Archivio

Post Taggati ‘azione’

Memoria per l’azione / 9 giugno 1937, Bagnoles de l’Orne


Per ricordare il LXX anniversario dell’assassinio di Carlo e Nello Rosselli, riproduciamo il testo della lapide dettata da Piero Calamandrei ed apposta sulla loro casa di Firenze, via Giusti.
Crediamo che meglio di ogni altro sintetizzi in modo efficace lo svolgimento e il senso della loro esistenza e della loro morte, e soprattutto il peso dell’eredità ideale che hanno lasciato ad un tempo che è anche il nostro.

La lapide originale è visibile nel web all’URL

http://www.chieracostui.com/costui/docs/search/schedaoltre.asp?ID=4290

Categorie:Senza categoria Tag: , , , ,

Memoria per l’azione/ GL e gli Anarchici


In vista dell’incontro-dibattito “Rosselli e Berneri, un’eredità viva per rifondare la sinistra”, che si terrà venerdì 8 giugno, alle 17, presso la Libreria Odradek di Sassari, pubblichiamo una relazione dello storico Santi Fedele, presentata al convegno di studi promosso dalla Biblioteca Franco Serantini (Pisa, 3 febbraio 2001) sui rapporti di Carlo Rosselli — e di Giustizia e Libertà — con gli anarchici, negli anni ’30.

“Giellisti ed anarchici prima della guerra di Spagna”
di Santi Fedele*, A – rivista anarchica, anno 31 n. 270, marzo 2001.

Sono noti, nelle linee essenziali, i rapporti di collaborazione realizzatisi tra Carlo Rosselli e il movimento Giustizia e Libertà (GL) da un lato e gli anarchici italiani e spagnoli dall’altro durante le prime fasi del volontariato antifascista italiano nella guerra civile spagnola.

Molto meno si è invece sino ad oggi indagato e riflettuto da parte degli studiosi su tutto ciò che fu a monte di quella collaborazione e ne rappresentò la premessa politica, vale a dire sull’insieme dei rapporti intercorsi durante la prima metà degli anni Trenta tra il movimento giellista e il movimento anarchico italiano in esilio. Dove ovviamente se con GL si indica un’entità politica definita e strutturata, seppure in forma non partitica, la dizione di movimento anarchico va invece intesa in maniera estensiva, tale da comprendere, oltre al gruppo parigino che a partire dal 1927 ha dato vita a un organo di stampa, La Lotta Umana, poi La Lotta Anarchica, che si richiama al programma dell’Unione Anarchica Italiana, anche tutto un insieme di circoli, gruppi, piccoli nuclei di militanti sparsi in diverse località d’Europa e d’America, tenuti assieme da un vincolo pressoché esclusivamente politico-ideale e dal canale di collegamento rappresentato da giornali quali Il Risveglio di Ginevra, Studi Sociali di Montevideo, Il Martello e L’Adunata dei Refrattari di New York.

Nella composita realtà dell’anarchismo italiano in esilio l’apparizione sulla scena antifascista della novità rappresentata da “Giustizia e Libertà” suscita quasi subito il più vivo interesse. Ciò per diverse ragioni.

Va anzitutto considerato che GL sorge in alternativa, se non in contrapposizione dichiarata, alla concezione e ai metodi di lotta adottati da quella Concentrazione antifascista alla quale, sin dalla costituzione, gli anarchici non avevano risparmiato le più aspre critiche di attendismo sterile.

Al contrario, è immediatamente percepibile la carica attivistica che anima i promotori del nuovo movimento, un attivismo che, come certamente non sfugge ai più attenti tra gli osservatori libertari, affonda le sue radici nel dichiarato rifiuto del determinismo marxista proprio dell’autore di Socialisme libéral.

A ciò si aggiunga che il volontarismo etico che pervade i fondatori di “Giustizia e Libertà” non solo si esprime nel proclamato primato dell’azione; ma quest’ultima, contrapposta alle sterili diatribe ideologiche dell’esilio, intende anche come atto audace esemplare, capace di scuotere coscienze sopite, risvegliare entusiasmi, indurre a fenomeni imitativi.

