «hanno avuto un ruolo di educare i cittadini», e di nuovo cita Togliatti e la diversità dei comunisti italiani.

 

Dunque, la realpolitik comunista (stalinista e togliattiana) al servizio del grande abbraccio con la destra populista e razzista espressa da Berlusconi, Bossi e camerati: se la cultura e l’esempio dell’Azionismo rappresentano un ostacolo a simili intese (giocate sulla pelle degli italiani onesti,  in spregio della Costituzione) non possiamo che essere onorati di dichiararci Azionisti, seguaci di uomini integerrimi come Salvemini, Gobetti, Rosselli, Lussu. Lasciamo volentieri a D’Alema il suo pedigree stalinista-togliattiano. E poi: che cosa c’entra Lotta Continua (e il Sofri d’allora) con l’Azionismo? Ci piacerebbe capirlo. Per districarsi fra le diverse scuole politiche, consigliamo a D’Alema la lettura del Profilo ideologico del ’900 scritto da Norberto Bobbio: si chiarirà le idee.

[Salvo Zedda]

La democrazia ai tempi del PD / Difendiamo le basi !

Riceviamo dal Comitato Gettiamo le Basi (che non è propriamente un gruppo di pellegrini qualsiasi e che sul problema dalla presenza militare invasiva in Sardegna ha conoscenze ed esperienza senza pari sul territorio) e pubblichiamo. Senza commento, che non ce n’è proprio alcuna necessità. Ma con una dedica doverosa: a tutti quei sardi che in aprile hanno votato PD, e si preparano a rifarlo nel giugno 2009 alle regionali. "Per fermare la destra", ovviamente.

Sardegna paradiso di guerra, i deputati del PD fanno cadere la maschera. VERGOGNA!
 
I parlamentari Amalia Schirru, Giulio Calvisi, Paolo Fadda, Siro Marroccu, Caterina Pes, Guido Melis, Andrea Tulli, esponenti delle due anime del PD, soriana e non soriana, in Sardegna in guerra aperta senza esclusione di colpi, in Parlamento trovano perfetta coesione e unità su un punto: accelerare e garantire il potenziamento del poligono della morte Salto di Quirra. Con inusuale prontezza e nefanda armonia scendono in campo per perorare la causa della costruzione del nuovo aeroporto militare, già decisa dal governo Prodi, riconfermata dal governo Berlusconi, rifiutata a parole dal loro comune leader, il Governatore in carica. Da buoni imbonitori decantano i vantaggi, per la Difesa e le multinazionali delle armi, rappresentati dall’enorme estensione del poligono a terra, mare e cielo, i bassi costi di gestione rispetto alle altre strutture, ventilano un’educata critica all’esiguità delle spese statali nel settore dell’aerospaziale militare camuffato da civile e rilanciano la necessità di incrementare le nascenti “new company tra soggetto pubblico e industrie private auspicata dalla Nato per il potenziamento del Poligono”..

Nella foga di rendere il Poligono Interforze Salto di Quirra, PISQ, ancora più appetibile ai signori della guerra e delle armi si fanno promotori di un’ulteriore cessione del cielo della Sardegna, propongono la creazione di un corridoio militare di volo Decimomannu Perdasdefogu/Quirra.  Nulla interessa il fatto che l’auspicata militarizzazione dello spazio aereo isolerebbe Cagliari in quanto implicherebbe per gli aerei civili e gli sfortunati passeggeri in transito nell’aeroporto di Elmas slalom, deviazioni, tempi di percorrenza di gran lunga più penalizzanti rispetto a quelli a cui oggi sono costretti quando si attivano le interdizioni delle attuali zone aeree militarizzate (una sola di queste si estende per 28.400 kmq, uno spazio aereo e marittimo che supera la superficie dell’intera Sardegna, kmq 23.823).  
 La sciagurata sortita dei nostri deputati, imposti alla Sardegna dalle segreterie di partito,  la dice lunga sul teatrino bipartisan messo su a partire dal 2004-05 dalla classe politica sarda e italiana, da Stato e Regione, sul cosiddetto processo di radicale ridimensionamento delle servitù militari, concentrate nell’isola in misura abnorme ed iniqua, allo scopo di frastornare, frammentare, addomesticare l’antagonismo di popolo.
Ciechi, sordi e muti da sempre sulla sottrazione alla Sardegna di spazi e risorse produttive da parte del complesso miliare-industriale, i crimini quotidiani contro l’ambiente, la rapina feroce di vite umane – la strage in corso, il cluster da brivido di leucemie e alterazioni genetiche tra militari e popolazioni coinvolte dalle attività militari, a Quirra come a Teulada, Capo Frasca e La Maddalena – spacciano cinicamente la schiavitù militare che devasta e umilia la Sardegna come volano di sviluppo economico, “unica possibilità di un futuro industriale”. Avulsi dalla realtà, alieni agli interessi del popolo sardo, refrattari all’evidenza strombazzano il vecchio, anacronistico spot smentito clamorosamente nei 50 anni di esperienza di colonizzazione militare dell’isola, si ergono a improbabili paladini del lavoro, fautori di uno sviluppo fondato sulla devastazione della Sardegna. 
I firmatari dell’interrogazione, in perfetto accordo bipartisan e plurigenerazionale con tutti i parlamentari sardi attuali e precedenti, hanno assistito, assistono e partecipano, impassibili e coesi, allo scippo governativo dei fondi destinati alla bonifica dei poligoni, in primis quelli di Quirra e Teulada, stanziati nella finanziaria 2006 grazie al forte e costante impegno dell’ex senatore Bulgarelli ( non a caso fatto fuori dalle segreterie di partito che si sono arrogate il potere d’imporre gli eletti al Parlamento). Fingono d’ignorare persino le positive, e reali, ricadute economiche delle operazioni di decontaminazione anche in termini di posti di lavoro, purtroppo, stabili per un periodo di 15-30 anni, stando alle stime standard di fonte militare.   
In omertoso silenzio assistono allo sperpero in atto di pubblico denaro per il cosiddetto Piano di monitoraggio del Poligono Interforze Salto di Quirra, predisposto e gestito dallAeronatica, il soggetto inquinante, giudice e parte in causa allo stesso tempo. Non vedono che il Piano/truffa, è anche finalizzato ad esonerare la Difesa dall’obbligo, imposto con le lotte dal basso, di risarcire le vittime civili dei poligoni e le loro famiglie, è mirato ad eludere e raggirare i risultati ottenuti dalla lotta di popolo per liberare la Sardegna da uranio impoverito, inquinamento bellico, poligoni e multinazionali delle armi.  VERGOGNA!

