Iniziative Italia / Roma: Llazar Fundo, albanese e federalista europeo
Casa della Memoria e della Storia
II° Convegno Internazionale
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II° Convegno Internazionale
È difficile negare che ci sia una relazione fra l’affare South Stream che va avanti (grazie all’appoggio del governo Berlusconi) e il progetto Galsi che al contrario è fermo (in quanto ritenuto dallo stesso governo “non strategico”). Poste queste premesse, il metano rischia di continuare ad essere una chimera per le imprese e i cittadini sardi, mentre la nostra economia affonda sempre più rapidamente nella palude del sottosviluppo. _________________________________
(1) Nel suo sito la società che dovrà realizzare il gasdotto Galsi precisa che questo è già considerato in sede europea un progetto strategico, anche perché rientra fra gli investimenti compresi nella macro-area Nord-Sud (Europa occidentale – Africa) indicata come corridoio privilegiato per gli approvvigionamenti di gas. In realtà questo tipo di politiche sono concepite come un processo scandito da tappe successive e concatenate: basta saltare un passaggio per determinare il blocco di un progetto, accantonato (momentaneamente o meno) a vantaggio di un altro, che ha sponsor più persuasivi e potenti. Cfr.
realizzato dall’Associazione Scienze Politiche Sassari
in collaborazione con la Sezione di Cagliari della Gioventù Federalista Europea
Presiede
Aula Magna Facoltà di Scienze Politiche
L’Europa e i privilegi neo-clericali
Nell’indifferenza pressoché generale, il 1° dicembre è entrato in vigore il Trattato di Lisbona. Dire che è stata un’operazione di vertice è dire poco… Per Papa Benedetto l’articolo 17 garantisce i “diritti istituzionali” delle chiese. Che cosa ne pensano – se ne pensano – i nostri rappresentanti, che hanno votato a favore del Trattato, non è dato sapere.
di Vera Pegna, L’Avvenire dei Lavoratori, 9.12.09
Nell’indifferenza pressoché generale, il 1° dicembre è entrato in vigore il Trattato di Lisbona. Dire che è stata un’operazione di vertice è dire poco. Che la si sia voluta tale, lo ha confermato Giuliano Amato secondo il quale i capi dell’UE avevano “deciso” di rendere il nuovo trattato “illeggibile” per evitare che le riforme chiave fossero riconosciute ad una prima lettura e magari seguite da proposte di referendum nei singoli stati membri.
C’è chi invece indifferente non è stato ma anzi ha aspettato con una certa trepidazione l’ultima firma necessaria al completamento della ratifica del trattato apposta dal ceco Vaclav Klaus. Senza quella firma, senza l’entrata in vigore del trattato, l’attività tenace svolta dalla Santa Sede per assurgere a un riconoscimento istituzionale da parte dell’UE avrebbe potuto essere annullata da futuri dirigenti dell’UE, meno propensi a cedere alle pressioni vaticane.
Nel 1996 il Consiglio europeo di Torino aveva respinto la richiesta della COMECE (la Commissione dei vescovi europei) di riconoscere un ruolo pubblico alle chiese con la motivazione che la Santa Sede non era uno stato membro dell’Unione. Né poteva diventarlo dato che – unico stato in Europa – la Santa Sede non è firmataria della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.
Ciò nonostante, negli ultimi otto anni , da quando fu messa mano alla elaborazione del trattato costituzionale europeo, la richiesta delle gerarchie vaticane ha fatto grandi passi in avanti. Insistendo sulla “morale naturale” e sui “valori universali” della dottrina cattolica e, soprattutto, mettendo i suoi servitori più fedeli nei posti chiave all’interno della Commissione, la Chiesa cattolica ha ottenuto ciò che le era stato rifiutato nel 1996, ovvero la menzione delle chiese in un documento legislativo europeo.