Niente di più emblematico in tal senso delle reazioni suscitate da quell’attentato di Fernando De Rosa al principe Umberto di Savoia in visita a Bruxelles che si produce nell’ottobre del 1929 proprio a poche settimane di distanza dall’avvenuta costituzione di GL: mentre gli esponenti della Concentrazione antifascista, sia nelle discussioni interne che nelle prese di posizioni ufficiali, pur non negando solidarietà antifascista a De Rosa, esprimono disapprovazione per atti di terrorismo giudicati politicamente improduttivi e che se compiuti in Paesi stranieri possono creare difficoltà a tutta l’emigrazione politica italiana; al contrario i giellisti, lungi dal far propria la condanna aprioristica del terrorismo individuale, manifestano piena approvazione per l’operato di De Rosa, sostenendo che in un regime dittatoriale che ha privato gli oppositori di ogni mezzo legale di lotta, l’alternativa è tra la sottomissione servile e il ricorso a “la rivoluzione di massa e l’attentato individuale”. Conformemente a tale presa di posizione, nei mesi successivi manifestini di esaltazione del gesto di De Rosa vengono clandestinamente diffusi dalle organizzazioni di GL in Italia, mentre nelle pubblicazioni estere del movimento De Rosa viene salutato come “il campione dell’antifascismo, la coscienza ribelle di una generazione”.

Gli anarchici in esilio non solo si trovano accomunati ai giellisti nell’esaltazione del gesto di De Rosa espressione dell’ “odio insopprimibile del popolo d’Italia per la tirannia clerico-sabauda-fascista” e le “sue opere quotidiane di oppressione, di violenza, di delitto e di corruzione”, ma salutano con toni altrettanto entusiastici il volo di Bassanesi su Milano del luglio 1930 assumendolo ad emblema della carica attivistica e insurrezionalistica che anima il movimento giellista. “Il programma del movimento che s’intitola ‘Giustizia e Libertà’ non è il nostro – si legge in un giornale di notevolissima diffusione e prestigio negli ambienti anarchici internazionali quale il ginevrino Il Risveglio -, ma in quanto tende a fare insorgere il popolo italiano contro il fascismo lo salutiamo con gioia, anche perché non avanza una pretesa di direzione esclusiva, non nega a priori la possibilità di accordi fra varie correnti, non si dà per unico interprete d’una dottrina infallibile, di cui ha monopolizzato la rivelazione e l’esecuzione”.

All’apprezzamento per il carattere movimentista di GL, per la sua apertura alla collaborazione, sul piano dell’azione insurrezionale, con uomini e forze di diversa estrazione politica, si accompagna il prestigio di cui gode negli ambienti libertari un esponente di primissimo piano di GL quale quell’Emilio Lussu, il quale, respingendo il 31 ottobre 1926 da solo, armi in pugno, l’assalto di centinaia di squadristi alla propria abitazione cagliaritana, ha dato un esempio luminosissimo di determinazione eroica nel fronteggiare la violenza reazionaria, cui dovrebbero attingere – sostengono i redattori de Il Martello – gli antifascisti tutti.

Stando così le cose, la decisa presa di distanze dal movimento giellista, con l’insistita denuncia che dei caratteri “borghesi” e “moderati” del movimento fondato da Rosselli esprime sul finire del 1930 Camillo Berneri dalle pagine de L’Adunata dei Refrattari, ha tutta l’aria di voler più che altro “tamponare”, con il richiamo puntuale a basilari discriminanti ideologiche, l’ondata di simpatie umane e politiche che tra gli anarchici italiani in esilio ha suscitato il movimento giellista. Tale rigida presa di posizione appare infatti finalizzata, come dirà esplicitamente qualche mese dopo il giovane pubblicista anarchico – dalle colonne sempre di quell’ Adunata dei Refrattari che non a caso, tra i maggiori giornali anarchici di lingua italiana, è quello di gran lunga più intransigente in tema di rapporti e di alleanze tra antifascisti di diverso colore politico -, ad evitare “che degli elementi nostri si lascino polarizzare dai movimenti sedicenti rivoluzionari, che preparano i quadri ed i mezzi repressivi di una repubblica conservatrice”.