 

Comitato sardo Gettiamo le Basi

Tel 070 823498—3386132753

 

*****************INTERROGAZIONE****

 I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della difesa e il Ministro dello sviluppo economico, per sapere – premesso che:

La notizia appresa sui quotidiani regionali sardi nei giorni scorsi, che le sperimentazioni sull’aereo senza pilota Sky X avrebbero lasciato l’Ogliastra e la Sardegna a favore della Puglia ha registrato notevoli preoccupazioni.

La realizzazione di una pista di volo a Monte Cardiga è la pregiudiziale, insieme all’autorizzazione di un corridoio di volo con Decimomannu, per la messa in rete dei quattro poligoni sperimentali della Sardegna. Una struttura unica in Italia, adatta per le sperimentazioni sia militari che civili di grande rilevanza, possibili grazie alla disponibilità di un territorio esteso per dodicimila ettari, più un ampio braccio di mare sulla costa orientale. Il “quadrilatero sardo” sarebbe l’unico in grado di contrastare le mire egemoniche del Metadistretto dell’Aerospazio recentemente costituito da Alenia-Finmeccanica con le Regioni di Piemonte, Campania e Puglia, le Università e 300 imprese locali. Alla realizzazione della pista di volo a Monte Cardiga è collegato anche il progetto di un Centro per la sperimentazione ambientale di rilevanza europea. La nascita del Polo Aerospaziale rappresenta, quindi, per alcuni territori sardi, l’unica possibilità di un futuro industriale.

Il ministero della Difesa ha ribadito il via libera alla nuova pista di volo del Poligono. Ma le sperimentazioni sui velivoli Sky e Neuron dipendono dall’accordo fra vertici militari e Finmeccanica.

La realizzazione dell’opera, fondamentale per le sperimentazioni aerospaziali, sia militari che civili, è appunto legata all’esito delle trattative in corso con Finmeccanica riguardo alla ripartizione dei costi e delle modalità di utilizzo delle pista sperimentale da parte di entrambi i contraenti.

Le modalità dell’accordo prefigurerebbero, su scala ridotta, le caratteristiche di quella new company tra soggetto pubblico e industrie private auspicata dalla Nato per il potenziamento del Poligono. Anche la sperimentazione sui due prototipi di aereo senza pilota (Sky X e Neuron), che vede in primo piano il gruppo italiano Alenia -Finmeccanica, è frutto di una collaborazione europea. Solo che l’Italia investe appena il 4 per cento nel settore della ricerca aerospaziale, a fronte del 13 per cento della Francia e all’11 per cento di Germania e Gran Bretagna. Per colmare questo divario è stato costituito recentemente il Metadistretto italiano dell’Aerospazio tra le Regioni Piemonte, Puglia e Calabria.