Nel trattato di Amsterdam, nonostante le insistenze affinché lo status delle chiese fosse accolto nel corpo del testo, il Vaticano ottenne solamente una dichiarazione aggiuntiva annessa al trattato. Invece ecco che qualche anno dopo, nella bozza del trattato costituzionale europeo, appare un articolo sullo status delle chiese, questa volta all’interno del trattato stesso, nonostante un folto gruppo di parlamentari, fra cui gli italiani Lamberto Dini e Elena Paciotti, ne avessero chiesto la soppressione per i seguenti motivi: Non si capisce perché ciò che è stato inserito in una Dichiarazione non vincolante nel Trattato di Amsterdam debba oggi essere innestato nella Costituzione… L’Unione non ha, e la Convenzione non ricerca, una competenza nel settore della teologia o della filosofia…
La tattica seguita dalle gerarchie cattoliche per arrivare a tanto è stata duplice: chiedere due cose per ottenerne almeno una e alzare un gran polverone su quella rinunciabile – la menzione delle radici cristiane – in modo da far passare quatton quattoni quella irrinunciabile contenuta nell’articolo 52 (diventato 17 nel nuovo trattato) difficile da far ingoiare ad una popolazione secolarizzata come quella europea.
L’articolo 17 rassicura il Vaticano circa tre obiettivi prioritari. Primo: il riconoscimento della dimensione istituzionale della libertà religiosa. Secondo il Vaticano, la dimensione religiosa si estende a tutto ciò che riguarda l’essere umano e siccome la chiesa si proclama “esperta in umanità” è giusto che le sia riconosciuto uno status specifico, diverso da quello attribuito alle associazioni della società civile.
Secondo: la facoltà per le chiese di intervenire su quei progetti di legge europei da esse considerati di loro competenza prima che tali progetti arrivino in aula. Con ciò la chiesa cattolica, ente privato i cui rappresentanti non sono eletti dai propri fedeli, entra a far parte del processo legislativo europeo provocando un duplice danno: la delegittimazione del parlamento poiché i membri eletti non bastano più a rappresentare le istanze degli elettori e l’inquinamento del sistema di democrazia rappresentativa, pilastro dello stato di diritto.
Terzo: l’esenzione da quelle leggi e normative europee che sono in contrasto con la dottrina morale cattolica. Ciò riguarda in particolare la facoltà per le organizzazioni cattoliche che gestiscono servizi pubblici quali scuole, ospedali, ecc. di discriminare i propri dipendenti in base sia alla loro religione sia alle loro scelte di vita. È ciò che accade già in Italia per gli insegnanti di religione la cui assunzione o permanenza in servizio possono essere bocciate dalla diocesi di appartenenza qualora questa consideri che non si attengono alla morale cattolica.
Per Papa Benedetto l’articolo 17 garantisce i “diritti istituzionali” delle chiese. Che cosa ne pensano – se ne pensano – i nostri rappresentanti che hanno votato a favore del Trattato di Lisbona non ci è dato sapere.
Immagine: Giacomo Manzù, Il Grande Cardinale, 1965.
CASA DELLA CULTURA
Via Borgogna 3, Milano
Martedì 3 novembre 2009, ore 18.00
Presentazione del volume
ERNESTO ROSSI UN DEMOCRATICO EUROPEO

Coordina: Ferruccio Capelli (Casa della Cultura)
Introducono:
Arturo Colombo (Università di Pavia)
Giovanni Scirocco (Università di Bergamo)
Saranno presenti:
Mauro Begozzi (Istituto storico della Resistenza di Novara "P. Fornara")
Antonella Braga (curatrice del volume, Istituto storico della Resistenza "P. Fornara")
Andrea Ricciardi (Università di Milano)
e tra gli altri autori del volume (in ordine alfabetico):
Tito Boeri (Università “Bocconi”);
Mimmo Franzinelli (ricercatore);
Luigi Vittorio Majocchi (Università di Pavia);
Lorenzo Strik Lievers (Università “Bicocca”);
Rodolfo Vittori (ricercatore)
In collaborazione con il Circolo Carlo Rosselli – Milano
www.circolorossellimilano.org
La presentazione del volume è stata registrata da Radio Radicale
Con la cortese autorizzazione dell’Autore, pubblichiamo la recensione dello studioso cagliaritano Gianluca Scroccu – comparsa su "L’Unione Sarda" di oggi – alla biografia di Altiero Spinelli di Piero Graglia.

Il sogno europeo: la vita generosa di Altiero Spinelli
"L’Unione Sarda" – Lunedì 16 marzo 2009
“Sono nato casualmente, così come si accende casualmente una candela”, scriveva di sé Altiero Spinelli nella sua autobiografia. La sua figura, una delle più importanti personalità nell’opera di costruzione dell’Unione Europea, è però poco conosciuta dall’opinione pubblica.
