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Il tradimento della scuola pubblica.

La convergenza del centrosinistra e del centrodestra nella distruzione della scuola italiana 
di Massimo Bontempelli (pubblicato su Koinè, Periodico culturale – Anno X N° 1 – Gennaio 2003: qui offriamo una versione ridotta, il testo completo si può leggere all’indirizzo http://www.petiteplaisance.it/ebooks/1001-1030/1020/el_1020.pdf)

Sono passati otto anni, ma l'attualità del contenuto, complici le politiche filovaticane di Fioroni e il furore distruttivo di Maria Stella Gelmini, resta inalterata…

Vorrei parlare [...] dell’attuale evoluzione della scuola italiana dopo la riforma di Berlinguer [...]. Per capire il senso profondo di tale evoluzione, bisogna cogliere le continuità di fondo dei tre ultimi ministri della pubblica istruzione, Berlinguer, De Mauro e Moratti, che invece appaiono al senso comune portatori di idee diverse. La pubblicistica ha visto addirittura De Mauro, diverso da Berlinguer. Con questo non voglio dire che tutto sia uguale. Ci sono diversità nelle rappresentazioni mentali dei tre personaggi, e diversità di superficie nei loro atti. [...]
Però a mio avviso questi mutamenti rispondono alla medesima logica di fondo: la teleologia, la tendenza delle trasformazioni in atto nella scuola, pur con congegni diversi, rimane la medesima. Si tratta del progressivo smantellamento del sistema nazionale della pubblica istruzione, perseguito perché appare inutile e costoso ad una società organizzata in modo sempre più esclusivo da logiche di mercato. [...]
Nella circolazione mediatica sembra che Berlinguer sia in antitesi alla Moratti perché la accusa di aver affondato la sua riforma. Ciò si inserisce nel contrasto che viene molto enfatizzato tra centro-destra e centro-sinistra, tra Ulivo e Casa delle libertà, per cui si pensa che la riforma Berlinguer e quella Moratti debbano essere oppositive perché vengono da campi politici diversi. Ecco, io sono profondamente convinto che una delle trappole mentali che oggi ci impediscono di vedere la realtà dei problemi sia proprio questa contrapposizione tra centro-destra e centro-sinistra. Anche qui, non voglio dire che i due schieramenti siano uguali. Sono diversi per stile, per matrici culturali, per aspetti estetici. Però l’evoluzione della società italiana, è sostanzialmente la stessa, sia che prevalga il centro-destra, sia che prevalga il centro-sinistra. Certo, Berlusconi compromette maggiormente la funzione giudiziaria dello Stato, e ciò non è cosa da poco. Certo è culturalmente più rozzo, politicamente più oscillante, ideologicamente più populista. Ma sia Berlusconi e il suo centro-destra, sia il centro-sinistra, non riescono ad amministrare il paese se non nella piena sudditanza all’economia del profitto, di cui accettano i costi di degradazione sociale, morale, culturale ed ecologica .[...] È proprio questa sudditanza che li fa convergere nello smantellamento del sistema nazionale della pubblica istruzione. Il senso degli interventi di Berlinguer, di De Mauro e della Moratti è infatti l’aziendalizzazione della scuola. Si tratta di una vera violenza perché la scuola non può essere azienda per sua natura. Tant’è vero che quando si pone la cosiddetta concorrenza tra le scuole, che viene tanto esaltata, basta che uno abbia gli occhi per vedere: non è che la concorrenza gioca sui contenuti migliori. La concorrenza avviene su un terreno deteriore, sul terreno dell’immagine, di ciò che è immediatamente utile. [...] Insomma dal punto di vista economico, se riferita agli oggetti di consumo, la concorrenza ha un senso, perché il cliente sarà spinto ad acquistare quelli che gli funzionano meglio, ma non lo ha nella scuola, perché il cliente della scuola non è spinto a cercare la cultura profonda, la formazione dell’uomo, che magari i genitori non sanno nemmeno cosa siano. Dire che il cliente sceglie la scuola migliore significa in realtà puntare al ribasso. 
Anche la concorrenza tra insegnanti – spingono in tutti i modi a dividerci, cercano di metterci in contrasto per pochi spiccioli – non è che privilegia il merito. La dimensione educativa è una dimensione, diciamolo, spirituale, per cui bisognerebbe che l’aspetto economico fosse garantito. Nella scuola andrebbe proprio bene quello che si critica, una sicurezza economica per cui non fosse necessario pensare più ai soldi, rincorrendo, come accade oggi, progetti o pseudo progetti con l’unico scopo di dividersi qualche spicciolo. L’ideale sarebbe un insegnante che, proprio perché ha garantita una base economica, possibilmente più decente di quella attuale, si spende anche gratuitamente.
 