 La Sardegna è stata tagliata fuori, nonostante rappresenti con il Poligono del Salto di Quirra (da collegare all’aeroporto militare di Decimo tramite un corridoio aereo) il quarto vertice naturale del sistema, indispensabile per chiudere il quadrilatero delle sperimentazioni più impegnative made in Italy. Salvo ricorrere a costose trasferte presso i poligoni del Nord Europa. Sindacato, forze politiche e amministratori dell’Ogliastra sono ora impegnati per recuperare al territorio un ruolo adeguato in un contesto di tecnologia avanzata del valore prossimo ai 5 miliardi di euro.

 Per quanto riguarda la realizzazione della pista di volo a Monte Cardiga, si sta lavorando ad una bozza d’accordo con Finmeccanica che prevede a carico del Poligono l’esecuzione dei lavori di movimento terra affidato a uomini e mezzi del Genio Militare. Il ministero della Difesa ha ribadito per due volte quest’anno l’importanza primaria della striscia tattica polifunzionale a Monte Cardiga, respingendo le motivazioni del parere negativo pronunciato dal Comitato Paritetico. Il 24 aprile Arturo Parisi, ministro della Difesa del Governo Prodi, aveva dato il primo via libera alla realizzazione della pista. La decisione è stata ribadita il 25 luglio dal successore Ignazio La Russa con l’avvento del Governo Berlusconi.

Si interpella il Ministro

per saper se le notizie sopra riportate sono fondate e per conoscere la posizione del Governo in ordine all’opportunità che il progetto possa comprendere anche la Regione Sardegna.

Roma, 26 settembre 2008

 

On. Amalia Schirru

On. Giulio Calvisi 

On. Paolo Fadda 

On. Siro Marrocu

On. Caterina Pes

On. Guido Melis

On. Andrea Lulli

Interventi/ L’horror vacui della sinistra.

L’episodio della libreria occupata dai sacri testi marxisti-leninisti, che Maurizio Ferrara (storico collaboratore di Palmiro Togliatti) rimira con la malcelata disperazione di chi ha perso ogni certezza, fa il paio con l’esclamazione del vecchio militante Pci-Pds-Ds-Pd che acclama Veltroni durante il suo comizio di Cagliari: “Abbiamo bisogno di qualcosa in cui credere”.

E’ stato proposto in modo persuasivo un parallelo fra la Chiesa Cattolica e il partito comunista (v. Domenico Settembrini ne Il labirinto marxista): simili il fideismo, la tendenza al conformismo nei confronti dei capi; simili la certezza di possedere la Verità e la tenacia nel volerla realizzare in una prospettiva di salvezza dell’umanità. Dunque, il Comunismo come religione millenaristica. In tema di partito democratico, che unifica le due tradizioni filosofiche e politiche, quella comunista e quella cattolica, scherzando ma non troppo si può dire che "con la morte di Dio (il mito della Rivoluzione), tutto è possibile". Anche far restare al potere Berlusconi e la destra per un altro ventennio.

C’è poi una sinistra abbarbicata ai simboli del comunismo come se fossero il fasciame di un’imbarcazione colata a picco. Sebbene si impegnino allo spasimo per raggiungere la riva, la corrente della storia implacabile li allontana.

Ammettiamolo: lo scenario che la sinistra ha davanti è tutt’altro che rassicurante. Molto meglio allora scannarsi al proprio interno, è un modo come un altro per scaricare la nevrosi da inutilità incipiente.


"Qualcosa in cui credere"

di Stefano Anedda

A distanza di mesi dalle ultime elezioni e dalla campagna soft condotta dai due sfidanti principali alla Presidenza del Consiglio, mi tornano in mente le parole di uomo, quasi sicuramente sopra gli 85 anni, che accanto a me, poco sotto il palco, ascoltava il comizio cagliaritano del candidato Walter Veltroni. “Abbiamo bisogno di qualcosa in cui credere” diceva con la bandiera PD tra le mani.

Se devo essere sincero, anch’io, quando mesi prima andai a votare alle primarie il 14 ottobre, ero abbastanza entusiasta della nuova creazione. Vedevo in essa quella modernità e quel “stare al passo con i tempi” su cui il resto della sinistra (sempre che ancora il Pd sia riconducibile a questa collocazione) proprio non contava di puntare (a dimostrazione di questo, senza la volontà di etichettare alcuno, faccio presente l’ultimo Congresso di Rifondazione, nel quale a passare è stata la mozione Ferrero appoggiata dall’ormai nota corrente trotskista, oppure la linea sempre scelta dal PdCI di continuare imperterrito a cercare lo storico elettorato presentando la falce e martello come simbolo).

Ora purtroppo, dopo l’esito elettorale e i primi mesi di opposizione, ho dovuto fare l’amara constatazione che quel “stare al passo con i tempi” si è invece tradotto in un “stare al passo con la destra”, cercando per l’appunto di batterla sul suo terreno dove però, da avversario che gioca in casa, si è dimostrata e si dimostra (e, sono convinto, si dimostrerà) sempre più brava.