Ora il volume dello storico Piero Graglia, Altiero Spinelli (Il Mulino, pp. 634, € 30), aiuta a colmare questa lacuna, rappresentando il primo tentativo di una biografia organica del grande esponente federalista.
Basandosi su un’imponente mole di documenti provenienti anche da archivi europei e statunitensi, molti dei quali inediti, l’autore è riuscito a tratteggiare in profondità la figura di Spinelli. Particolarmente significativi ed originali appaiono ad esempio i capitoli sulla sua militanza comunista, sottovalutata negli studi precedenti, e che invece dall’analisi di Graglia appare determinante per comprendere l’essenza dell’azione politica spinelliana.
Antifascista intransigente nonostante la giovane età, Spinelli venne arrestato nel 1927 e condannato ad oltre sedici anni di carcere e confino, un periodo lunghissimo durante il quale avviene non solo la presa di distanza dal comunismo, del quale non può sopportare i crimini e i processi dello stalinismo, ma anche la conversione alla causa del federalismo europeo che culminerà nel 1941 nell’estensione, durante il confino a Ventotene, del famoso Manifesto elaborato insieme ad Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Dopo la Liberazione sarebbe poi diventato uno degli animatori principali del movimento federalista europeo e delle più importanti battaglie per il processo di unificazione, emergendo come “un utopista pragmatico”, fortemente critico nei confronti dell’approccio funzionalista di Monnet e totalmente schierato a favore dell’opzione federalista quale veicolo principale per il radicamento dell’idea europea tra la popolazione del continente. Nel libro si evidenzia molto bene il ruolo di Spinelli come fervido sostenitore della causa europea nel nostro Paese, consigliere del ministro degli esteri Pietro Nenni ma anche animatore del dibattito all’interno del gruppo del Mulino o con il lavoro culturale all’Istituto Affari Internazionali, da lui cofondato nel 1965.
Il capitolo dedicato all’attività di Spinelli come Commissario europeo in rappresentanza dell’Italia dal 1970 al ’75 è particolarmente incisivo, permettendo di comprendere quale importanza abbia avuto la sua azione nel dibattito sul processo di riforma istituzionale dell’Unione e sul rafforzamento della dimensione democratico-rappresentativa. Dopo quell’esperienza, riavvicinatosi al Pci di Berlinguer, per il quale venne eletto come indipendente prima al Parlamento italiano e poi a quello europeo, avrebbe continuato proprio da Strasburgo la sua battaglia politica sino alla morte avvenuta nel 1986, elaborando, insieme ad alcuni colleghi parlamentari di diversa appartenenza politica, riuniti nel famoso “Club del Coccodrillo”, un progetto molto avanzato di Trattato costituzionale a cui venne però preferito l’Atto Unico.
Un libro, quello di Graglia, che ci restituisce un quadro vivo di un’esistenza caratterizzata da grandi aspirazioni, molte delle quali incompiute, ma che, per riprendere le parole del Capo dello Stato Napolitano, ha lasciato una fondamentale lezione.
GIANLUCA SCROCCU
CENTRO PER GLI STUDI DI POLITICA ESTERA E OPINIONE PUBBLICA
CENTRO STUDI SUL FEDERALISMO
UNIVERSITA DEGLI STUDI DI MILANO
Presentazione del volume di
CINZIA ROGNONI VERCELLI
Luciano Bolis dall’Italia all’Europa
(Edizioni il Mulino, 2007)
Premio “Giacomo Matteotti”
della Presidenza del Consiglio de Ministri
Introduce e Presiede
ANTONIO PADOA SCHIOPPA
Intervengono
ALFREDO CANAVERO
AGOSTINO GIOVAGNOLI
MAURIZIO PUNZO
Sarà presente l’Autrice
Mercoledì, 28 gennaio 2009 – ore 17,30
Sala di Rappresentanza del Rettorato
Palazzo Centrale dell’Università,
via Festa del Perdono, 7 – Milano
Questo libro l’ho sentito presentare nel maggio 2008 a Torino, in occasione del seminario su Giellismo e azionismo organizzato dall’Istituto per la Storia della Resistenza in Piemonte. E’ un gran bel lavoro, fatto secondo le migliori regole dell’arte di fare libri di storia. Parla di un personaggio, Luciano Bolis, che sta nel profondo del cuore di tutti coloro che amano la Resistenza Gielle e il federalismo; chi ancora non lo avesse fatto, cerchi e legga l’autobiografia (l’ha pubblicata Einaudi). Bolis era il segretario regionale del PDA ligure, a Genova venne arrestato dai camerati fascisti (sotto i portici del teatro Carlo Felice c’è una targa che lo ricorda), ferocemente torturato e, per il timore di cedere e rivelare i nomi dei compagni, tentò di suicidarsi tagliandosi la gola con un pezzo di vetro. Ma anzichè la giugulare si recise la trachea, fu salvato e la Resistenza riuscì a farlo evadere. E un uomo di questa statura la sua autobiografia l’ha intitolata: Il mio granello di sabbia. Questo è stato l’azionismo, questa l’Italia che lo ha espresso.