Ma la capacità di attrazione esercitata su non pochi militanti anarchici dall’attivismo cospiratorio di GL, dalla mai rinnegata predilezione giellista per azioni audaci ed atti esemplari (non escluse azioni terroristiche dimostrative del tipo degli attentati incendiari agli Uffici finanziari e compresi i ripetuti progetti di attentati alla vita di Mussolini nei quali si cimenterà uno dei componenti del vertice esecutivo di GL: Alberto Tarchiani), dall’esempio di dedizione alla causa e di fermezza morale che hanno offerto decine e decine di militanti giellisti tradotti davanti al Tribunale speciale, prevale in più di un’occasione sulle pregiudiziali ideologiche. È quanto traspare dalle colonne de Il Martello, in cui, nel commentare l’avvenuta pubblicazione (gennaio 1932) dello Schema di programma rivoluzionario di Giustizia e Libertà, si sostiene che nei confronti dei militanti del movimento giellista, definito esplicitamente “la forza più importante” tra quante operano sul terreno della lotta antifascista, non debba esservi da parte degli anarchici “nessuna antipatia, né dottrinale, né personale [...]. Essi hanno delle buone intenzioni. Queste sono naturalmente in relazione alle loro convinzioni, ai loro interessi, alla loro mentalità [...]. ‘Giustizia e Libertà’, composta di borghesi, combatte con tutti noi una comune battaglia. La battaglia antifascista. E forse con più potenza e più efficacia di noi. Molti dei suoi aderenti sono nella fornace. Rischiano ad ogni momento la libertà. E quanti di essi sono già passati al massacro del Tribunale speciale!”.

A spingersi ancora oltre è Alberto Meschi, che in un intervento dal titolo Gli anarchici e “Giustizia e Libertà”, che appare sia ne La Lotta Anarchica (1° maggio 1932) che ne Il Martello (2 aprile 1932), non si limita ad indicare in “Giustizia e Libertà” il movimento che “ha scritto pagine splendide nella lotta contro il fascismo”, ma, con riferimento al Programma di GL, apparso sul primo numero (gennaio 1932) dei Quaderni di Giustizia e Libertà e destinato a suscitare ampie discussioni e vivaci polemiche negli ambienti antifascisti, dichiara di apprezzare di esso quella componente rivoluzionario-spontaneistica rappresentata dall’ipotesi di comitati locali rivoluzionari cui sarebbe toccato, all’indomani della rivoluzione antifascista vittoriosa, di porre le basi della nuova organizzazione sociale indipendentemente e prima della convocazione di un’assemblea costituente; arrivando ad ipotizzare la partecipazione degli anarchici ai comitati in questione al fine di combattere e imbrigliare dall’interno il temuto ritorno delle tendenze autoritarie e statolatre.

Ve ne è a sufficienza per suscitare le reazioni di chi come Gigi Damiani sostiene che, riconosciuto il diritto a “Giustizia e Libertà” a darsi un programma, “che è un programma di Stato, di governo”, e ferma restando la possibilità d’intesa tra forze diverse nella battaglia contro il comune nemico, occorre però guardarsi dal pericolo di una forma di compartecipazione, come quella ipotizzata dal Meschi, “che fatalmente si risolverebbe poi più che in una fusione di forze in una subordinazione nostra a movimenti non nostri ed al nostro antagonistici”. Ancora più dura la reazione del gruppo redazionale de La Lotta Anarchica, che, dopo aver liquidato il Programma di GL alla sua apparizione come “di pura marca ed essenza piccolo-borghese”, farà seguire all’articolo di Meschi ospitato nel quindicinale libertario una postilla redazionale in cui si sostiene che le proposte “collaborazioniste” dell’esponente anarchico sono rivelatrici di uno stato d’animo di sfiducia sul futuro della dottrina e della pratica libertarie.

Ben maggiore inquietudine e preoccupazione susciteranno di lì a poco tra gli anarchici intransigenti della newyorkese Adunata dei Refrattari e i rigorosi custodi dell’ortodossia libertaria raccolti attorno a La Lotta Anarchica di Parigi, i pronunciamenti “filogiellisti” di colui che, dopo la morte di Malatesta, è la più prestigiosa figura del movimento anarchico italiano in esilio: Luigi Fabbri. Questi già a metà del 1932 aveva dichiarato di aver guardato al sorgere e all’affermarsi del movimento giellista con viva simpatia perché, “facendola finita con le chiacchiere, scendeva sul piano dell’azione dove era più pericoloso ed utile insieme: in Italia”, e che malgrado il carattere democratico-borghese, venato di riformismo socialista, di GL, “il sorgere di una forza così attiva sopra un terreno francamente antimonarchico e insurrezionale, non escludente neppure la rivolta individuale, costituiva lo stesso di per sé un fatto rivoluzionario nuovo e pieno di promesse per tutti quanti vogliamo una rivoluzione in Italia”.