Lo smantellamento del sistema nazionale della pubblica istruzione ci riporta indietro a prima della rivoluzione francese, quando l’istruzione delle persone dipendeva dalle famiglie. La scuola pubblica, che si fa carico di trasmettere i saperi essenziali di una nazione da una generazione all’altra, non è nata in Italia, come normalmente si crede, con la legge Casati del 1859, ma è, anche in Italia, figlia della Rivoluzione francese. [...] Il primo sistema scolastico pubblico italiano è stato quello del Regno d’Italia. Non però del Regno d’Italia creato nel 1861, ma di quello di Eugenio de Beauharnais, che nonostante avesse il vicerè francese e fosse vassallo della Francia, aveva un organo rappresentativo italiano, ministri italiani, ed un esercito con il tricolore e con generali italiani, e che fu cancellato dalla Restaurazione del 1815. In questo Regno d’Italia c’è stata la prima riforma scolastica, prima ancora di Casati, che era più di una riforma, perché non si trattava di riformare la scuola, ma di introdurla. È la famosa Legge Paradisi-Moscati, che ha introdotto per la prima volta una scuola elementare, una scuola media e una scuola superiore.
Questa scuola è nata per formare il cittadino, e nella Convenzione Nazionale queste cose erano dette esplicitamente. Con la rivoluzione francese siamo entrati in un’epoca nuova: se l’individuo non deve più essere suddito di poteri feudali, ecclesiastici, di tradizioni schiaccianti, ma deve essere cittadino, partecipare alla vita politica della propria comunità, determinarla, questo non è assolutamente possibile senza un certo grado di informazione e di comprensione della realtà sociale, della sua scienza, della sua storia. La scuola pubblica è nata esplicitamente collegata al diritto di cittadinanza; tant’è vero che nelle relazioni di presentazione di questa legge, che pure sono svolte da personalità di ispirazione conservatrice, si legge che la scuola deve essere pubblica, e non ci deve essere in essa neppure “un grammo” – usano proprio questa espressione – di privato. Tant’è che veniva esclusa l’esistenza stessa di una scuola privata. La scuola è pubblica e nazionale; cioè devono essere stabiliti a livello nazionale programmi ed obiettivi, e questo perché la scuola ha la funzione di rendere possibile la cittadinanza. Questi principi sono stati ripresi mezzo secolo dopo, alla vigilia dell’unità d’Italia. 
Nella relazione di Casati per la legge scolastica del 1859 è detto che l’iniziativa privata deve essere assente nella scuola. E Casati non era certo contro l’iniziativa economica privata. Era un liberale e un liberale perfino più conservatore di Cavour. Ma proprio perché si era favorevoli all’iniziativa privata nella vita economica, proprio perché l’uomo nella società si spende come homo oeconomicus, fu scelto di dare una formazione che economica non fosse. Deve avere, la scuola, una giusta separatezza dalla società. Non separatezza nel senso che non deve occuparsi dei problemi sociali, ma nel senso che non deve essere schiacciata sulla immediatezza sociale. La scuola viene rovinata quando si comincia a dire – e l’esito finale sarà l’abolizione del valore legale del titolo di studio – che non deve fare altro che dare le abilità che servono al sistema economico, all’affermazione sociale. In questa maniera si è di fatto abolita la scuola. La scuola deve invece insegnare ciò che nell’immediatezza sociale non si può apprendere, e che oggi è più fondamentale che mai. [...] 
A che cosa serve la scuola? Ci trovi, nella scuola, la tragedia greca, Sofocle, l’Antigone, quelli non li trovi mai nel normale commercio sociale. La scuola deve collocarsi su un altro piano se deve formare l’uomo, il cittadino e non l’homo oeconomicus: quello ci pensa già la società a formarlo. La scuola tradizionale, che non voglio difendere, in quanto era “avvizzita”, bisognava riformarla in direzione opposta, cioè bisognava rinnovare i suoi contenuti culturali in modo da renderli vivi, significanti. [...] 
La prima cosa sarebbe quella di pensare un asse culturale. Cos’è un asse culturale? È un obiettivo culturale verso cui le diverse discipline che vengono insegnate funzionalmente convergono. Per esempio la riforma Gentile un asse culturale lo aveva. Poi quest’asse culturale lo ha perso, ma perché è stato smantellato dal fascismo stesso. Chiunque si occupa di scuola sa che non è vero che la riforma Gentile è la riforma del fascismo. Ad abbattere la scuola gentiliana in gran parte ci ha pensato il fascismo stesso. Per esempio è abbastanza noto che la conciliazione tra Stato e Chiesa nel ’29 ha portato dei cambiamenti nella scuola che andavano in direzione opposta alla riforma Gentile. La riforma Gentile aveva un asse culturale che era dato dalla filosofia, cioè era la filosofia che doveva selezionare la classe dirigente politica, e guardate questo era un asse culturale per tutte le scuole. Uno può dire “Cosa c’entra alle elementari la filosofia?”. Nella mente di Gentile c’entrava anche alle elementari. Non nel senso che si dovesse insegnare filosofia, ma che alle elementari si metteva al centro la religione che, secondo la teoria di Gentile, era la forma infantile della filosofia. Il problema che dobbiamo porci è: quale potrebbe essere l’asse culturale della scuola attuale? Secondo me, per varie considerazioni che qui non posso svolgere, l’asse culturale della scuola oggi dovrebbe essere la dimensione della storicità. Occorrerebbe cioè reintrodurre la storia là dove è stata svuotata, e quindi insegnare la lingua e la letteratura dal punto di vista storico. La dimensione storica è poi di importanza cruciale per l’insegnamento delle materie scientifiche. Per esempio, quando si insegna la geometria euclidea non si dice chi era Euclide, dove aveva studiato, perché aveva costruito quel sistema deduttivo. Se si riscoprissero tutti i legami fra la geometria euclidea, i progetti dell’accademia platonica, la continuità e la separazione di Euclide rispetto alla filosofia platonica, la sua geometria acquisterebbe un profondo significato culturale ed educativo. Pensate che bello se l’insegnante di storia insegnasse la storia dell’età ellenistica, e l’insegnante di matematica insegnasse la geometria euclidea, e le cose si incastrassero. In mancanza di ciò, l’insegnamento scientifico, che dovrebbe quasi per definizione essere un insegnamento critico, diventa, paradossalmente, come ci spiega Lucio Russo, il più dogmatico. Perché le persone imparano delle leggi scientifiche, dei procedimenti, delle soluzioni di problemi in maniera totalmente dogmatica, tant’è vero che lo studente della scuola secondaria generalmente non sa che la scienza non è mai definitiva, che è un modello, che la fisica newtoniana non è più vera in senso assoluto, perché addirittura le sue disconferme sono state quasi co-originarie alla sua formazione. Ad esempio le leggi di Keplero sulle orbite dei pianeti vengono imparate a scuola completamente svuotate di significato storico. Non si immagina che le ipotesi che hanno guidato quello scienziato nella scoperta dell’orbita di Marte sono ipotesi metafisiche, di tipo neoplatonico e neopitagorico. Io penso che una scuola dovrebbe coordinare le materie, i programmi, gli insegnamenti, insegnare cioè arte, letteratura, scienza, filosofia dal punto di vista di una connessione storica e penso che questo sarebbe molto importante. 
In una scuola seria, degna di questo nome, un insegnante dovrebbe impegnarsi molto nell’argomento che insegna e dovrebbe impegnarsi molto e discutere della relazione, un altro problema che spesso è trascurato. Ci sono, non neghiamolo, insegnanti che sono catastrofici nella relazione con i ragazzi. Per esempio, l’insegnante che per la sua tematica psicologica è permaloso ha sbagliato mestiere. L’insegnante non deve avere reazioni di turbamento ed emotive per comportamenti degli studenti che gli paiano disconfermanti di sé; deve sentire la differenza tra l’adulto e l’adolescente o il preadolescente; deve capire come funziona l’adolescenza. Una buona relazione non significa tollerare tutto, non è il “fate come vi pare”, tutt’altro, nella buona relazione c’è una capacità di fermezza, di stabilire dei limiti, dei paletti, delle limitazioni. Le relazioni con gli studenti e i contenuti culturali sono le due cose più importanti, e sono anche le cose di cui si discute meno nella scuola. [...]
Questo tipo di degrado è stato alimentato, al tempo di Berlinguer, dall’imposizione del cosiddetto didattichese, utile solo alla lobby universitaria dei pedagogisti strettamente legata al centro-sinistra. Non è che io voglia negare l’importanza di riflettere sui metodi dell’insegnamento, però credo che Hegel abbia detto una cosa giustissima quando ha scritto che “il metodo è il movimento stesso del contenuto”. L’errore che imputo alla lobby pedagogista è di separare il metodo dal contenuto, e questo è un grave errore, perché tu non puoi insegnare come si insegna la fisica se non sai la fisica. Tu non puoi insegnare come si insegna la storia se non sai la storia, non puoi fare un metodo astratto dal contenuto. Invece per ragioni inerenti la storia di questa lobby universitaria politica, quello che si è fatto è questo. [...]
E poi sono ispirati da un’ideologia, che secondo me è deleteria, dell’oggettività della valutazione. Cioè bisogna arrivare ad eliminare la soggettività dell’insegnante. Un insegnante corregge un tema e darebbe sei e mezzo. Un altro darebbe sette e mezzo. Questo secondo loro è un gravissimo problema. Bisogna arrivare a un sistema di valutazione oggettivo. Ora questo, per chi ha un po’ di cultura filosofica, è una pura assurdità. Certo bisogna che l’insegnante abbia un equilibrio per cui controlli il suo peso soggettivo. Però è naturale che lo stesso tema venga valutato da uno con un sei e mezzo, e da un altro con un sette e mezzo. Non c’è nulla di scandaloso. Non è questo che rovina la scuola. E entro certi limiti, che non diventino gravi, che non dipendano dall’insegnante cialtrone, è naturale: la variabilità soggettiva va controllata, ma non è eliminabile. Il puntare a un’oggettività finisce per svuotare il contenuto dell’insegnamento.
Se io dico: quando c’è stata la marcia su Roma? Nel ‘20, nel ‘22 nel ‘30 o nel ‘34? Metti una crocetta. È chiaro che lì la risposta diventa oggettiva. Ma diventa oggettiva perché è prosciugata la complessità della materia. La persona impara storia se ragiona con me, se gli chiedo le cause, se si discute, e per valutare tutto questo non esiste una bilancia che pesi in maniera oggettiva. [...] E poi non è una gara di velocità, per cui se uno mi risponde in un minuto invece che in cinque secondi non vedo perché dovrebbe essere svalutato. Questa impostazione, oltre ad essere francamente demenziale, appartiene a chi, evidentemente, non ha mai insegnato in una scuola. Se infatti tu perdi 20 minuti a far le equazioni per dare il voto oggettivo non fai più scuola. Nella scuola distrutta dagli interventi del centro-sinistra e del centro-destra, non si sa più che cosa si insegna e per che cosa lo si insegna.