Cinzia Rognoni Vercelli, l’autrice, insegna all’Università di Pavia. Raramente ho sentito una docente di Storia proveniente dall’accademia che parlasse con tanta passione e tanto amore di una sua ricerca e della persona che di essa è stata oggetto, e riuscisse a trasmetterli a chi la ascoltava. Tra le tante relazioni belle e partecipate sentite al seminario di Torino – molte di studiosi assai giovani – la sua è stata una delle più notevoli. Insomma, un libro da leggere e un appuntamento da non mancare.
a.b.

Leggere alcune delle lettere che Rossi e Spinelli si sono scambiati nel periodo conclusivo del conflitto mondiale è stato per me di grande conforto, in una fase, quale quella attuale, in cui la sinistra è afasica, povera d’idee, bloccata. Mi hanno colpito l’entusiasmo profuso nel lavoro politico quotidiano, la creatività delle soluzioni prospettate, la speranza di poter costruire una società europea finalmente libera, fondata sulla giustizia sociale, quale premessa perché non vi fossero più guerre. Un altro aspetto merita di essere evidenziato: sia Rossi che Spinelli sono capaci di dialogare con un ampio ventaglio di interlocutori, appartenenti ai più diversi schieramenti dell’antifascismo, compresi quelli d’ispirazione cristiana e conservatrice, con un respiro internazionale sorprendente, se solo si pensa che il continente era ancora attraversato dagli eserciti in conflitto. La battaglia per la federazione europea è un altro di quei terreni di lotta sui quali la sinistra (nostrana ed europea) è arretrata, accettando – di fatto – il modello sovranista e grettamente capitalista delle destre conservatrici. Una concezione dell’unità europea fondata sugli interessi delle classi popolari, sul pieno riconoscimento dei diritti di cittadinanza, sulla ricerca dell’emancipazione delle donne e degli uomini che le nostre società accolgono, è essenziale perché fiorisca una rinnovata fiducia nel progetto. In altri termini, è più che mai necessario ritrovare lo spirito del Manifesto di Ventotene, prendere esempio da Rossi, Spinelli e Colorni. [S.Z.]
Dalla presentazione della rivista, n. 15, anno VI, estate 2008 (allegata a Critica liberale).
È un piccolo piacere, ma neanche tanto piccolo, che fra i risultati delle attività del Comitato nazionale per le celebrazioni del centesimo anniversario della nascita di Altiero Spinelli ci sia anche l’edizione delle lettere fra Ernesto Rossi e “Ulisse” qui presentate.
Piacere a più ondate, per così dire, sia per il contenuto in sé della scelta, o florilegio, del carteggio intrattenuto dai coautori del Manifesto di Ventotene nella fase nascente dell’epopea federalista, quella resistenziale. Ma non meno per la consapevolezza che Piero Graglia, autore della recentissima biografia di Spinelli, edita dal Mulino e recensita in questo numero di “Stati Uniti d’Europa”, ha messo a disposizione di amici (ed editori) l’intera corrispondenza Rossi-Spinelli del ‘43-’45, da lui curata con dedizione pluriennale, nella ragionevole speranza che venga presta interamente pubblicata. Ed anche in questo caso il Comitato nazionale Altiero Spinelli è pronto a concorrere all’impresa.
Però, appunto, il merito maggiore del Comitato, istituito nel 2006 per decreto del ministro dei Beni e delle Attività Culturali sotto l’alto patronato del Capo dello Stato, è stato quello di associare, valorizzandone gli apporti, tutte le personalità, pubblicazioni, istituzioni ed associazioni interessate alla cultura del federalismo europeo e alla sua diffusione, come elemento fondante dell’identità della nostra repubblica e dell’Unione europea.