L’anno successivo, rispondendo ad un’inchiesta promossa dai Quaderni di Giustizia e Libertà sul tema del rinnovamento politico e ideale dell’antifascismo, Fabbri ribadisce la simpatia provata sin dal primo momento per GL, per “l’essersi essa posta sul terreno francamente insurrezionale, non escludente neppure la rivolta individuale, [per] il suo anelito di libertà, il suo volontarismo dinamico e i suoi propositi di azione diretta, di azione soprattutto in Italia”. Fabbri mostra inoltre di apprezzare quelle parti del Programma di “Giustizia e Libertà” che, prevedendo una serie di radicali trasformazioni socioeconomiche immediate, scaturenti dalla spontaneità creatrice del processo rivoluzionario, conferiscono alla rivoluzione antifascista un carattere tendenzialmente libertario, di libera creazione dal basso, ben diverso dal modello autoritario e statalista della concezione marxista.

“Credo – scrive Fabbri – che se questo movimento conserverà il suo slancio iniziale e soprattutto il suo carattere di azione sul terreno cospiratorio e insurrezionale in Italia, subito, fin da ora e non solo come progetto per il domani, esso potrà essere un fattore di primo ordine per la rivoluzione italiana. Ciò che soprattutto approvo di esso è l’idea che la rivoluzione debba procedere immediatamente, fin dai primi passi, e senza rimandarle a più tardi e alle decisioni insicure di costituenti, plebisciti, governi ecc., a realizzazioni pratiche di demolizione, espropriazione e riorganizzazione che possano restare conquista acquisita del popolo italiano”. Quindi, in conclusione – sostiene Fabbri -, niente confusionismi ideologici deleteri ma neppure rivalità meschine e settarismi ingiusti tra anarchici e giellisti, ma un atteggiamento equilibrato che nel “mentre non deve escludere la critica e discussione serene dei punti controversi del programma o degli eventuali errori di GL”, non deve neppure escludere “dall’altro lato, volta a volta, per singole sue azioni determinate, il concorso spontaneo del proprio sforzo, senza patteggiamenti, né impegni per il poi, né pretese di contraccambio e rinuncia”.

Posizioni che Fabbri riconfermerà in un successivo articolo in Studi Sociali, anche per rispondere alle ripetute obiezioni critiche dei compagni de L’Adunata dei Refrattari che, in un articolo a firma del direttore del quindicinale anarchico Raffaele Schiavina, non mancheranno di esternare la “dolorosa impressione” in essi suscitata dalle dichiarazioni “filogielliste” di Fabbri.

Ma l’attenta considerazione, e financo il franco apprezzamento di taluni aspetti del movimento giellista, non sono all’interno del movimento anarchico italiano prerogativa esclusiva di Fabbri, come staranno per l’appunto a dimostrare le discussioni che si sviluppano in occasione di quel Convegno d’intesa degli anarchici italiani emigrati in Europa che si tiene a Parigi nell’ottobre del 1935, proprio alcune settimane dopo la morte di Fabbri occorsa a Montevideo nel giugno dello stesso anno.

Avviene infatti che in una delle relazioni introduttive ai lavori del Convegno, imperniata sul problema dei rapporti dei libertari italiani con gli altri partiti e gruppi antifascisti, si indichi in “Giustizia e Libertà”, oltre che in alcuni settori del repubblicanesimo e del sindacalismo rivoluzionario in esilio, l’interlocutore privilegiato per l’avvio di un leale e proficuo rapporto di collaborazione tra combattenti dell’antifascismo di orientamento diverso ma accomunati dall’avversione ai “partiti e gli uomini del passato, rimasti invariabilmente gli stessi aspiranti al potere, disposti a compromessi politici e sociali”. Sono per l’appunto le componenti “eretiche” e minoritarie della sinistra italiana rimaste fuori dalla logica della politica di unità d’azione socialcomunista avviatasi nel 1934, le forze con le quali, come si ribadisce in un altro documento del Convegno, gli anarchici devono essere disposti al dialogo e, se possibile, all’intesa, anche al fine di controbattere la manovra tendente all’isolamento dei libertari tentata dai comunisti “bolscevichi”. Con questi ultimi nessun dialogo è assolutamente possibile, perché significherebbe dimenticare “che per noi [anarchici] e per la rivoluzione sociale, il nemico più perfido e insidioso, dopo il fascismo, è il partito comunista ufficiale”, stante la sua dichiarata intenzione di sostituire la tirannide fascista con quella “dittatura cosiddetta ‘proletaria’, la quale, in fin dei conti, diventa perniciosa e tirannica quanto l’autocrazia”.