Tentare di sconfiggere la destra imitandola è il peggior modo per dire: “idee purtroppo non ne abbiamo, quindi ci rassegniamo e vi presentiamo un programma simile a loro. Poi, siccome noi siamo storicamente moralmente superiori, voi elettori sceglierete in maggioranza noi perché siamo più seri”.

Poi si è vista la risposta degli italiani: picche!! E Berlusconi è tornato per l’ennesima volta a Palazzo Chigi.

C’è chi continua ad interrogarsi, senza darsi risposte però, sul perché della debacle a sinistra.

Ma siamo realisti: la Sinistra ha mai vinto veramente?

Riporto un passo del recente “Il Mostro Mite” del linguista Raffaele Simone: “La reazione di rinuncia fu scatenata forse da quella dismisura che le attese di socialismo avevano manifestato. Per vedere quali traguardi non sono stati conseguiti, conviene tenersi a cose più concrete. Eccone alcune: non si è prodotto l’innalzamento stabile del livello medio dell’istruzione e della cultura, non lo sviluppo pieno della scienza e della ricerca, non la valorizzazione delle energie creative di intellettuali e artisti, non la diffusione generalizzata di una mentalità minimamente razionale e laica, non la creazione di una coscienza civica solidale e di uno spirito di pace collettivo, non ha avuto successo, se non per frammenti, l’azione di lotta alla povertà e allo sfruttamento de i lavoratori, non la conciliazione dei contrasti sociali, non la piena parità tra uomo e donna, non la tendenza ad aiutare i più deboli con misure di solidarietà e di redistribuzione della ricchezza, non l’atteggiamento di rispetto dell’ambiente e della natura, non la creazione di nuovi modi di produrre e la riduzione dell’urto sull’ambiente dei processi produttivi.[…]Non.., non.., non…A dispetto della somma importanza dei fattori riportati nella lista dei risultati effettivamente raggiunti, il cahier dei proponimenti che non si sono attuati è ben più fitto, per non parlare ovviamente dell’obbiettivo supremo che le sinistre hanno coltivato nell’epoca d’oro: la limitazione del potere del capitale e la creazione dell’Uomo (e della Donna) socialista. Questi sono traguardi a cui nessuno (salvo qualche gruppo isolato di radicali o di fissati) ormai pensa più sul serio, neanche nella loro accezione debole”.

Dopo quest’elenco poco gratificante ed affermazioni impossibili da smentire è semplice la risposta: la Sinistra di fatto non ha vinto, se non su poche cose.

Gli anche se pur ottimi propositi e le positive intenzioni non essendo mai state realizzate (o realizzate in minima parte) hanno fatto perdere fiducia e credibilità a tutta la sinistra, che, dalla mentalità comune (forse maggioritaria però), è ricordata per certe “affermazioni indulgenti” magari nei confronti di terroristi o eccessivi rivoltosi oppure erroneamente identificata con quei regimi che continuano a dirsi socialisti e comunisti, o comunque di sinistra, a Cuba, nella Corea del Nord etc.

E così, mentre molti politici e teste d’uovo nei partiti continuano a fare diagnosi e analisi sulle sconfitte della sinistra, mentre gran parte dell’opposizione pensa a “dialogare” e altri tentano di aggiustare i cocci rotti con operazioni di arroccamento, il Governo di destra governa.

E, professando di dare all’Italia “riforme di sinistra” fa letteralmente ciò che vuole.

Siamo alla frutta? No, la sinistra si è arresa (almeno questa è l’impressione che dà).

E allora, chi, come me, ci crede ancora e spera in una sinistra di governo, non può che aspettare un po’ (pochissimo), vedere cosa succede e rimboccarsi le maniche per restituire alla sinistra quella credibilità ormai perduta.

Forse anche noi (soprattutto giovani) abbiamo bisogno, esattamente come l’ottantacinquenne al comizio, di “qualcosa in cui credere”.

Veramente.

http://stefanoanedda.wordpress.com/

Il PD e la storia: un articolo di Giovanni de Luna

Riportiamo un interessante contibuto che ci è giunto tramite la mailing list del Circolo Rosselli di Milano. Messe in evidenza e commenti sono nostri.

 

Il Pd e l’abbandono della storia
Giovanni De Luna
Manifesto 4.9.08

Prima venivano da lontano e andavano lontano, si sentivano nella Storia e agivano per la Storia. Ora sono usciti dalla Storia e hanno cancellato la Storia. Se il vecchio Pci si nutriva di storia fino a rischiare l’indigestione, adesso il Pd sembra consumarsi nell’inedia. Nelle scuole-quadri di un tempo ci si educava a una militanza che affidava le sue granitiche certezze a un rapporto totalizzante con la Storia. «La Storia non conosce né scrupoli né esitazioni. Scorre inerte e infallibile verso la sua meta. A ogni curva del corso lascia il fango e porta con sé i cadaveri degli affogati. La storia sa dove va. Non commette errori. Colui che non ha fede assoluta nella storia non è nelle file del partito» era il Rubasciov di Arthur Koestler a parlare così.