Da questa attività, decisamente intensa, sono nati anche i contatti fra Piero Graglia, Enzo Marzo, instancabile animatore di “Critica liberale” (più iniziative millanta), e “Stati Uniti d’Europa”. Contatti che non si fermeranno certo a questo pur incoraggiante inizio, ma promettono ulteriori ricadute, sia sul fronte editoriale, come accennato, sia nel contesto dei “Colloqui Altiero Spinelli”, realizzati con una certa regolarità dal Comitato omonimo in collaborazione con l’Agenzia Ansa, e il suo stimatissimo direttore, Giampiero Gramaglia.
“Stati Uniti d’Europa” potrà proporre al pubblico i contenuti, con relativa scienza, dei Colloqui Spinelli, come fa oggi con il carteggio fra “Esto” e “Pantagruel”. Interessante prospettiva. Impegno preso.
Francesco Gui, Segretario del Comitato nazionale Altiero Spinelli.
Per approfondire:
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Il Parlamento europeo, – visti i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali, i principi di uguaglianza e di non discriminazione, il diritto alla dignità, al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati, i diritti del bambino e i diritti delle persone appartenenti a minoranze, sanciti dalle convenzioni internazionali ed europee a tutela dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, segnatamente la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e la relativa giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo(1) e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea(2) , – visti i trattati, in particolare gli articoli 2, 6 e 7 del trattato sull’Unione europea e gli articoli 13 (provvedimenti per combattere le discriminazioni fondate, tra l’altro, sulla razza o sull’origine etnica), 12 (divieto di ogni discriminazione effettuata in base alla nazionalità), 17 (cittadinanza dell’Unione), 18 (libertà di circolazione) e 39 e seguenti (libera circolazione dei lavoratori) del trattato CE, – viste la direttiva 2000/43/CE del Consiglio, del 29 giugno 2000, che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica(3) , in particolare le definizioni di discriminazione diretta e indiretta, la direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri(4) , e la direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati(5) . – visti il documento di lavoro della Commissione concernente strumenti comunitari e politiche per l’inclusione dei rom (SEC(2008)2172) e la relazione annuale 2008 dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, – viste le sue precedenti risoluzioni riguardanti, tra l’altro, i rom, il razzismo, la xenofobia, misure contro la discriminazione e la libertà di movimento, in particolare quelle del 28 aprile 2005 sulla situazione dei Rom nell’Unione europea(6) , del 1° giugno 2006 sulla situazione delle donne Rom nell’Unione europea(7) , del 15 novembre 2007 sull’applicazione della direttiva 2004/38/CE relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri(8) , del 13 dicembre 2007 sulla lotta contro l’intensificarsi dell’estremismo in Europa(9) , e del 31 gennaio 2008 su una strategia europea per i rom(10) , – visto l’articolo 108, paragrafo 5, del suo regolamento, A. considerando che l’Unione europea è una comunità di valori basata sulla democrazia e lo stato di diritto, i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali, l’uguaglianza e la non discriminazione, inclusa la protezione delle persone appartenenti a minoranze, e che l’Unione europea si è impegnata a lottare contro il razzismo e la xenofobia e contro la discriminazione fondata sui motivi enunciati agli articoli 12 e 13 del trattato CE, B. considerando che tali valori sono posti in essere nell’Unione europea mediante le summenzionate direttive sulla lotta alla discriminazione e sulla libertà di circolazione, nonché mediante le politiche sulle quali esse poggiano, e che gli Stati membri sono tenuti ad applicarle integralmente e ad astenersi da atti che potrebbero contravvenirvi, C. considerando che la summenzionata risoluzione del 31 gennaio 2008 su una strategia per i rom sollecita gli Stati membri a risolvere il fenomeno delle baraccopoli e dei campi abusivi, dove manca ogni norma igienica e di sicurezza e nei quali un gran numero di bambini rom muoiono in incidenti domestici, in particolare incendi, causati dalla mancanza di norme di sicurezza adeguate, D. considerando che i rom sono uno dei principali bersagli del razzismo e della discriminazione, come dimostrato dai recenti casi di attacchi e aggressioni ai danni di rom in Italia e Ungheria e ulteriormente sottolineato da recenti sondaggi dell’Eurobarometro, E. considerando