Il tradimento della scuola pubblica.
La convergenza del centrosinistra e del centrodestra nella distruzione della scuola italiana
di Massimo Bontempelli (pubblicato su Koinè, Periodico culturale – Anno X N° 1 – Gennaio 2003: qui offriamo una versione ridotta, il testo completo si può leggere all’indirizzo http://www.petiteplaisance.it/ebooks/1001-1030/1020/el_1020.pdf)
Sono passati otto anni, ma l'attualità del contenuto, complici le politiche filovaticane di Fioroni e il furore distruttivo di Maria Stella Gelmini, resta inalterata…
Vorrei parlare [...] dell’attuale evoluzione della scuola italiana dopo la riforma di Berlinguer [...]. Per capire il senso profondo di tale evoluzione, bisogna cogliere le continuità di fondo dei tre ultimi ministri della pubblica istruzione, Berlinguer, De Mauro e Moratti, che invece appaiono al senso comune portatori di idee diverse. La pubblicistica ha visto addirittura De Mauro, diverso da Berlinguer. Con questo non voglio dire che tutto sia uguale. Ci sono diversità nelle rappresentazioni mentali dei tre personaggi, e diversità di superficie nei loro atti. [...]
Però a mio avviso questi mutamenti rispondono alla medesima logica di fondo: la teleologia, la tendenza delle trasformazioni in atto nella scuola, pur con congegni diversi, rimane la medesima. Si tratta del progressivo smantellamento del sistema nazionale della pubblica istruzione, perseguito perché appare inutile e costoso ad una società organizzata in modo sempre più esclusivo da logiche di mercato. [...]
Nella circolazione mediatica sembra che Berlinguer sia in antitesi alla Moratti perché la accusa di aver affondato la sua riforma. Ciò si inserisce nel contrasto che viene molto enfatizzato tra centro-destra e centro-sinistra, tra Ulivo e Casa delle libertà, per cui si pensa che la riforma Berlinguer e quella Moratti debbano essere oppositive perché vengono da campi politici diversi. Ecco, io sono profondamente convinto che una delle trappole mentali che oggi ci impediscono di vedere la realtà dei problemi sia proprio questa contrapposizione tra centro-destra e centro-sinistra. Anche qui, non voglio dire che i due schieramenti siano uguali. Sono diversi per stile, per matrici culturali, per aspetti estetici. Però l’evoluzione della società italiana, è sostanzialmente la stessa, sia che prevalga il centro-destra, sia che prevalga il centro-sinistra. Certo, Berlusconi compromette maggiormente la funzione giudiziaria dello Stato, e ciò non è cosa da poco. Certo è culturalmente più rozzo, politicamente più oscillante, ideologicamente più populista. Ma sia Berlusconi e il suo centro-destra, sia il centro-sinistra, non riescono ad amministrare il paese se non nella piena sudditanza all’economia del profitto, di cui accettano i costi di degradazione sociale, morale, culturale ed ecologica .[...] È proprio questa sudditanza che li fa convergere nello smantellamento del sistema nazionale della pubblica istruzione. Il senso degli interventi di Berlinguer, di De Mauro e della Moratti è infatti l’aziendalizzazione della scuola. Si tratta di una vera violenza perché la scuola non può essere azienda per sua natura. Tant’è vero che quando si pone la cosiddetta concorrenza tra le scuole, che viene tanto esaltata, basta che uno abbia gli occhi per vedere: non è che la concorrenza gioca sui contenuti migliori. La concorrenza avviene su un terreno deteriore, sul terreno dell’immagine, di ciò che è immediatamente utile. [...] Insomma dal punto di vista economico, se riferita agli oggetti di consumo, la concorrenza ha un senso, perché il cliente sarà spinto ad acquistare quelli che gli funzionano meglio, ma non lo ha nella scuola, perché il cliente della scuola non è spinto a cercare la cultura profonda, la formazione dell’uomo, che magari i genitori non sanno nemmeno cosa siano. Dire che il cliente sceglie la scuola migliore significa in realtà puntare al ribasso.