Appuntamenti Sardegna / Cagliari, Berlusconismo

Solidarietà e diritti- Fondazione Luca Raggio
con la collaborazione del Dipartimento di Studi storici, geografici e artistici dell'Università di Cagliari
e il contributo della Fondazione Banco di Sardegna


Presentazione del libro

Berlusconismo
Analisi di un sistema di potere

a cura di Paul Ginsborg ed Enrica Asquer
(Laterza, 2011)



 

Intervengono:
Francesco Atzeni
Paul Ginsborg
Enrica Asquer
Gianluca Scroccu

 

in collaborazione con le librerie il Bastione e Tiziano di Cagliari

venerdì 18 novembre 2011 – ore 16
aula degli Specchi 
corpo aggiunto Facoltà Lettere e Scienze della Formazione – CAGLIARI

L’epoca del Cavaliere ( recensione apparsa in "L'Unione Sarda" 11 luglio 2011)

Diceva Giorgio Gaber: Non temo Berlusconi in sé ma Berlusconi in me. E in effetti il grande cantautore milanese aveva colto un elemento centrale del potere dell’attuale Presidente del Consiglio e cioè il suo essere un fenomeno al di là della sua stessa persona. Perché l’uomo che ha così potentemente condizionato gli ultimi diciotto anni della vita pubblica italiana, senza dimenticare il periodo precedente in cui edificò il suo potere televisivo, è davvero destinato a diventare oggetto di analisi come fenomeno storico dotato di una sua fisionomia, una sua cultura e un suo modo di rappresentare i tempi. Certo non in maniera sist ematica, ma in grado di interpretare tensioni e orientamenti propri della società italiana capaci di suggestionare anche la sinistra, ad esempio con l’esasperata personalizzazione della politica o il condizionamento del mondo dell’informazione. Ecco perchè già oggi, quando la sua stella appare in declino dopo l’ultima tornata amministrativa e i referendum, è forse possibile iniziare a riflettere sulla sua figura in maniera scientifica. Ci hanno provato gli autori del volume Berlusconismo. Analisi di un sistema di potere (Laterza, € 16, pp. 254) curato da Paul Ginsborg, professore di storia dell’Europa contemporanea dell’Università di Firenze, e la giovanissima ma già apprezzata storica di origine cagliaritana Enrica Asquer. Il libro, che raccoglie gli atti del convegno omonimo organizzato da Libertà e Giustizia nel capoluogo toscano nell’ottobre 2010, ha il merito di riflettere nel concreto sulla genesi e la fenomenologia berlusconiana. Gli auto ri dei saggi tra cui, oltre i curatori, si possono citare Gustavo Zagrebelsky, Marco Revelli, Giovanni Gozzini, Guido Melis, Gabriele Turi, Gianpasquale Santomassimo, Antonio Gibelli, Amalia Signorelli, non sono certo tra i sostenitori dell’attuale Presidente del Consiglio. Sbaglierebbe, però, chi pensasse di trovarsi di fronte ad un libello meramente antipremier perché il tratto che emerge dalla gran parte dei contributi vuole analizzare seriamente il berlusconismo, ritenendolo dotato di elementi distintivi concreti e di una sua precisa fisionomia politica, a partire dalla categoria del patrimonialismo. Si spazia così dall’analisi del retroterra della sua ascesa a partire dagli anni Ottanta, un decennio oggi al centro di una feconda stagione di studi, all’universo dei centri culturali nati per supportare l’ideologia del fondatore di Mediaset. Per arrivare al rapporto con la Chiesa Cattolica e ai cambiamenti della società italiana in questi ultimi decenni, caratt erizzati dall’emergere di una marcata tendenza individualista, irrorata da una ricezione acritica del sistema dei beni di consumo su cui la cultura berlusconiana ha saputo agire in maniera decisa e proficua e che sembra destinata a restare al di là della parabola politica del Presidente del Consiglio. Centrali, sotto questo aspetto, le modificazioni impresse sul ceto medio, diviso tra chi rifiuta in maniera assoluta quella che giudica una deriva populista e chi invece si identifica nel messaggio mediatico berlusconiano, condividendo l’insofferenza verso le regole e l’acquiescenza verso un modello culturale come quello impostosi con la rivoluzione neoliberista. Importanti sono anche i contributi che dimostrano come gli anni berlusconiani abbiano portato ad un’alta conflittualità, assimilabile ad una concezione calcistica della politica che divide in tifosi dell’uno o dell’altro schieramento, forse anche superiore rispetto a quella della Prima Repubblica dove pur e c’era un minimo comune denominatore nonostante la Guerra Fredda. Berlusconi si pone in questo senso in una condizione di alterità rispetto alla classe politica del passato, utilizzando anche i canoni di quella che viene definita una personale neolingua, per cui chi lo avversa è necessariamente un nemico. In questa cornice trovano spazio i suoi problemi giudiziari e la devastante conflittualità con la magistratura, ma anche la rappresentazione spregiudicata del corpo femminile come mero oggetto sessuale e merce da vendere in tv o da utilizzare nelle logiche di potere rette dallo scambio tra potente e sottoposto. In sostanza, dal libro emerge il profilo di quello che i curatori definiscono un “populismo culturale” espresso anche sul piano dell’estetica e della valorizzazione di stili di vita resi popolari dalle tv e questo mentre la società, al di là delle rappresentazioni mediatiche e delle favole dei reality, si impoverisce e si polarizza. Il berlusco nismo si segnala quindi come un’esperienza politica frutto dell’intreccio tra nuovo e vecchio con cui, lo vogliamo o no, dobbiamo e dovremo fare i conti anche nei prossimi anni.


Gianluca Scroccu

Interventi / Bocca, Mussolini e Berlusconi: una lettura azionista del passato per non illudersi sul futuro

Mussolini Becco Giallo 01

Ci pare interessante riproporre l'articolo, uscito nell'ultimo numero dell'"Espresso", in cui Giorgio Bocca istituisce un paragone fra l'autoritarismo del regime fascista e quello che Berlusconi ha instaurato in Italia negli ultimi decenni, ed in particolare negli ultimissimi anni.

Chi segue questo blog sa che il nostro approccio al problema Berlusconi non ha niente in comune con quello da tifoseria di Curva Nord del quale ha fatto e fa tuttora sfoggio una parte purtroppo non piccola dell'opinione pubblica, degli organi di stampa, dei giornalisti e degli uomini politici di sinistra: con i solidi e sostanziali risultati che stanno sotto gli occhi di tutti. Non siamo mai stati quelli dello "scegliere il meno peggio"; non siamo stati mai quelli del "right or wrong, my country" (o, peggio, my side). Non siamo mai stati quelli per i quali le politiche di destra messe in atto da un governo di destra sono un abominevole attacco alla liberta e ai diritti fondamentali, mentre se messe in atto da un governo di sinistra – o sedicente tale – divengono un atto di responsabilità nell'interesse del paese. L'istituzionalizzazione del precariato è un atto criminale contro un'intera generazione, che sia targata Treu o Maroni o Brunetta; la violazione delle norme della Costituzione circa il carattere pubblico e laico dell'istruzione è un'infamia, firmata che sia da Gelmini o da Berlinguer; le liste bloccate sono uno strumento di antidemocrazia non solo nel Porcellum, ma anche nelle primarie del PD.
Berlusconi è sempre stato per noi, e tuttora lo è, quel che Norberto Bobbio aveva perfettamente definito all'indomani del 27 marzo 1994: l'autobiografia del paese; ovvero la proiezione del modo (distorto) attraverso cui in Italia si è sviluppata una cultura (o meglio, un'incultura) dei rapporti fra cittadino e Stato. Non per altro motivo è durato tanto, se non per questo (malgrado la mano che gli ha dato il sistema maggioritario, nella cui natura è appunto garantire la permanenza al potere di chi vince le elezioni). 

baciamano

Chi diceva queste cose, per molto tempo è stato considerato alla stregua di un uccello di malaugurio: Berlusconi, dicevano all'indomani della sua vittoria Quelli Che Di Politica Ne Capiscono Davvero, è un incidente della storia, che con alleanze meglio modulate e soprattutto più aperte verso il centro e il centrodestra, passerà presto nel dimenticatoio. Sono passati quasi 18 anni, il berlusconismo è sul punto di diventare maggiorenne, e nel dimenticatoio sono passati gli augusti strateghi di allora, e senza passare dal via. 

Quest'articolo di Bocca sembra interessante proprio per questo motivo: lo proponiamo non solo per la comprensibile stima che un blog come il nostro non può non avere per l'antico comandante della II Divisione Alpina Giustizia e Libertà e per il suo lunghissimo percorso di impegno giornalistico, ma soprattutto per questa lettura molto bobbiana (ovvero gobettiana e azionista) che dà del berlusconismo. B. non è un epifenomeno; è durato - e dura, e chissà quanto durerà ancora e con che danni – perchè esprime alcune caratteristiche profonde del modo in cui gli italiani guardano al funzionamento della politica e dello Stato. Così come le esprimeva il fascismo: in un modo – sembra dire Bocca –  che tende più alla farsa che alla tragedia, ma è comunque espressione di radici profonde quanto malefiche.
Tanto è vero che ha finito per fare scuola, il berlusconismo, anche in casa degli avversari: basta guardare a quel che succede nel PD (e anche in IDV, e in SEL, e nella FDS) non con lo spirito del tifoso che si esalta a vedere in campo la squadra con i suoi colori ed è pronto a giustificarla qualsiasi cosa faccia, ma con il disincanto e lo spirito analitico che del fare politica costituiscono  presupposto necessario ad ogni per quanto sano senso di appartenenza, e senza il sicuro possesso dei quali è decisamente meglio lasciar perdere la lotta politica e darsi all'ippica o alla meditazione.