che nel suo summenzionato documento di lavoro la Commissione sottolinea che una serie di strumenti legislativi e finanziari e di politiche dell’Unione europea sono già a disposizione degli Stati membri con l’obiettivo di contrastare la discriminazione contro i rom e promuovere la loro inclusione e integrazione, in particolare attraverso lo scambio e la promozione di buone pratiche in tale ambito, F. considerando che la popolazione rom è una comunità etnoculturale paneuropea senza uno Stato-nazione e che di conseguenza l’Unione Europea ha la specifica responsabilità di concepire insieme agli Stati membri una strategia e una politica dell’Unione europea per i rom, G. considerando che il 21 maggio 2008 il governo italiano ha emanato un decreto che dichiara lo stato d’emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia(11) , sulla base della legge n. 225 del 24 febbraio 1992 sull’Istituzione del Servizio nazionale della protezione civile, che attribuisce al governo il potere di dichiarare uno stato d’emergenza in caso di "calamità naturali, catastrofi o altri eventi che, per intensità ed estensione, debbono essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari", H. considerando che detto decreto è stato seguito il 30 maggio 2008 da ulteriori ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri(12) , le quali:
J. considerando che il Ministro degli interni italiano ha dichiarato in più occasioni che la raccolta di impronte digitali è finalizzata a un censimento della popolazione rom in Italia e che intende autorizzare i rilievi delle impronte digitali dei rom che vivono in campi nomadi, inclusi i minori, in deroga alle leggi ordinarie, e ha affermato che l’Italia procederà a tali operazioni di identificazione, che si concluderanno prima del 15 ottobre 2008 a Milano, Roma e Napoli, K. considerando che le operazioni di rilevazione delle impronte digitali sono già in corso in Italia, per la precisione a Milano e Napoli, e che, stando alle informazioni fornite da alcune ONG, tali dati vengono conservati dai Prefetti in una banca dati, L. considerando che i Commissari Barrot e Špidla hanno sottolineato a tal proposito l’importanza dei principi di uguaglianza e non discriminazione nell’Unione Europea e hanno proposto una nuova direttiva orizzontale contro la discriminazione, affermando che il diritto dell’Unione Europea proibisce chiaramente la discriminazione fondata sulla razza e sull’origine etnica, M. considerando che l’UNICEF, il Segretario generale del Consiglio d’Europa e il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa hanno espresso preoccupazione, mentre detto Commissario ha inviato al governo italiano un memorandum concernente, tra l’altro, il razzismo, la xenofobia e la tutela dei diritti umani dei rom, N. considerando che il Garante italiano per la protezione dei dati personali ha chiesto informazioni alle autorità competenti, segnatamente ai Prefetti di Roma, Milano e Napoli, riguardo all’eventualità che vengano raccolte le impronte digitali dei rom, inclusi i minori, esprimendo preoccupazione per il fatto che tale pratica possa comportare una discriminazione che potrebbe anche riguardare la dignità personale, soprattutto dei minori, 1. esorta le autorità italiane ad astenersi dal procedere alla raccolta delle impronte digitali dei rom, inclusi i minori, e dall’utilizzare le impronte digitali già raccolte, in attesa dell’imminente valutazione delle misure previste annunciata dalla Commissione, in quanto ciò costituirebbe chiaramente un atto di discriminazione diretta fondata sulla razza e sull’origine etnica, vietato dall’articolo 14 della CEDU, e per di più un atto di discriminazione tra i cittadini dell’Unione Europea di origine rom e gli altri cittadini, ai quali non viene richiesto di sottoporsi a tali procedure; 2. condivide le preoccupazioni dell’UNICEF e ritiene inammissibile che, con l’obiettivo di proteggere i bambini, questi ultimi vedano i propri diritti fondamentali violati e vengano criminalizzati, così come condivide le preoccupazioni espresse dal Consiglio d’Europa e da molte ONG e comunità religiose, e ritiene che il miglior modo per proteggere i diritti dei bambini rom sia garantire loro parità di accesso a un’istruzione, ad alloggi e a un’assistenza sanitaria di qualità, nel quadro di politiche di inclusione e di integrazione, e di proteggerli dallo sfruttamento; 3. invita gli Stati membri a intervenire con decisione a tutela dei minori non accompagnati soggetti a sfruttamento, di qualunque etnia e nazionalità essi siano; laddove l’identificazione di tali minori sia utile al tal