Descrivendo con efficacia quell’incubo di mancare l’appuntamento con la Storia che segnò le biografie di tutti i militanti comunisti del 900. Era una Storia granitica, monumentale, pronta a falsificare i fatti e i dati della realtà per piegarli all’accoglimento di una Verità già predisposta; era una Storia chiamata soltanto a confermare l’inevitabile ascesa del marxismo-leninismo. Ora il crollo dei monumenti edificati su quella Storia ha lasciato solo macerie e smarrimento. Sembra di vedere Maurizio Ferrara, «il fratello comunista» descritto da Giovanni Ferrara, mentre piange guardando la sua biblioteca, di fronte all’estinguersi «della sacralità di quei libri schierati nello scaffale da anni a garantire un ordine, un sapere, un prevedere inalienabile e indistruttibile».

Nel racconto di sua figlia Clara, fu così anche per Emilio Sereni: «quando gli strappi alla sua rete, sommandosi, gli resero irriconoscibile il mondo, si separò da tutti i suoi libri, se li allontanò: e fu come farsi cieco… Attorno a lui metri e metri di librerie svuotate, deserte, sui muri i segni di quello che non c’era più». Ma veramente non ci sono alternative a quei libri e a quella concezione della Storia? Veramente l’unico rapporto possibile oggi tra la sinistra e la Storia può solo oscillare tra l’imbalsamazione del Passato e la sua cancellazione? Io credo che di un rapporto con il passato ci sia bisogno, che se non si vuole scimiottare una destra costretta a vivere nel presente per il presente una forza politica di sinistra debba avere la capacità di indicare il proprio album di famiglia, di proporsi nella storia di questi 150 anni di unità d’Italia riconoscendone luci e ombre, quelle proprie e quelle degli altri.
Recentemente Veltroni si è riferito a un «bisogno di memoria» come antidoto all’incubo dei replicanti di Blade Runner . Ha parlato però di memoria e non di storia. E la memoria a cui si è riferito ha una sua dimensione privata, individuale, domestica, così da sembrare modellata direttamente sull’universo delle fiction televisive. In realtà, l’incubo dei replicanti si fonda proprio sull’uso distorsivo di una memoria che più è sminuzzata, particolaristica, intimistica e più tracima dai canali televisivi e dai set cinematografici. Le immagini mettono uno accanto all’altro luoghi, epoche e culture in realtà lontanissime tra loro: il passato non esiste più e quella contiguità ci restituisce un tempo rarefatto, da consumarsi voracemente; gli eventi raccontati appartengono a questo tempo privo di spessore, mentre la loro memoria diventa un flusso mobile in continua modificazione, privato di un senso. Si è affermata così una forma di storiografia mediatica le cui tesi sono fluide e cangianti come le congiunture politiche che inseguono, come gli scopi che di volta in volta intendono raggiungere, a partire dal tentativo esplicito di incidere sulla formazione del senso comune attraverso la continua «revisione» del giudizio sui principali eventi della nostra storia recente. Ne deriva un presente che divora il passato, recidendo le sue stesse radici, svuotandolo di senso, colpendo al cuore il circuito virtuoso in cui da sempre si erano snodati i percorsi della conoscenza storica: studiare il passato, per capire il presente e progettare il futuro.
Ora però, smessi i panni dell’arroganza di chi credeva di essere nella Storia e di averla dalla propria parte [era ora, a stalle ormai vuote! Ndr], si tratta di dotarsi dell’umiltà sufficiente a ricominciare, di misurare i progetti e ambizioni sulla scala della loro realizzabilità e della loro operatività. Questo implica un sano ritorno ai fatti, una visione meno giustificazionista della storia, la capacità di declinarla rispetto alle urgenze del presente, non per giustificare le proprie scelte ma per capire e conoscere la realtà. Una storia di fatti e di fonti, dove la filologia coesista con i sentimenti.

Giovanni De Luna è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Torino e vicepresidente dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea. Viene da una lunga militanza politica a sinistra e, in un sito di giellisti, non si può non ricordare che alla Storia del Partito d’Azione ha dedicato un’opera fondamentale, edita da Feltrinelli nel lontano 1982 e infine ripubblicata da Editori Riuniti nel 1997 (ma i suoi primi scritti sul PDA sono del 1968-69, doveva essersi appena laureato allora).