Quel che scrive Bocca porta peraltro con sè un corollario, evidente quanto scomodo: sulla Rete, nei blog, in Facebook, in tv, nella stampa, nelle conversazioni quotidiane dilaga da mesi un bizzarro assioma, secondo cui poichè Berlusconi è la causa dei mali, il giorno che se ne tornasse a casa – o andasse in galera, o scappasse alle isole Cayman, o finisse appeso per i piedi – i mali sarebbero ipso facto terminati. Ora è persino banale constatare che un'analisi delle cose d'Italia siccome sono, e non siccome vorremmo che fussino, non può che portare alla conclusione che, anche ove si verificassero le precedenti condizioni (tutte peraltro fortemente auspicabili, tranne l'ultima), la gatta del berlusconismo sarebbe tutt'altro che pelata: ben altro ci vuole…

E' persino ovvio che, a partire da questo presupposto, attrezzarsi per affrontare la fase del dopo-Berlusconi – che comunque tutto lascia prevedere densa di lacrime e di sangue:, altra cosa che tutti quanti portano sulla fronte occhi aperti hanno sommamente chiara, e che chissà come mai nemmeno un solo leader della cosiddetta opposizione parlamentare ed extraparlamentare dice mai – non sarà cosa agevole nè semplice. E che comunque chi pensa di cavarsela con una cosa tipo festa dello scudetto (magari con il tradizionale addobbo dei colori di turno alla statua di Carlo Felice ritta in cima all'eponimo Largo cagliaritano: a indicare il livello di qualche cosa con la quale c'è invece da scommettere che dovremo prendere non poca confidenza negli anni immediatamente a venire, e speriamo solo in quelli), forse farebbe bene a limitare l'uso delle sostanze stupefacenti, ed anche la distribuzione delle medesime a terzi via tv stampa e fb. Come dicono gli amici valsusini, gente tosta e determinata come pochi, sarà düra; ed all'ennesima potenza.

Su un solo punto ci permettiamo un cortese dissenso dal gielle comandante Bocca: il 1945 non ha aperto quella fase di libertà e giustizia per la quale si era lottato, ed ha invece lasciato in piedi anche troppi privilegi e soperchierie. E' vero, ed è un'analisi della storia d'Italia molto azionista, ed azionista piemontese: se dovessimo chiosarla secondo il nostro punto di vista di azionisti sardi – per quanto, secondo il dettato di Guido Dorso, settentrionali del Sud – ne avremmo da aggiungere…
Ma se siamo qui a discuterne, a scriverne in pubblico, senza aspettarci per questo di sentir bussare domattina alla nostra porta una qualche polizia; se riusciamo a farlo anche dopo 17 anni di potere esercitato da un Tiberio in diciottesimo quale Berlusconi; se lo fanno tutti quei cittadini che vogliono farlo, malgrado l'agghiacciante pluridecennale bourrage de crânes; se lo fanno anche i giovani che si servono per questo degli strumenti della Rete e di un sistema di comunicazioni che comunque consente a chi voglia e sappia una ricezione e produzione di informazione impensabili anche solo fino a pochi anni fa; ciò avviene perchè, per quanto imperfetta difettiva zoppa malata e berlusconiana, l'Italia è comunque una democrazia.

Che è nata in quanto tale nel 1945: non prima; non dopo. Sarà bene non smettere mai di rivendicarlo con serena fermezza:  da parte di chi appartiene alla generazione che è andata in montagna; a quella delle magliette a righe; a quella di Valle Giulia; a quella di piazza Fontana, di Giorgiana Masi e Franco Serantini; a quelle della Pantera e di Genova. Non per altro: ma perchè a tirare a dipingere la situazione come se davvero tutto fosse stato inutile, tutti i gatti siano sempre e non possano essere se non grigi, e in definitiva una soluzione non sia in alcun modo migliore o peggiore dell'altra, c'è anche troppa gente. Che lo fa non senza precisi scopi: che non ci piacciono, e pensiamo non piacciano nemmeno a Giorgio Bocca. 

 

a.b.           

*  *  *

B. e il Duce: diversi in cosa?

Giorgio Bocca, "L'Espresso", 27 ottobre 2011.
 
La domanda è: perché gli italiani riuscirono a liberarsi di Mussolini, un tiranno armato, e non sono capaci di licenziare Berlusconi, che non ha milizie e ha instaurato un regime autoritario ma non feroce? Forse perché Berlusconi non ha una politica, ma governa nell'assenza della politica. il suo qualunquismo totale agli italiani evidentemente piace.
 
Mussolini era un tiranno armato, il Cavaliere invece ha realizzato un autoritarismo morbido che, con le barzellette e la corruzione, ha ucciso l'orgoglio degli italiani, ne ha eroso l'anima. Per questo il capo del fascismo è finito a piazzale Loreto, mentre questo non siamo stati ancora capaci di mandarlo viaMussolini aveva una politica estera e cercava di cogliere gli ultimi vantaggi dell'imperialismo. Commise l'errore fatale di allearsi con il nazismo hitleriano per la conquista del mondo e fu travolto nel suo fallimento. Berlusconi non ha una politica estera, è pronto a passare dall'alleanza con gli Stati Uniti a quella con la Russia, ma agli italiani la cosa sembra indifferente, come ai tempi di "Francia o Spagna purché se magna". Mussolini aveva creato un regime autoritario nazionalista che per certi versi piaceva agli italiani vanesi superficiali, un regime di cui era palese la debolezza: il gallo fascista che cantava su un mucchio di letame ma che coltivava l'amor proprio dei suoi sudditi fino all'ora della delusione totale. Berlusconi non ha creato nessun regime politico, ma qualcosa di peggio: l'assenza della politica, ha autorizzato gli italiani a fare i loro comodi.
 
Che cosa è la corruzione berlusconiana? Un permesso generale di furto, un invito a rubare allo Stato a vantaggio dei privati furbi. Il fascismo era un regime a tre piani: il mussoliniano, il clericale o partito dei vescovi, e il capitalista, i padroni del vapore "il grigio Pirelli" e "l'infido Agnelli", la rete delle parrocchie e la monarchia. A questi poteri antichi e sovrapposti Mussolini si consegnò senza sospettare la congiura in corso, accettò l'invito del sovrano all'ultima udienza e fu congedato con una frase perfida di falsa cortesia piemontese: "C'am fasa el piasì", mi faccia il piacere di togliersi di mezzo, e fuori lo aspettava il colonnello dei carabinieri e l'autoambulanza che fu la sua prima prigione. Una rivoluzione autoritaria che si credeva padrona del paese e che finiva in un arresto clandestino, in una congiura di palazzo organizzata da Dino Grandi, ministro degli Esteri firmatario e promotore della condanna del Gran Consiglio, l'organo creato per difendere il duce e che invece lo liquidava. Berlusconi e la sua fine politica sono altra cosa: l'uomo è tuttora in piedi, per merito dei suoi difetti più che delle sue virtù. Lui ha fatto il gallo del pollaio cantando sul mucchio di letame, ma ha permesso a milioni di italiani di fare i comodi loro, di non pagare le tasse, di saccheggiare lo Stato. La sua formazione di imprenditore abile e fortunato si è rivelata una iattura, prevedibile, perché quando alla guida di un paese arriva a furor di popolo uno che è nato per far soldi, per essere il capo degli avidi, è chiaro che guiderà il saccheggio. 
 