Anche la concorrenza tra insegnanti – spingono in tutti i modi a dividerci, cercano di metterci in contrasto per pochi spiccioli – non è che privilegia il merito. La dimensione educativa è una dimensione, diciamolo, spirituale, per cui bisognerebbe che l’aspetto economico fosse garantito. Nella scuola andrebbe proprio bene quello che si critica, una sicurezza economica per cui non fosse necessario pensare più ai soldi, rincorrendo, come accade oggi, progetti o pseudo progetti con l’unico scopo di dividersi qualche spicciolo. L’ideale sarebbe un insegnante che, proprio perché ha garantita una base economica, possibilmente più decente di quella attuale, si spende anche gratuitamente.
Lo smantellamento del sistema nazionale della pubblica istruzione ci riporta indietro a prima della rivoluzione francese, quando l’istruzione delle persone dipendeva dalle famiglie. La scuola pubblica, che si fa carico di trasmettere i saperi essenziali di una nazione da una generazione all’altra, non è nata in Italia, come normalmente si crede, con la legge Casati del 1859, ma è, anche in Italia, figlia della Rivoluzione francese. [...] Il primo sistema scolastico pubblico italiano è stato quello del Regno d’Italia. Non però del Regno d’Italia creato nel 1861, ma di quello di Eugenio de Beauharnais, che nonostante avesse il vicerè francese e fosse vassallo della Francia, aveva un organo rappresentativo italiano, ministri italiani, ed un esercito con il tricolore e con generali italiani, e che fu cancellato dalla Restaurazione del 1815. In questo Regno d’Italia c’è stata la prima riforma scolastica, prima ancora di Casati, che era più di una riforma, perché non si trattava di riformare la scuola, ma di introdurla. È la famosa Legge Paradisi-Moscati, che ha introdotto per la prima volta una scuola elementare, una scuola media e una scuola superiore.
Questa scuola è nata per formare il cittadino, e nella Convenzione Nazionale queste cose erano dette esplicitamente. Con la rivoluzione francese siamo entrati in un’epoca nuova: se l’individuo non deve più essere suddito di poteri feudali, ecclesiastici, di tradizioni schiaccianti, ma deve essere cittadino, partecipare alla vita politica della propria comunità, determinarla, questo non è assolutamente possibile senza un certo grado di informazione e di comprensione della realtà sociale, della sua scienza, della sua storia. La scuola pubblica è nata esplicitamente collegata al diritto di cittadinanza; tant’è vero che nelle relazioni di presentazione di questa legge, che pure sono svolte da personalità di ispirazione conservatrice, si legge che la scuola deve essere pubblica, e non ci deve essere in essa neppure “un grammo” – usano proprio questa espressione – di privato. Tant’è che veniva esclusa l’esistenza stessa di una scuola privata. La scuola è pubblica e nazionale; cioè devono essere stabiliti a livello nazionale programmi ed obiettivi, e questo perché la scuola ha la funzione di rendere possibile la cittadinanza. Questi principi sono stati ripresi mezzo secolo dopo, alla vigilia dell’unità d’Italia.
Nella relazione di Casati per la legge scolastica del 1859 è detto che l’iniziativa privata deve essere assente nella scuola. E Casati non era certo contro l’iniziativa economica privata. Era un liberale e un liberale perfino più conservatore di Cavour. Ma proprio perché si era favorevoli all’iniziativa privata nella vita economica, proprio perché l’uomo nella società si spende come homo oeconomicus, fu scelto di dare una formazione che economica non fosse. Deve avere, la scuola, una giusta separatezza dalla società. Non separatezza nel senso che non deve occuparsi dei problemi sociali, ma nel senso che non deve essere schiacciata sulla immediatezza sociale. La scuola viene rovinata quando si comincia a dire – e l’esito finale sarà l’abolizione del valore legale del titolo di studio – che non deve fare altro che dare le abilità che servono al sistema economico, all’affermazione sociale. In questa maniera si è di fatto abolita la scuola. La scuola deve invece insegnare ciò che nell’immediatezza sociale non si può apprendere, e che oggi è più fondamentale che mai. [...]