Ancora più esplicito l’intervento nel dibattito del Convegno parigino di Sabino Fornasari (che figura negli atti con lo pseudonimo Lambrusco), il quale motiva l’opinione per cui siano opportuni i contatti e, in qualche misura, anche la collaborazione con “Giustizia e Libertà”, facendo osservare che “GL più che un partito è un ‘movimento rivoluzionario’, movimento sorto in un momento storico molto difficile ed animato da uno spirito rivoluzionario e cospirativo che raramente troviamo negli altri gruppi politici. Inoltre conviene tener conto che, mentre gli altri partiti hanno sempre calunniato e vituperato il movimento anarchico, anche in quello che ha avuto di più generoso ed eroico, GL non solo ha compreso ed apprezzato, in certe circostanze, il nostro apporto all’azione rivoluzionaria e cospirativa, ma ci ha pure, a volte, incoraggiati e forse aiutati”.

Ma l’aspetto più interessante della questione, per alcuni aspetti ancor più rilevante e significativo delle ripetutamente manifestate simpatie filogielliste di Fabbri e delle prese di posizione fatte registrare dal Convegno d’intesa dell’ottobre 1935, è il mutamento che, a metà degli anni Trenta, si registra nell’atteggiamento di Berneri nei confronti di “Giustizia e Libertà”. Nessuna incondizionata apertura di credito né deroghe dall’ortodossia libertaria, ma un atteggiamento di grande interesse, di vigile attenzione verso gli sviluppi interni del movimento giellista. Ad esso contribuiscono diversi fattori.

Concorre indubbiamente la constatazione dello spazio e della risonanza che sulla stampa giellista hanno gli interventi di un intellettuale dalle spiccate connotazioni socialiste-libertarie come Andrea Caffi, le cui penetranti analisi dei meccanismi degenerativi, in senso sempre più marcatamente illiberale e autoritario, delle società di massa non possono non suscitare l’interesse di un osservatore dell’acutezza di Berneri.

Va poi ricordato come le più volte ricorrenti critiche di Rosselli agli aspetti più opprimenti della moderna organizzazione statale siano sfociate nel celebre articolo del settembre 1934 Contro lo Stato, destinato a suscitare non poche polemiche all’interno del stesso movimento giellista, nel quale Rosselli spinge la propria provocazione politico-intellettuale sino ad espressioni del tipo: “vi è un mostro nel mondo moderno – lo Stato – che sta divorando la Società [...]. L’alternativa è ormai chiara: o lui, lo Stato, schiaccia noi, la Società, o noi abbattiamo lo Stato moderno liberando la Società”. Per giungere alla conclusione che “la rivoluzione italiana, se non vorrà degenerare in una nuova statolatria, in più feroce barbarie e reazione, dovrà, sulle macerie dello Stato fascista capitalista, far risorgere la Società, federazione di associazioni quanto più libere e varie possibili”.

Non si può inoltre prescindere dal fatto che il dibattito interno a GL, sviluppatosi nel corso del 1933, sull’opportunità della trasformazione o meno del movimento in partito, si è, almeno provvisoriamente, risolto con la prevalenza della tesi di Rosselli che intende GL non come organismo partiticamente strutturato ma come “libera federazione dei nuclei che saranno i partiti di domani e che hanno già in comune un certo numero di principi fondamentali (lotta rivoluzionaria, rivoluzione non solo politica ma sociale, autonomie, rispetto del metodo della libertà)”; una libera federazione non escludente la costituzione, all’interno di essa, di gruppi di studio e di tendenza marxisti, federalisti, socialisti liberali, sindacalisti, comunisti, liberali, anarchici, tenuti insieme dalla disciplina del lavoro rivoluzionario, i quali discutano ed elaborino le idee e i programmi per la nuova Italia.

Più in generale, è l’insieme del dibattito e del travaglio politico e culturale interno a GL che denota la prevalenza, attorno alla metà degli anni Trenta, di un socialismo dalle spiccate connotazioni autonomiste e federaliste.