Tutti si chiedono perché resti al potere anche se dice cose intollerabili, come il "forza gnocca" come nome del partito della rinascita. Resta al potere perché il suo regime di autoritarismo morbido senza torturati e fucilati ha ucciso l'orgoglio, la protesta, l'indignazione degli italiani, la loro ribellione al satrapo e alle sue laide barzellette. Un'immensa platea di decine di milioni di persone apre le televisioni e legge i giornali per sapere che il cavaliere di Arcore ha di nuovo dato fuori di matto, ma non si sa più come fermarlo, come interdirlo. Nel 1945 avemmo l'illusione, la speranza che fosse tornata, e tornata per sempre, la democrazia, il tempo della ragione e della solidarietà. Ci siamo sbagliati: è arrivata una stagione di privilegio e soperchierie. Chi di noi, diciamocelo, ha ancora il coraggio di dire ai nostri figli che gli abbiamo preparato una vita nella libertà e nella giustizia?

Ernesto Rossi aveva già capito negli anni ’50 di che razza fossero i capitalisti italiani.

I nostri industriali cercano di rifarsi una verginità politica, scoprono che la nostra economia è in serie difficoltà e che il governo della destra ha fallito: tutto ciò dopo anni di subalternità al modello berlusconiano, un neoliberismo di cartapesta, applicato per lo più ai lavoratori, che coltiva la collusione fra gli interessi particolari (contro l'interesse collettivo) quale regola generale, nel mercato e nella pubblica amministrazione.  Il "Manifesto delle imprese per salvare l'Italia" promosso da Confindustria e sottoscritto dalle associazioni di commercianti, banche e cooperative fa seguito ai proclami di Montezemolo e precede il recente "paginone" di improperi firmato da Della Valle. I padroni del vapore hanno avviato le grandi manovre di riposizionamento. Sarà solo un nuovo capitolo nella storia del trasformismo italico. [Salvo Zedda]

Marchionne prende soldi come Romiti
I boss arraffano i contributi e poi fanno la predica agli italiani
 
Intervista a Marco Cobianchi di Pierpaolo Albricci
 

cop_mani-bucate-cover-3213516_0x410«Ho visto cose che voi umani…». Marco Cobianchi, firma di punta dell’economia del settimanale Panorama, cita Blade Runner quando gli si chiede del suo ultimo libro, Mani Bucate. Un lungo e incredibile viaggio nel cuore del capitalismo italiano come non avrei mai pensato di compiere (Chiarelettere). Nel 2009 Cobianchi ha scritto «Bluff», il libro che ha messo alla berlina i maggiori economisti italiani e le loro previsioni sballate sulla crisi economica e ora, con «Mani Bucate» ha realizzato un’inchiesta sulle imprese italiane che hanno incassato aiuti di Stato nel corso degli ultimi 15 anni. Le grandi ci sono tutte: Fiat, Pirelli, Marcegaglia, Olivetti, Stm, Saras, Intesa San Paolo, Unicredit. «Sì, ma i sussidi piovono un po’ su tutti, comprese le aziende medie e piccole che da Nord si sono trasferite a Sud attirate da incentivi e poi magari hanno chiuso facendo, nella migliore delle ipotesi, sparire i soldi e, nella peggiore, facendoli finire alla mafia».

Lei vuole riscrivere la storia economica italiana?
Quello che è chiaro è che l’economia italiana non è liberale, non è pianificata ma sussidiata

Nel libro lei denuncia lo spreco dei soldi pubblici, ma questa è responsabilità dei politici, non degli imprenditori. O no?
Sono responsabilità diverse. I sussidi servono per compensare gli extracosti che un’impresa deve sostenere per lavorare in un ambiente economico che non è pro-impresa. In Italia questi extracosti sono la criminalità, il corporativismo, le mancate liberalizzazioni, tasse stratosferiche, l’inefficienza della Pubblica amministrazione, il caos normativo e l’incapacità di realizzare grandi e piccole opere e via dicendo. Se non si risolve il problema degli extracosti è inutile dare aiuti di Stato. Le faccio l’esempio dello stabilimento di Termini Imerese che, dopo essere stato sussidiato con centinaia di milioni in anni recenti, viene chiuso soprattutto per motivi logistici. Verrà rilevato dalla Dr [azienda automobilistica italiana, NdC] grazie a un totale di altri 178 milioni di sussidi ma nessuno ha pensato di risolvere l’extracosto di Termini Imerese rappresentato dalla mancanza di strade e ferrovie intorno allo stabilimento. A che serve dare soldi alla Dr se poi questa dovrà affrontare gli stessi problemi che hanno convinto la Fiat ad andarsene? Ecco: lo Stato non risolve i problemi, dà soldi. E’ un bancomat. Il risultato è che gli incentivi alle imprese fanno crescere il Pil del Sud di appena lo 0,25% in più l’anno mentre le aree depresse degli altri Paesi crescono tra lo 0,6 e lo 0,9% in più.

E le responsabilità degli imprenditori?
Se lo Stato usa male i soldi pubblici, e Dio solo sa quanto li usa male, anche loro non scherzano. Al netto delle truffe, gli esempi di spreco dei soldi pubblici messi nelle loro mani sono impressionanti. Ma, soprattutto, l’aspetto allarmante, è che sono inutili. La Banca d’Italia ha detto che i soldi per la ricerca scientifica, 9,5 miliardi tra il 2003 e il 2008, hanno avuto effetti «nulli». E Draghi ha detto che i sussidi sono «generalmente inefficaci».

Questo, quindi, è più un libro contro gli imprenditori che contro i politici?
Io ho una stima sconfinata nei confronti di chi fonda un’impresa e credo che il liberalismo sia il migliore dei sistemi economici perchè permette alla persona di esprimere le proprie potenzialità e fa emergere i migliori. Tutto il contrario dei continui compromessi italiani tra politica e impresa. Perciò è insopportabile chi, dicendosi liberale, incassa miliardi di euro ogni anno dallo Stato e poi fa la morale ai cittadini e allo Stato perché non lo sono abbastanza.

Si dovrebbero abolire i sussidi?
No, si dovrebbero usare meglio. Per esempio: che senso ha pagare i film in 3D, gli skilift, i campi da golf, i cinepanettoni, gli hotel di lusso di Capri,i produttori di noci, le banche, le matricole di borsa? Io racconto la storia di un’azienda che ha addirittura ottenuto soldi ammettendo che ciò che produceva era totalmente fuori mercato.

E la Fiat?
Appunto, come direbbe Blade Runner, ho visto cose… Intanto non è vero che da quando c’è Marchionne la Fiat non ha preso soldi pubblici, li ha presi allo stesso ritmo di quando c’era Romiti. Io li racconto uno per uno: nel 2000 li ha ottenuti per il suo stabilimento di Foggia dicéndo che trasferire la produzione in Polonia le sarebbe costato meno perché a Foggia fa troppo caldo e c’è molto assenteismo. Per la prima volta faccio l’elenco dei fondi incassati perle attività di ricerca, ma ho dovuto tagliarne la metà sennò il libro diventava un’enciclopedia. Eppoi i soldi incassati per delocalizzare all’estero: per citare solo per titoli gli aiuti ricevuti da Serbia e Polonia mi sono servite tre pagine.
 
—© Italia Oggi 30/09/2011—

Libri / Berlusconismo, se lo conosci lo eviti

Pubblichiamo, per gentile concessione dell'Autore, la recensione di Gianluca Scroccu al volume Berlusconismo. Analisi di un sistema di potere a cur di Carlo Ginsborg ed Enrica Asquer (Laterza, 2011), apparse ne "L'Unione Sarda" dell'11 luglio scorso. 