A che cosa serve la scuola? Ci trovi, nella scuola, la tragedia greca, Sofocle, l’Antigone, quelli non li trovi mai nel normale commercio sociale. La scuola deve collocarsi su un altro piano se deve formare l’uomo, il cittadino e non l’homo oeconomicus: quello ci pensa già la società a formarlo. La scuola tradizionale, che non voglio difendere, in quanto era “avvizzita”, bisognava riformarla in direzione opposta, cioè bisognava rinnovare i suoi contenuti culturali in modo da renderli vivi, significanti. [...]
La prima cosa sarebbe quella di pensare un asse culturale. Cos’è un asse culturale? È un obiettivo culturale verso cui le diverse discipline che vengono insegnate funzionalmente convergono. Per esempio la riforma Gentile un asse culturale lo aveva. Poi quest’asse culturale lo ha perso, ma perché è stato smantellato dal fascismo stesso. Chiunque si occupa di scuola sa che non è vero che la riforma Gentile è la riforma del fascismo. Ad abbattere la scuola gentiliana in gran parte ci ha pensato il fascismo stesso. Per esempio è abbastanza noto che la conciliazione tra Stato e Chiesa nel ’29 ha portato dei cambiamenti nella scuola che andavano in direzione opposta alla riforma Gentile. La riforma Gentile aveva un asse culturale che era dato dalla filosofia, cioè era la filosofia che doveva selezionare la classe dirigente politica, e guardate questo era un asse culturale per tutte le scuole. Uno può dire “Cosa c’entra alle elementari la filosofia?”. Nella mente di Gentile c’entrava anche alle elementari. Non nel senso che si dovesse insegnare filosofia, ma che alle elementari si metteva al centro la religione che, secondo la teoria di Gentile, era la forma infantile della filosofia. Il problema che dobbiamo porci è: quale potrebbe essere l’asse culturale della scuola attuale? Secondo me, per varie considerazioni che qui non posso svolgere, l’asse culturale della scuola oggi dovrebbe essere la dimensione della storicità. Occorrerebbe cioè reintrodurre la storia là dove è stata svuotata, e quindi insegnare la lingua e la letteratura dal punto di vista storico. La dimensione storica è poi di importanza cruciale per l’insegnamento delle materie scientifiche. Per esempio, quando si insegna la geometria euclidea non si dice chi era Euclide, dove aveva studiato, perché aveva costruito quel sistema deduttivo. Se si riscoprissero tutti i legami fra la geometria euclidea, i progetti dell’accademia platonica, la continuità e la separazione di Euclide rispetto alla filosofia platonica, la sua geometria acquisterebbe un profondo significato culturale ed educativo. Pensate che bello se l’insegnante di storia insegnasse la storia dell’età ellenistica, e l’insegnante di matematica insegnasse la geometria euclidea, e le cose si incastrassero. In mancanza di ciò, l’insegnamento scientifico, che dovrebbe quasi per definizione essere un insegnamento critico, diventa, paradossalmente, come ci spiega Lucio Russo, il più dogmatico. Perché le persone imparano delle leggi scientifiche, dei procedimenti, delle soluzioni di problemi in maniera totalmente dogmatica, tant’è vero che lo studente della scuola secondaria generalmente non sa che la scienza non è mai definitiva, che è un modello, che la fisica newtoniana non è più vera in senso assoluto, perché addirittura le sue disconferme sono state quasi co-originarie alla sua formazione. Ad esempio le leggi di Keplero sulle orbite dei pianeti vengono imparate a scuola completamente svuotate di significato storico. Non si immagina che le ipotesi che hanno guidato quello scienziato nella scoperta dell’orbita di Marte sono ipotesi metafisiche, di tipo neoplatonico e neopitagorico. Io penso che una scuola dovrebbe coordinare le materie, i programmi, gli insegnamenti, insegnare cioè arte, letteratura, scienza, filosofia dal punto di vista di una connessione storica e penso che questo sarebbe molto importante.