Autonomismo non solo e non tanto nel senso dell’autonomia quale criterio gestionale delle aziende delle quali il Programma del 1932 prevedeva la socializzazione, ma nel significato politico più ampio, per come gobettianamente inteso dal gruppo giellista torinese raccolto attorno a Leone Ginzburg, dell’autonomia quale principio ispiratore e criterio informatore del libero sorgere e dello spontaneo costituirsi di una pluralità di formazioni democratiche nelle quali si sarebbe articolata la futura vita politica e sociale dell’Italia liberata dal fascismo.

A sviluppare il tema dell’autonomia intesa essenzialmente quale spontaneità rivoluzionaria creatrice di forze non imbrigliate negli schemi di un rivoluzionarismo dottrinale, contribuisce per l’appunto Rosselli sostenendo che, “una volta scatenate le forze di libertà alla base della vita sociale e abbattute le forze del privilegio e dell’oppressione di classe al vertice dello Stato, allora la vita riprenderà, si riorganizzerà. Sarà il popolo, allora, a decidere attraverso le nuove istituzioni sorte dalla rivoluzione (comitati rivoluzionari, consigli, comuni, cooperative ecc.) le sue forme definitive di vita. Sarà il popolo che si autogovernerà”.

In virtù di questa sottolineatura spontaneistica, l’autonomismo si riconnette al federalismo, quest’ultimo inteso non tanto in senso territoriale quanto nei termini di una libera aggregazione tra gli istituti politici, economici, sociali cui avrebbe dato vita la spontaneità creatrice del processo rivoluzionario.

E non è certamente un caso che Rosselli sia stimolato ad approfondire e sviluppare temi siffatti proprio nell’ambito del serrato confronto dialettico che egli ha con Berneri nel dicembre del 1935 sulle colonne di Giustizia e Libertà settimanale sul tema dell’apporto che dagli anarchici italiani sarebbe potuto venire a una rivoluzione antifascista imperniata su ideali non antitetici a quelli del socialismo libertario. È proprio allora che, stimolato da Berneri a precisare i termini del federalismo e dell’autonomismo giellisti, Rosselli enuclea nei seguenti termini i punti salienti di una concezione per cui “gli organi vivi dell’autonomia non sono gli organi burocratici, indiretti, in cui l’elemento coattivo prevale, ma gli organi di primo grado, diretti, liberi o con un alto grado di spontaneità, alla vita dei quali l’individuo partecipa direttamente o è in grado di controllare. Quindi il comune, organo territoriale che ha in Italia salde radici e funzioni; il consiglio di fabbrica e di azienda agricola, organo o uno degli organi dei produttori associati; la cooperativa, organo dei consumatori; le camere del lavoro, i sindacati, le leghe, organi di protezione e cultura professionale; i partiti, i gruppi, i giornali, organi di vita politica; la scuola, la famiglia, i gruppi sportivi, i centri di cultura e le innumerevoli altre forme di libera associazione, organi di vita civile”. Ne consegue che “è partendo da queste istituzioni nuove o rinnovate, legate tra loro da una complessa serie di rapporti, e la cui esistenza dovrà essere presidiata dalle più larghe libertà di associazione, di stampa, di lingua, di cultura, che si arriverà a costruire uno stato federativo orientato nel senso della libertà, cioè una società socialista federalista liberale [...]“.

Un confronto di elevato profilo politico e culturale, che vede Berneri controbattere, con l’orgoglioso richiamo e la fiera rievocazione delle migliori tradizioni dell’anarchismo italiano e internazionale, alla pretesa di Rosselli di autodefinire se stesso e i suoi compagni i “libertari del XX secolo”; che lo vede rivendicare puntigliosamente l’autonomia politica e organizzativa degli anarchici contro ogni tentativo di assorbimento che li porterebbe “a fare, in seno a GL, la parte che il rosmarino fa nell’arrosto”, ma nello stesso tempo a non escludere la possibilità che ulteriori sviluppi inducano GL ad evolvere decisamente verso il socialismo libertario.

È un confronto quanto mai serio e rigoroso quello che, all’insegna di un sincero spirito di tolleranza e di rispetto reciproco, si va sviluppando tra posizioni di socialismo liberale (Rosselli) e socialismo libertario (Berneri) distinte ma non antagoniste.