Esprimiamo l’augurio che i Piddìni, esponenti e militanti, leggano e riflettano; ma lo facciamo proprio solo per una forma di ottimismo della volonta: perchè se la situazione del PD in Italia è come quella della Sardegna, ci sembrano davvero in tutt’altre faccende affaccendati. La guerra per bande la praticano, eccome, potrebbero dare lezioni a Parri, Longo, Mazzini e Bianco di Saint-Jorioz: ma non c’è bisogno di saper di storia, per il tipo di guerra che praticano loro.

Che la destra sia "costretta a vivere nel presente per il presente" è senz’altro vero, ma non sembra affatto che il senatus populusque del PD lo sia di meno. Quando li si sente parlare di storia, gli uni e gli altri, soprattutto nella loro dimensione preferita, quella televisiva, al di là del diverso colore della maglia si sente un’aria… come di ultima pagina della Fattoria degli animali.

Il mistero del ministero-ombra

Michele Ventura, ministro-ombra
"all’attuazione del programma" per il Partito Democratico

Dunque il Pd ha varato il governo ombra. Non mi interessa discutere dell’efficacia  o meno dello strumento. Guardo invece con curiosità l’elenco dei ministeri e scopro che il premier-ombra Veltroni  ha inserito il dicastero “per l’attuazione del programma”, affidato al sessantaquattrenne d’alemiano Michele Ventura. Di quale programma dovrebbe controllare l’attuazione, il buon Ventura? E’ molto difficile che riguardi il programma del PD, dato che il partito è tagliato fuori da ogni concreta possibilità di realizzazione: in questo caso si tratterebbe di una casella inutile. Ma forse l’anziano d’alemiano dovrà occuparsi del compimento del programma berlusconiano.  Volendo darne un’interpretazione benevola, i vertici del PD – in stato confusionale dopo la bruciante sconfitta elettorale —  avrebbero semplicemente sbagliato nome per il ministero: da oppositori infatti dovrebbero desiderare la “mancata” attuazione del programma di cui è fautrice la destra. A meno che il PD non sia preoccupato che Berlusconi trascuri alcuni punti qualificanti della sua agenda di governo — dalla criminalizzazione dell’immigrazione all’ulteriore precarizzazione del lavoro — e voglia dargli (nell’ombra) una mano. Rebus sic stantibus è opportuno che sul programma comune vigilino non uno ma ben due occhiuti ministri. Siamo al Veltrusconi british style?

[Sardonicon]

La democrazia ai tempi del PD: storia di siti sardi

Pubblichiamo da "L’Altra Voce" un intervento che ha come oggetto la "nuova" gestione del sito web del PD della Sardegna.

Anzitutto come segno di solidarietà nei confronti della precedente gestione, che aveva realizzato e gestito per anni – prima con il sito dei DS, poi con quello del PD – una delle poche voci articolate e vivaci sul web che si potessero trovare in quell’area. Tutt’altra cosa rispetto all’impressione di discesa nella cripta che si avverte ogni volta che capiti di transitare, per esempio, dal sito della Federazione DS di Sassari il cui controllo fu a suo tempo oggetto di una sotterranea quanto feroce disputa fra componenti: ultimo aggiornamento 5 luglio 2007. I siti che avevano come webmaster Giovanni Corrao (www.ds.cagliari.it è ancora consultabile on line) si caratterizzavano per uso limitato del politikese, capacità di dare spazio alla pluralità di voci presente nell’area diessina e anche per l’attenzione nei confronti degli eterodossi, fino al punto di inserire fra i non molti link raccomandati quello al sito del nostro Circolo GL di Sassari (lo si trova ancora nel sito del Circolo telematico n.1 del PD: http://www.pdsardegna.it/link/index.html) che francamente non ha mai mostrato tenerezze nei confronti dei DS, nè tanto meno del PD. Probabilmente non è un caso che il webmaster non si sia formato ai costumi di obbedienza incondizionata tipici del Gran Partito, ma provenga dalla sinistra laica: fatto si è che con la "normalizzazione" del sito del PD – che ora ha veste grafica più sgargiante ma politicamente mostra tutti i consueti colori del grigio tipici dei siti del centrosinistra in Sardegna, primo fra tutti il patinatissimo sito di Progetto Sardegna, su biatu - si spegne una delle poche voci libere di quell’area. Più che spegnersi, si riduce a quella del già ricordato Circolo online n.1 del PD sardo, che prosegue nella veste e nell’impostazione politica i siti precedenti, ha anche lei il suo bravo blog come organi di libera discussione, ma sarà prevedibilmente privato dell’auctoritas derivante dal fatto di essere espressione di una istanza territoriale come la federazione della più grossa provincia sarda. A dimostrazione di come la negazione della libertà di espressione oggi non passi per le censure e i bavagli, ma dalla capacità da parte dell’establishment di ridurti a una piccola voce in grado di farsi sentire solo da pochi.