fine, invita gli Stati membri ad effettuarla attraverso procedure ordinarie e non discriminatorie, secondo il caso, nel pieno rispetto di ogni garanzia e tutela giuridica; 4. condivide la posizione della Commissione secondo cui questi atti costituirebbero una violazione del divieto di discriminazione diretta e indiretta, previsto in particolare dalla direttiva 2000/43/CE, sancito dagli articoli 12, 13 e da 17 a 22 del trattato CE; 5. ribadisce che le politiche che aumentano l’esclusione non saranno mai efficaci nella lotta alla criminalità e non contribuiranno alla prevenzione della criminalità o alla sicurezza; 6. condanna totalmente e inequivocabilmente tutte le forme di razzismo e discriminazione cui sono confrontati i rom e altri considerati "zingari"; 7. chiede agli Stati membri di rivedere e abrogare le leggi e le politiche che discriminano i rom sulla base della razza e dell’origine etnica, direttamente o indirettamente, e chiede al Consiglio e alla Commissione di monitorare l’applicazione da parte degli Stati membri dei trattati e delle direttive sulle misure contro la discriminazione e sulla libertà di circolazione, onde assicurarne la piena e coerente attuazione e adottare le misure necessarie qualora questa non sia assicurata; 8. invita la Commissione a valutare approfonditamente le misure legislative ed esecutive adottate dal governo italiano per verificarne la compatibilità con i trattati e il diritto dell’Unione Europea; 9. esprime preoccupazione riguardo all’affermazione – contenuta nei decreti amministrativi e nelle ordinanze del governo italiano – secondo cui la presenza di campi rom attorno alle grandi città costituisce di per sé una grave emergenza sociale, con ripercussioni sull’ordine pubblico e la sicurezza, che giustificano la dichiarazione di uno stato d’emergenza per un anno; 10. esprime preoccupazione per il fatto che, a seguito della dichiarazione dello stato di emergenza, i Prefetti, cui è stata delegata l’autorità dell’esecuzione di tutte le misure, inclusa la raccolta di impronte digitali, possano adottare misure straordinarie in deroga alle leggi, sulla base di una legge riguardante la protezione civile in caso di "calamità naturali, catastrofi o altri eventi", che non è adeguata o proporzionata a questo caso specifico; 11. invita il Consiglio e la Commissione a rafforzare ulteriormente le politiche dell’Unione Europea riguardanti i rom, lanciando una strategia dell’Unione Europea per i rom atta a sostenere e promuovere azioni e progetti da parte degli Stati membri e delle ONG connessi all’integrazione e all’inclusione dei rom, in particolare dei bambini; 12. invita la Commissione e gli Stati membri, nel quadro di una strategia dell’Unione Europea per i rom e nel contesto del Decennio di integrazione dei rom 2005-2015, a varare normative e politiche di sostegno alle comunità rom, promuovendone al contempo l’integrazione in tutti gli ambiti, e ad avviare programmi contro il razzismo e la discriminazione nelle scuole, nel mondo del lavoro e nei mezzi di comunicazione e a rafforzare lo scambio di competenze e di migliori pratiche; 13. ribadisce in tale contesto l’importanza di sviluppare strategie a livello dell’Unione Europea e a livello nazionale, avvalendosi pienamente delle opportunità offerte dai fondi dell’Unione Europea, di abolire la segregazione dei rom nel campo dell’istruzione, di assicurare ai bambini rom parità di accesso a un’istruzione di qualità (partecipazione al sistema generale di istruzione, introduzione di programmi speciali di borse di studio e apprendistato), di assicurare e migliorare l’accesso dei rom ai mercati del lavoro, di assicurare la parità di accesso all’assistenza sanitaria e alle prestazioni previdenziali, di combattere le pratiche discriminatorie in materia di assegnazione di alloggi e di rafforzare la partecipazione dei rom alla vita sociale, economica, culturale e politica; 14. accoglie con favore la creazione da parte della Commissione di un gruppo di lavoro contro la discriminazione, con rappresentanti di tutti gli Stati membri, e chiede che la commissione competente del Parlamento europeo venga associata e abbia pieno accesso all’attività del gruppo di lavoro; invita la sua commissione competente ad avviare un dialogo con i parlamenti nazionali degli Stati membri su questa materia; 15. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, al Segretario generale del Consiglio d’Europa, al Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, all’UNICEF e al Garante italiano per la protezione dei dati personali.
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