L’epoca del Cavaliere
 

Diceva Giorgio Gaber: Non temo Berlusconi in sé ma Berlusconi in me. E in effetti il grande cantautore milanese aveva colto un elemento centrale del potere dell’attuale Presidente del Consiglio e cioè il suo essere un fenomeno al di là della sua stessa persona. Perché l’uomo che ha così potentemente condizionato gli ultimi diciotto anni della vita pubblica italiana, senza dimenticare il periodo precedente in cui edificò il suo potere televisivo, è davvero destinato a diventare oggetto di analisi come fenomeno storico dotato di una sua fisionomia, una sua cultura e un suo modo di rappresentare i tempi. Certo non in maniera sistematica, ma in grado di interpretare tensioni e orientamenti propri della società italiana capaci di suggestionare anche la sinistra, ad esempio con l’esasperata personalizzazione della politica o il condizionamento del mondo dell’informazione.
Ecco perchè già oggi, quando la sua stella appare in declino dopo l’ultima tornata amministrativa e i referendum, è forse possibile iniziare a riflettere sulla sua figura in maniera scientifica. Ci hanno provato gli autori del volume Berlusconismo. Analisi di un sistema di potere (Laterza, € 16, pp. 254) curato da Paul Ginsborg, professore di storia dell’Europa contemporanea dell’Università di Firenze, e la giovanissima ma già apprezzata storica di origine cagliaritana Enrica Asquer. Il libro, che raccoglie gli atti del convegno omonimo organizzato da Libertà e Giustizia nel capoluogo toscano nell’ottobre 2010, ha il merito di riflettere nel concreto sulla genesi e la fenomenologia berlusconiana.
Gli autori dei saggi tra cui, oltre i curatori, si possono citare Gustavo Zagrebelsky, Marco Revelli, Giovanni Gozzini, Guido Melis, Gabriele Turi, Gianpasquale Santomassimo, Antonio Gibelli, Amalia Signorelli, non sono certo tra i sostenitori dell’attuale Presidente del Consiglio. Sbaglierebbe, però, chi pensasse di trovarsi di fronte ad un libello meramente antipremier perché il tratto che emerge dalla gran parte dei contributi vuole analizzare seriamente il berlusconismo, ritenendolo dotato di elementi distintivi concreti e di una sua precisa fisionomia politica, a partire dalla categoria del patrimonialismo.
Si spazia così dall’analisi del retroterra della sua ascesa a partire dagli anni Ottanta, un decennio oggi al centro di una feconda stagione di studi, all’universo dei centri culturali nati per supportare l’ideologia del fondatore di Mediaset. Per arrivare al rapporto con la Chiesa Cattolica e ai cambiamenti della società italiana in questi ultimi decenni, caratterizzati dall’emergere di una marcata tendenza individualista, irrorata da una ricezione acritica del sistema dei beni di consumo su cui la cultura berlusconiana ha saputo agire in maniera decisa e proficua e che sembra destinata a restare al di là della parabola politica del Presidente del Consiglio.
Centrali, sotto questo aspetto, le modificazioni impresse sul ceto medio, diviso tra chi rifiuta in maniera assoluta quella che giudica una deriva populista e chi invece si identifica nel messaggio mediatico berlusconiano, condividendo l’insofferenza verso le regole e l’acquiescenza verso un modello culturale come quello impostosi con la rivoluzione neoliberista.
Importanti sono anche i contributi che dimostrano come gli anni berlusconiani abbiano portato ad un’alta conflittualità, assimilabile ad una concezione calcistica della politica che divide in tifosi dell’uno o dell’altro schieramento, forse anche superiore rispetto a quella della Prima Repubblica dove pure c’era un minimo comune denominatore nonostante la Guerra Fredda. Berlusconi si pone in questo senso in una condizione di alterità rispetto alla classe politica del passato, utilizzando anche i canoni di quella che viene definita una personale neolingua, per cui chi lo avversa è necessariamente un nemico.
In questa cornice trovano spazio i suoi problemi giudiziari e la devastante conflittualità con la magistratura, ma anche la rappresentazione spregiudicata del corpo femminile come mero oggetto sessuale e merce da vendere in tv o da utilizzare nelle logiche di potere rette dallo scambio tra potente e sottoposto. In sostanza, dal libro emerge il profilo di quello che i curatori definiscono un “populismo culturale” espresso anche sul piano dell’estetica e della valorizzazione di stili di vita resi popolari dalle tv e questo mentre la società, al di là delle rappresentazioni mediatiche e delle favole dei reality, si impoverisce e si polarizza. Il berlusconismo si segnala quindi come un’esperienza politica frutto dell’intreccio tra nuovo e vecchio con cui, lo vogliamo o no, dobbiamo e dovremo fare i conti anche nei prossimi anni.

Gianluca Scroccu

Cronache dal nuovo medioevo / I briganti sugli scranni, i giusti alla tortura: a Milano si commemora Luisa Ferida

Mentre in Italia si commemora il 150° dell'unità, il consiglio di zona 8 Milano – mercoledì 16 marzo 2011, in seconda convocazione (per non avere problemi con il numero legale), è stato convocato per discutere la proposta di intitolazione di una targa in memoria di Luisa Ferida, attrice aderente alla repubblica di Salò e partecipe, con Osvaldo Valenti, alle attività di tortura della famigerata banda Koch all'interno di villa Triste a Milano.
Questo è il testo approvato dalla maggioranza di destra del consiglio di zona, con 13 voti contro 11 dell'opposizione:
"In questo luogo, il 30/4/ 1945 venne assassinata, benchè incinta, LUISA FERIDA, famosa attrice di teatro e di cinema. A lei e a tutte le vittime dell'odio e della violenza causate da ideologie totalitarie e antidemocratiche è dedicata questa targa, affinchè mai più nella storia si ripetano simili nefandezze".
La targa e le motivazioni sono sconcertanti, un insulto alla storia e alla memoria per l'Italia e Milano, un atto gravissimo e di inaudita arroganza e ignoranza, e fascismo,una provocazione che offende tutte le vittime torturate e ammazzate dalla banda Koch, una delle più orrende squadracce del fascismo in Italia.
Milano democratica e antifascista reagisca a questa destra, non si può rimanere indifferenti.
 
ANPI  SEZIONI  ZONA  OTTO 
COMITATO ANTIFASCISTA ZONA OTTO
Coordinamento Sezioni ANPI Milano zona 6.
Comitato ANTIFASCISTA per la difesa della Democrazia zona 6 Milano.
 

Dall’intesa Berlusconi-Putin sul gas russo brutte notizie per la Sardegna

Dai files di Wikileaks vien fuori una quadro tutt’altro che rassicurante delle politiche energetiche italiane. La strategia di privilegiare i legami energetici con la Russia, pianificata da Berlusconi e realizzata dall’Eni, ha – fra l’altro – un immediato effetto negativo sull’economia della Sardegna. Com’è noto, l’ente che gestisce le forniture energetiche italiane realizzerà il gasdotto South Stream in comproprietà con la russa Gazprom. È da qui che in un futuro prossimo arriveranno le maggiori quantità di gas per l’Italia e i Balcani (Bulgaria, Macedonia e Albania garantiscono infatti il passaggio della pipeline).
 
Invece la costruzione del gasdotto Galsi, che dovrebbe trasportare il metano estratto in Algeria dalla Sardegna verso il continente italiano (con un’eventuale deviazione in Corsica verso la Francia) è di fatto bloccata. C’è di peggio: non rientra fra le infrastrutture strategiche europee a causa della mancata indicazione in tal senso del governo italiano (ciò significa che verrà meno una buona fetta delle risorse finanziarie comunitarie destinate alla sua realizzazione). Enormi investimenti rischiano dunque di andare in fumo, tanto più necessari in una fase come quella attuale in cui la disoccupazione in Sardegna (ma non solo) è alle stelle. (1)
 
galsi 2È difficile negare che ci sia una relazione fra l’affare South Stream che va avanti (grazie all’appoggio del governo Berlusconi) e il progetto Galsi che al contrario è fermo (in quanto ritenuto dallo stesso governo “non strategico”). Poste queste premesse, il metano rischia di continuare ad essere una chimera per le imprese e i cittadini sardi, mentre la nostra economia affonda sempre più rapidamente nella palude del sottosviluppo.
 
I politici sardi che cosa aspettano a ribellarsi ad una situazione di permanente frustrazione dei nostri interessi economici? Non si capisce perché non muovano passo e non articolino voce su un tema che riguarda l’avvenire di tutte le classi sociali isolane, imprese lavoratori e cittadini comuni. Sorprende che ancora nessuno abbia avviato una forte campagna a sostegno del progetto Galsi. C’è da chiedersi: perché? La giunta regionale è espressione di una maggioranza politica che ha digerito l’asse Berlusconi-Putin senza il minimo cenno critico. Ma le opposizioni che fanno? Anche loro sono stregate dagli occhi di ghiaccio dell’autocrate russo? Oppure temono le reazioni del “cane a sei zampe”?
 
Lo sviluppo della Sardegna sarà legato nei prossimi decenni, fosse solo per mera vicinanza geografica, allo sviluppo del nord Africa, di cui l’Algeria rappresenta uno degli stati più importanti, proprio in virtù del suo enorme potenziale energetico. È o no nell’interesse della Sardegna coltivare questi rapporti nel lungo periodo? Per noi Sardi sono più importanti i rapporti con la Sonatrach algerina oppure con l’Eni italiana? È più rilevante stringere un’alleanza con la Corsica in vista di una comune infrastruttura per la distribuzione del metano oppure la spartizione dei profitti del South Stream fra Eni e Gazprom?
 