In una scuola seria, degna di questo nome, un insegnante dovrebbe impegnarsi molto nell’argomento che insegna e dovrebbe impegnarsi molto e discutere della relazione, un altro problema che spesso è trascurato. Ci sono, non neghiamolo, insegnanti che sono catastrofici nella relazione con i ragazzi. Per esempio, l’insegnante che per la sua tematica psicologica è permaloso ha sbagliato mestiere. L’insegnante non deve avere reazioni di turbamento ed emotive per comportamenti degli studenti che gli paiano disconfermanti di sé; deve sentire la differenza tra l’adulto e l’adolescente o il preadolescente; deve capire come funziona l’adolescenza. Una buona relazione non significa tollerare tutto, non è il “fate come vi pare”, tutt’altro, nella buona relazione c’è una capacità di fermezza, di stabilire dei limiti, dei paletti, delle limitazioni. Le relazioni con gli studenti e i contenuti culturali sono le due cose più importanti, e sono anche le cose di cui si discute meno nella scuola. [...]
Questo tipo di degrado è stato alimentato, al tempo di Berlinguer, dall’imposizione del cosiddetto didattichese, utile solo alla lobby universitaria dei pedagogisti strettamente legata al centro-sinistra. Non è che io voglia negare l’importanza di riflettere sui metodi dell’insegnamento, però credo che Hegel abbia detto una cosa giustissima quando ha scritto che “il metodo è il movimento stesso del contenuto”. L’errore che imputo alla lobby pedagogista è di separare il metodo dal contenuto, e questo è un grave errore, perché tu non puoi insegnare come si insegna la fisica se non sai la fisica. Tu non puoi insegnare come si insegna la storia se non sai la storia, non puoi fare un metodo astratto dal contenuto. Invece per ragioni inerenti la storia di questa lobby universitaria politica, quello che si è fatto è questo. [...]
E poi sono ispirati da un’ideologia, che secondo me è deleteria, dell’oggettività della valutazione. Cioè bisogna arrivare ad eliminare la soggettività dell’insegnante. Un insegnante corregge un tema e darebbe sei e mezzo. Un altro darebbe sette e mezzo. Questo secondo loro è un gravissimo problema. Bisogna arrivare a un sistema di valutazione oggettivo. Ora questo, per chi ha un po’ di cultura filosofica, è una pura assurdità. Certo bisogna che l’insegnante abbia un equilibrio per cui controlli il suo peso soggettivo. Però è naturale che lo stesso tema venga valutato da uno con un sei e mezzo, e da un altro con un sette e mezzo. Non c’è nulla di scandaloso. Non è questo che rovina la scuola. E entro certi limiti, che non diventino gravi, che non dipendano dall’insegnante cialtrone, è naturale: la variabilità soggettiva va controllata, ma non è eliminabile. Il puntare a un’oggettività finisce per svuotare il contenuto dell’insegnamento.
Se io dico: quando c’è stata la marcia su Roma? Nel ‘20, nel ‘22 nel ‘30 o nel ‘34? Metti una crocetta. È chiaro che lì la risposta diventa oggettiva. Ma diventa oggettiva perché è prosciugata la complessità della materia. La persona impara storia se ragiona con me, se gli chiedo le cause, se si discute, e per valutare tutto questo non esiste una bilancia che pesi in maniera oggettiva. [...] E poi non è una gara di velocità, per cui se uno mi risponde in un minuto invece che in cinque secondi non vedo perché dovrebbe essere svalutato. Questa impostazione, oltre ad essere francamente demenziale, appartiene a chi, evidentemente, non ha mai insegnato in una scuola. Se infatti tu perdi 20 minuti a far le equazioni per dare il voto oggettivo non fai più scuola. Nella scuola distrutta dagli interventi del centro-sinistra e del centro-destra, non si sa più che cosa si insegna e per che cosa lo si insegna.













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