E comunque a questa Vocetta telematica noi inviamo i nostri auguri, e per un ben preciso motivo. Questo nuovo partito che chiede consensi energie e voti al popolo della sinistra per poi praticare la democrazia delle liste bloccate (nelle primarie e per scelta propria, fuori dal potere malefico dei Calderoli & C.) e della "normalizzazione" delle voci, è qualcosa di non poco inquietante; non vogliamo chiederci come finirà per schierarsi sulle grandi questioni pendenti circa la praticabilità in Italia di spazi reali di democrazia anche da parte delle voci che cantano fuori dal coro. Sulla commissione di inchiesta sul G8 di Genova per esempio, materia su cui ieri Fini ha espresso con estrema quanto feroce chiarezza la posizione della destra; o sulla possibilità di esprimere in forme democratiche ma pubbliche la propria opposizione al G8 della Maddalena, per venire a una questioncella sarda in ballo nei prossimi mesi. Quindi, ben vengano le voci che, anche dentro il PD, cantano fuori dal coro e credono nella democrazia delle pratiche e dei fatti e non in quella degli spot.

A.B.

 L

 

mercoledì 2 aprile 2008

Interventi.

La porta in faccia a chi aveva voglia di discutere
Cambia il sito del Pd sardo, sparisce il forum

di Massimo Marini

Ho contato fino a dieci. Perché così consiglia un vecchio adagio e perché così consiglia il buon senso. Ho contato fino a dieci perché prima bisognava vedere quali erano le reali intenzioni. Ma ad ulteriore conferma che i proverbi non sono una sciocchezza, si è ahimé avverata una mia previsione azzardata all’indomani della chiusura del sito pdsardegna.it a favore del “nuovo” sito ufficiale del Partito Democratico in Sardegna, una previsione fatta sotto voce con la premessa che a pensar male si fa peccato, ma spesso ci s’azzecca.

Il fatto è noto: esisteva un sito (da sette anni), prima dscagliari.it, poi pdsardegna.it, che rappresentava uno spazio democratico di confronto e dibattito tra persone che nell’area di centrosinistra si riconoscono ma che all’area di centrosinistra hanno tanto da dire. Un sito che non era diretta espressione della dirigenza del partito e che da questa è stato sempre ignorato, nonostante i ripetuti inviti ad intervenire ai dibattiti telematici che si sviluppavano con cadenza più o meno settimanale.

Un sito che aveva il pregio principale di dimostrare ai lettori/elettori che si poteva far politica all’intero di un partito anche senza condividerne tutte le scelte e tutte le posizioni. Che soprattutto dopo la spiazzante (in termini di ideologie e schieramenti) novità del PD, era possibile tentare di imprimere un nuovo circolo virtuoso che partisse dal basso e che contribuisse a scompaginare i vecchi schemi politici e partitici fatti di chiusura, lentezza, esclusione del cittadino, distanza.

Beh, ora questo sito non esiste più. Non esiste più perché la dirigenza del partito ha chiesto che venisse ceduto lo spazio ad un nuovo soggetto al quale è stato assegnato il compito di creare, su standard nazionale, il “sito ufficiale” del Partito Democratico in Sardegna.

Al di là della profonda mancanza di rispetto personale dimostrata dal nuovo responsabile, il quale non si è degnato di “intervistare” e/o contattare, né tantomeno di coinvolgere nessuno dei redattori di pdsardegna.it, il nuovo sito “ufficiale” del PD sardo è la quintessenza della retorica autocelebrativa tipica del vecchio modo di fare campagna elettorale. Slogan, foto, liste della spesa (il programma), bacheca di appuntamenti. Stop. Nemmeno una traccia di commento, di dibattito, di considerazione, di spazio pubblico. Nemmeno il link al blog del Circolo telematico n. 1, o magari il link ai vecchi interventi fatti su pdsardegna.it. Niente, tabula rasa.

Una irritante manifestazione di arroganza verticistica che ha prodotto un sitarello che scimmiotta quello nazionale, il quale ha almeno il pregio di lasciare uno spazio libero ai lettori, e che comunque può contare su interventi di personaggi di un certo calibro e che non necessariamente sono appiattiti sulle decisioni della dirigenza, pur tenendo conto dei toni soft utilizzati per muovere critiche in piena campagna elettorale.

Il motivo di questa illuminante manovra della dirigenza sarda rientra comunque perfettamente nello schema isolano (ma anche nazionale – se si esclude la spinta innovatrice di Veltroni) fatto di paura della critica, di rendita di posizione, di ignoranza strategica, ma soprattutto di incapacità a tener botta alla impressionante spinta che dal basso preme per un cambiamento.

Non so se sia più preoccupante concludere che la dirigenza sarda non ha capito l’importanza fondamentale della rete nel futuro della vita politica, e dunque anche dei consensi oltre che dei contenuti, oppure che – pur comprendendone l’importanza – ne ha di fatto paura.