La Sardegna senza metano (il solo combustibile che garantisca la transizione verso un’economia basata sulle energie rinnovabili), senza lavoro, priva di una prospettiva di sviluppo, non potrà che essere sempre più una terra destinata agli insediamenti militari (e molto probabilmente, allo stoccaggio delle scorie nucleari che tutti rifiutano). Se vi fossero dei politici sardi coraggiosi e lungimiranti, si inserirebbero nelle contraddizioni e nei conflitti che contrappongono i blocchi economici del capitalismo internazionale, e i governi a loro correlati, per giocare una partita nella quale gli interessi energetici (e quindi economici) della nostra isola verrebbero tutelati.
 
Vincere questa partita sarebbe – al di là dei vuoti esercizi retorici che hanno occupato ultimamente i lavori del Consiglio regionale – una tappa di grande importanza per la conquista di nuovi e non effimeri spazi di sovranità.

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(1) Nel suo sito la società che dovrà realizzare il gasdotto Galsi precisa che questo è già considerato in sede europea un progetto strategico, anche perché rientra fra gli investimenti compresi nella macro-area Nord-Sud (Europa occidentale – Africa) indicata come corridoio privilegiato per gli approvvigionamenti di gas. In realtà questo tipo di politiche sono concepite come un processo scandito da tappe successive e concatenate: basta saltare un passaggio per determinare il blocco di un progetto, accantonato (momentaneamente o meno) a vantaggio di un altro, che ha sponsor più persuasivi e potenti. Cfr. http://www.galsi.it/index.php?id_menu=31&id_news=98

Cronache dal nuovo Medioevo / Giovinezza a Sanremo, un commento di Manlio Brigaglia

L'obbrobriosa vicenda scaturita dalla proposta di cantare sul palco del prossimo Festival di Sanremo l'inno del Partito Nazionale Fascista, per celebrare (?) i 150 anni dell'Unità d'Italia e per controbilanciare (???) l'esecuzione di Bella ciao, è stata chiusa pochi giorni fa dal Consiglio d'Amministrazione della RAI (che forse non è proprio il Soviet di Pietrogrado…) con una secca dichiarazione circa l'inopportunità di eseguire l'un canto e l'altro.

Oltre alla… salomonica conclusione, ispirata alla tipica cultura gesuitica del far parti uguali fra disuguali, rimane la vergogna collettiva per il fatto che qualcosa del genere possa essere stato anche solo proposto – da chi comunque occupa il posto di direttore artistico di un evento che costituisce uno  dei piatti forti offerti dalla programmazione televisiva di un'azienda pubblica, e sottolineiamo pubblica  - e che per di più se ne sia dovuto sentire discutere per alcuni giorni.

Ci chiediamo in quale altro paese europeo di democrazia consolidata, come pretende di essere l'Italia, potrebbe mai avvenire altrettanto, senza che l'incauto autore di consimili dichiarazioni venga allontanato dal suo posto, come si dice da queste parti, a sonu 'e corru. Ci chiediamo quanto ci vorrà a capire che se cose del genere avvengono ripetutamente ed impunemente, è solo perchè la crisi culturale – a partire da quella delle istituzioni scolastiche e universitarie – costituisce in Italia  un'emergenza prioritaria persino rispetto a quella economica: e lo diciamo da un punto di osservazione in questo senso privilegiato qual è la Sardegna.  Soprattutto, ci piacerebbe sapere quanto tempo ancora ci vorrà perchè a questa crisi si cominci a metter mano, con idee e risorse e non con slogan o generose quanto inefficaci dichiarazioni d'intenti, anche dopo che sarà auspicabilmente cessata la consapevole politica di smobilitazione messa in atto dall'attuale titolare del Miur. 

"La Nuova Sardegna" ha pubblicato sull'argomento, in prima pagina, un commento del professor Manlio Brigaglia, che ci sembra largamente condivisibile e che proponiamo.

Circolo GL- Sassari


Sanremo, cantando senza alcun pudore
"La Nuova Sardegna", 5 novembre 2010
 
Abbiamo corso il rischio di sentire anche «Giovinezza» al festival di Sanremo. Questo paese ha perso ogni senso del pudore.
E non fa meraviglia, allora, che si sia perso il senso della storia. «Giovinezza» può anche essere un bell’inno della goliardia toscana, ma a me e a tanti italiani della mia generazione (quelli che restano) è stato insegnato come l’inno fascista per eccellenza. Allora perché non anche «Sole che sorgi libero e giocondo» (e passi) e «Duce, tu sei la Luce» e «Marceremo dove il duce vuole», che era anche quello un inno della goliardia (fascista)? E per finire «Le donne non ci vogliono più bene», che per essere un inno repubblichino è, semmai, il legittimo contraltare di «Bella ciao»? Poi ci sono le canzoni di guerra, da «La sagra di Giarabub» a «L’inno dei sommergibilisti», che almeno ricordano un momento dolorosamente condiviso della storia patria.  
«Dovranno vedersela con noi», dice Bersani. Sante parole: ma da quanto tempo è che avrebbero dovuto vedersela con noi, e noi con abbiamo fatto nulla mentre loro, gli altri, se ne andavano allegramente a tagli nella scuola e escort nelle ville? E’ un peccato che, con tutti i problemi che il Paese deve affrontare ogni giorno, ci si debba bisticciare anche su un tema – diciamo la verità – futile come questo. Ma è difficile sfuggire alla sensazione che, con la scusa della bipartisaneria, si voglia aggiungere provocazione a provocazione, l’ennesima sfida revisionista a tutto il revisionismo che ci aduggia da qualche anno. Lo stesso Gianni Morandi, evocato dalla tranquilla professione di cantante al mestiere di portavoce dei Signori della Guerra mediatica, ha avuto un sussulto di sorpresa quando il maestro Mazzi gli ha rifilato alla sconfidata l’annuncio che la canzone patriottica avrebbe avuto due versioni, una dei nostri e una dei loro.  
Per fortuna l’evoluzione dei fatti ci ha detto che non se ne farà niente: né cori bipartisan né canti della Resistenza per non fare echeggiare sotto le sacre volte dell’Ariston l’esaltante ricordo di una Primavera di Bellezza che sappiamo tutti come è andata a finire. Anche le canzoni possono essere un ricordo doloroso: in Germania, per esempio, la gente non canta più neanche «Lili Marlen», che pure durante la guerra ogni soldato, di qualunque patria fosse, sentiva come un semplice richiamo della sua casa lontana. E per intanto, sul blog di Natalino Piras, si può leggere anche in sardo: «Unu manzanu mi so ischitatu».
 
Manlio Brigaglia

Dalla parte dei lavoratori – Contro l’offensiva dei “padroni del vapore”

Tiro alla Fiom, sport nazionale

di Paolo Flores d’Arcais, il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2010

La Fiom è sotto tiro, contro l’organizzazione dei metalmeccanici e contro i suoi dirigenti è iniziata una vera e propria campagna di criminalizzazione. Siamo ormai alle velate accuse di proto-terrorismo, mentre quelle di violenza e di squadrismo si sprecano. Il pretesto sono due episodi avvenuti a Roma e a Merate (provincia di Lecco) due giorni fa. Ma il “la” era stato già dato in precedenza dal Corriere della Sera con un articolo in prima pagina di Dario Di Vico (ex dirigente della Uil ed ex vicedirettore del quotidiano) dall’appetitoso titolo “La Fiom e la strategia delle uova”, nel quale si addebitavano senza tante distinzioni a Maurizio Landini e all’organizzazione che dirige la responsabilità di “ripetuti assalti alle sedi della Cisl” (a Treviglio e a Livorno).

Ora, è ben noto che “le parole sono pietre” e parlare di “assalti a sedi sindacali” significa rievocare lo squadrismo di Mussolini che devastava con gli opimi finanziamenti degli agrari gli ultimi ridotti delle organizzazioni dei lavoratori. Ma tutto quello che è stato invece imputato ai lavoratori di Treviglio, perfino secondo la ricostruzione unilaterale della Cisl, è un lancio di uova dai trenta metri di “debita distanza” cui li teneva un cordone di polizia. Quale “assalto” si possa compiere in tali condizioni è più enigmatico della sfinge. Stessa storia per l’analogo episodio a Livorno.