Che uomo è chi ha paura delle critiche e del confronto? Certamente non un uomo dal quale mi fa piacere essere “governato”.

Elezioni politiche 2008/ Veltroni, dal buonismo al cattivismo

veltroniGrazie

Mi scusi Veltroni, ma lei non pensa che la castrazione chimica per i pedofili sia come amputare la mano ai ladri?
«Non ci avevo pensato, grazie del suggerimento».


(La Jena questa volta ha affilato ben bene le zanne, da La Stampa di oggi.)an.fon_container{
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PD, via la Resistenza per compiacere la destra

FNForza Nuova ringrazia per il gentile omaggio… e anche Allenza Nazionale con i suoi nostalgici movimenti giovanili, La Destra di Storace e Bontempo, la Fiamma Tricolore, Alternativa Sociale della Mussolini, ma più ancora ringrazia Berlusconi, che li imbarcherà tutti per tenere in pugno parlamento e governo.

Non paghi di averci regalato il prossimo governo Berlusconi III, quelli del PD "si dimenticano" di inserire l’antifascismo e la Resistenza fra i loro valori fondamentali. Riferimenti troppo ingombranti per chi cerca in ogni modo di legittimare la destra aziendalista e filofascista di Forza Italia e company? L’operazione PD sembrava solo il frutto di un accordo di potere fra oligarchie ex-comuniste ed ex-democristiane, oggi sempre più si propone come soggetto politico subalterno nei confronti della cultura berlusconiana, a sua volta espressione rinnovata (ma molto ben riconoscibile) dell’eterna Italia reazionaria, trasformista, clericale. Ma posti di fronte ad una scelta, perché gli elettori centristi, moderati o genuinamente di destra dovrebbero scegliere la fotocopia sfocata (il PD) e non l’originale (CDL)?

Bella addio, il Pd dimentica la Resistenza

di Giovanni De Luna, La Stampa, 2.2.2008

Nei tre documenti fondanti del Partito democratico (il Manifesto dei valori, il Codice etico e lo Statuto), che oggi saranno approvati dalle relative commissioni, non c’è traccia della Resistenza e dell’antifascismo. I motivi di questa omissione non sono facilmente spiegabili. È possibile che si sia voluto consegnare alla storia quelle esperienze, considerandole ormai un patrimonio acquisito degli italiani, connotate da valori – come il «patriottismo costituzionale» richiamato e dal presidente Napolitano – che non possono essere di parte o di partito.

Valori che sono entrati stabilmente a far parte di un comune idem sentire. Ci troveremmo, in questo caso, a confrontarci con un altro aspetto di quel «paese normale» la cui immagine, sempre più spesso evocata, alimenta gli auspici e le illusioni del Partito democratico.

È anche possibile che in questa scelta ci sia invece l’ossessiva ricerca di una sempre più marcata discontinuità con «tutte» le identità novecentesche della sinistra italiana e che il nuovo partito abbia scelto di azzerare tutto il passato senza distinzioni, facendo precipitare in un unico tritacarne di rimozioni e di oblio lo stalinismo e Giustizia e Libertà, i funzionari al servizio di Mosca e i partigiani morti combattendo per la democrazia, il partito di massa e le eroiche minoranze che furono protagoniste della Resistenza. È possibile che ci sia semplicemente un calcolo di pura opportunità, il tentativo di modellare i valori del partito che nasce su quelli di un’ipotetica coalizione di governo di centro, al cui interno, verosimilmente, gli alleati non sarebbero certamente teneri verso quel tipo di eredità. A differenza della Dc, infatti, il mondo cattolico disposto a dialogare con il Partito democratico ha liquidato la Resistenza, seppellendola sotto l’etichetta della guerra fratricida e spostando l’attenzione piuttosto verso la cosiddetta «zona grigia» (fascisti e partigiani furono due minoranze contrapposte, rispetto a una popolazione che non voleva più saperne di combattere né da una parte né dall’altra), verso quella grande maggioranza di italiani che allora preferì non scegliere e tirare a campare.

Scelta culturale o scelta politica, si tratta comunque di una sorta di autorete. Ha suscitato molte perplessità la «fusione fredda» che ha preceduto la nascita del Partito democratico: molti ragionamenti sugli spazi politici da occupare, sulle alleanze da disfare, sugli avversari con cui dialogare; pochissimi sulla propria identità, sulle proprie radici, su un qualcosa che rendesse l’adesione al partito un gesto diverso dall’iscrizione all’anagrafe o ai registri dell’Inps. Forse, in questo senso, l’antifascismo, con il surplus di democrazia che è racchiuso in quell’esperienza, e la Resistenza, con l’imperativo morale di scegliere da che parte stare, potevano essere riferimenti ingombranti, ma utili.

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