Quando la verità raccontata è di parte

Quanto a Merate, “le cose sono andate in tutt’altro modo” come ha spiegato puntualmente il segretario generale della Fiom Lombardia, Mirco Rota (noto oltretutto come esponente dell’ala più moderata del sindacato): “Fosse vera l’irruzione nella sede Cisl, si tratterebbe di un atto gravissimo. Ma a Merate le cose sono andate in tutt’altro modo. Lo dicono i fatti, non la Fiom. Attorno alle 10, quattro lavoratori – tra i quali due delegati della Fiom – si sono presentati davanti alla sede della Cisl. Dopo aver preavvisato le forze dell’ordine, due di loro – sotto gli occhi della forza pubblica – sono entrati nei locali e hanno consegnato un volantino. Gli altri due sono rimasti all’esterno. La storia è finita. Non abbiamo altro da aggiungere, se non il nostro profondo dissenso verso qualunque forma di protesta non civile, sbagliata e dannosa”.

A Roma, poi, l’estraneità della Fiom alle scritte che hanno imbrattato la sede Cisl è addirittura conclamata, visto che tali scritte sono firmate “Action diritti in movimento” (sigla enigmatica, ma certamente non Fiom) e che Maurizio Landini ha condannato “con la più netta contrarietà gli episodi di intolleranza che hanno interessato sedi della Cisl”. (Poiché, aggiungiamo noi, ogni gesto di violenza è demenza).

Perché allora questa insistenza insensata – attenendosi ai fatti sul clima di violenza e squadrismo che verrebbe alimentato dalla Fiom? In realtà, il motivo per cui è iniziata la campagna di criminalizzazione contro il sindacato metalmeccanico era stato “confessato” nell’articolo di Di Vito: i dirigenti Fiom sono refrattari a piegarsi alle “relazioni industriali orientate alla collaborazione”, nel senso preteso da Finmeccanica e Confindustria secondo il ben noto e anticostituzionale diktat Marchionne.

Ecco perché Landini, Cremaschi e gli altri dirigenti Fiom vengono accusati di “surriscaldare la temperatura in fabbrica”, come se non fossero Marchionne e Sacconi e la loro politica selvaggiamente anti-operaia a far salire la tensione. Ecco perché vengono accusati di voler impedire che si firmino i contratti di altre categorie, come se non si trattasse esattamente dell’opposto: la Fiom non rifiuta né la contrattazione né il suo esito positivo (un sindacato fa questo per mestiere), rifiuta invece che l’esito delle prossime vertenze segni un arretramento delle condizioni dei lavoratori di oltre mezzo secolo, arretramento tale da far rimpiangere addirittura la politica anti-sindacale dell’ingegner Valletta.

Quanto all’accusa contro la Fiom di “presentare Raffaele Bonanni come il nuovo campione del sindacalismo giallo”, non sono certo i dirigenti metalmeccanici a farlo, sono semmai molti lavoratori a pensarla così.

La criminalizzazione secondo Di Vico

Infine la Fiom va criminalizzata perché, come sottolinea Di Vico, sta diventando il punto di riferimento e di aggregazione di altri settori sindacali, anche non operai, quello del pubblico impiego e soprattutto quello della scuola. Insomma, la Fiom va criminalizzata perché potrebbe diventare il modello di un sindacato che lotta, pensate un po’! Eppure proprio di questo hanno bisogno i lavoratori, le cui condizioni salariali e normative hanno conosciuto un peggioramento tragico proprio mentre cricche di grassatori e di evasori prosperano con redditi (illegali) a sei zeri. Proprio di questo, anzi, ha bisogno l’intero Paese.

Infine, non è certamente un caso – anzi è una sincronia evidente – che la campagna di criminalizzazione del sindacato di Maurizio Landini (“che fa rima con la vecchia segreteria di Rinaldini”, accusa Di Vito, come se Rinaldini non fosse ancor oggi il miglior candidato alla segreteria generale della Cgil, come se il passaggio dalla segreteria Fiom a quella Cgil non fosse stata la norma in tutti i decenni della “grandezza” del sindacato fondato da Di Vittorio) si apra quando mancano pochi giorni alla manifestazione Fiom del 16 ottobre a Roma, attorno a cui si sta mobilitando – per la liberazione dal regime di Berlusconi-Marchionne e per la realizzazione della Costituzione – l’intera società civile, dai cristiani di base ai precari della scuola, dalle associazioni antimafia ai gruppi viola.

Una manifestazione a cui hanno aderito Altan e Tabucchi, Sabina Guzzanti e Ascanio Celestini, Moni Ovadia e Corrado Stajano, Sonia Alfano e Luigi De Magistris, Furio Colombo e Pancho Pardi, Gianni Vattimo e Lidia Ravera, Giorgio Parisi e Carlo Lizzani, Giuliano Montaldo e Valerio Magrelli, per non parlare di don Mazzi, don Farinella, don Barbero, don Fiocchi, don Sudati, don Fiorini, don Antonelli…

La Fiom non è affatto isolata. Sono anzi certo che la mobilitazione dell’Italia civile accanto e in sinergia con la Fiom crescerà ancora, anche per rispondere alla criminalizzazione di cui viene fatta oggetto.

Fiap e Federgielle al No B-Day di Roma Intervento di Vittorio Cimiotta

fiap-logoSegnaliamo l’intervento di Vittorio Cimiotta al NO DAY del 2 0tt0bre 2010 a Piazza S. Giovanni di Roma, dove si sono radunati, oltre agli organizzatori del Popolo Viola, numerose associazioni tra le quali la FIAP e l’ANPI di Roma e Lazio. Presenti in Piazza oltre centomila manifestanti e rappresentanti di molti partiti politici del centrosinistra.  
Apre gli interventi, nel palco allestito nella piazza, Vittorio Cimiotta.
Ecco il testo vivacemente applaudito:   

gl simbolo spada rossa scrittaSono Vittorio Cimiotta, responsabile della FIAP di Roma e Lazio.

La FIAP, (Federazione italiana Associazioni Partigiane), fondata da Ferruccio Parri, e custode della memoria dei partigiani del Partito d’Azione,  delle Brigate Matteotti e delle Brigate Mazzini, vi porta anche il saluto della Federazione nazionale dei circoli Giustizia e Libertà e del Movimento d’Azione Giustizia e Libertà di Torino.

Siamo qui in un momento assai delicato per il nostro Paese, un momento che si prolunga ormai da troppo tempo.

A fronte della deriva populista e autoritaria è giunto il momento di agire: è un dovere che dobbiamo a coloro che sono morti durante la guerra di Liberazione per restituire al Paese la dignità perduta.

Siamo qui a manifestare con voi il nostro sdegno nei confronti di un governo del malaffare.  Di un governo corrotto e corruttore.  Di un Governo che incolpiamo del peggiore dei crimini: la corruzione delle coscienze.  

Restiamo sgomenti nel constatare la totale assenza di moralità e di etica da parte di chi ci governa.  Ci rifiutiamo di consegnare ai nostri figli ed ai nostri nipoti un Paese così ridotto.  Non è giusto!  Ci batteremo perciò per dare ai nostri figli un Paese migliore.  

Notiamo in piazza bandiere, cartelli e striscioni di molti movimenti, partiti e associazioni.  Insegne che non sono presenti per marcare identità differenti, ma per dimostrare l’unità di chi si riconosce in una sola parola.
BASTA !

Siamo in questa piazza anche per voi. Per la vostra libertà. Solo uniti potremo vincere.

Mai come in questo momento chi ha a cuore le sorti del nostro Paese deve essere capace di anteporre il bene comune ai propri interessi di parte. I nostri padri, i nostri nonni, non hanno esitato ad andare in montagna a combattere, uniti da un comune ideale, per restituire al nostro Paese la Libertà  e la Democrazia perdute.  Molti l’hanno fatto a costo della vita. A loro il nostro pensiero riconoscente.  

Ed è anche per non tradirli e per non rendere vano il loro sacrificio che siamo disponibili, in altra epoca, in un altro contesto, con altri strumenti, a portare la nostra protesta in tutte le piazze d’Italia per ridare a questo sfortunato Paese la dignità e la legalità andate perdute.  

Viva la Costituzione. Viva la Libertà. Viva l’Italia.