Un confronto che – giova notarlo – si produce proprio nell’imminenza dello scoppio della guerra civile spagnola e da cui non si può prescindere per comprendere le ragioni, tutt’altro che occasionali, dei rapporti di stretta collaborazione che nelle prime fasi di essa si producono, anche sul piano dell’intervento militare, tra giellisti e anarchici italiani e spagnoli.
Un confronto che si sarebbe con ogni probabilità ulteriormente approfondito se un diverso ma comune destino di vittime della barbarie totalitaria non avesse di lì a poco investito i protagonisti: Berneri assassinato il 5 maggio 1937 a Barcellona dagli agenti di Stalin; Rosselli trucidato il 9 del mese successivo in terra di Francia dai sicari di Mussolini.

* Santi Fedele (Messina, 1950) insegna Storia Contemporanea nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Messina. Fa parte del Comitato Scientifico della Fondazione Turati di Firenze ed è direttore dell’Istituto Salvemini di Messina.

Fonte: A – rivista anarchica

Categorie:Senza categoria Tag: , ,

Memoria per l’azione/ Carlo Rosselli 3


Carlo Rosselli, ?Oggi in Spagna, domani in Italia?, discorso pronunciato alla radio di Barcellona il 13 novembre 1936.

Compagni, fratelli, italiani, ascoltate.
Un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona per portarvi il saluto delle migliaia di antifascisti italiani esuli che si battono nelle file dell’armata rivoluzionaria.
Una colonna italiana combatte da tre mesi sul fronte di Aragona. Undici morti, venti feriti, la stima dei compagni spagnuoli: ecco la testimonianza del suo sacrificio.
Una seconda colonna italiana. formatasi in questi giorni, difende eroicamente Madrid. In tutti i reparti si trovano volontari italiani, uomini che avendo perduto la libertà nella propria terra, cominciano col riconquistarla in Ispagna, fucile alla mano.
Giornalmente arrivano volontari italiani: dalla Francia, dal Belgio. dalla Svizzera, dalle lontane Americhe.

Dovunque sono comunità italiane, si formano comitati per la Spagna proletaria.Anche dall’Italia oppressa partono volontari.
Nelle nostre file contiamo a decine i compagni che,a prezzo di mille pericoli, hanno varcato clandestinamente la frontiera. Accanto ai veterani dell’antifascismo lottano i Giovanissimi che hanno abbandonato l’università, la fabbrica e perfino la caserma. Hanno disertato la Guerra borghese per partecipare alla guerra rivoluzionaria.

Ascoltate, italiani. E’ un volontario italiano che vi parla dalla Radio di Barcellona. Un secolo fa, l’Italia schiava taceva e fremeva sotto il tallone dell’Austria,del Borbone, dei Savoia,dei preti. Ogni sforzo di liberazione veniva spietatamente represso. Coloro che non erano in prigione, venivano costretti all’esilio. Ma in esilio non rinunciarono alla lotta. Santarosa in Grecia, Garibaldi in America, Mazzini in Inghilterra, Pisacane in Francia, insieme a tanti altri, non potendo più lottare nel paese, lottarono per la libertà degli altri popoli, dimostrando al mondo che gli italiani erano degni di vivere liberi. Da quei sacrifici,da quegli esempi uscì consacrata la causa italiana. Gli italiani riacquistarono fiducia nelle loro forze.

Oggi una nuova tirannia, assai più feroce ed umiliante dell’antica, ci opprime. Non è più lo straniero che domina. Siamo noi che ci siamo lasciati mettere il piede sul collo da una minoranza faziosa, che utilizzando tutte le forze del privilegio tiene in ceppi la classe lavoratrice ed il pensiero italiani.

Ogni sforzo sembra vano contro la massiccia armata dittatoriale. Ma noi non perdiamo la fede. Sappiamo che le dittature passano e che i popoli restano. La Spagna ce ne fornisce la palpitante riprova. Nessuno parla più di de Rivera. Nessuna parlerà più domani di Mussolini. E’ come nel Risorgimento, nell’ epoca più buia, quando quasi nessuno osava sperare, dall’estero vennero l’esempio e l’incitamento, cosi oggi noi siamo convinti che da questo sforzo modesto, ma virile dei volontari italiani, troverà alimento domani una possente volontà di riscatto.

E’ con questa speranza segreta che siamo accorsi in Ispagna. 0ggi qui, domani in Italia.
Fratelli, compagni italiani, ascoltate. E’ un volontario italiano che vi parla dalla Radio di Barcellona.

Non prestate fede alle notizie bugiarde della stampa fascista, che dipinge i rivoluzionari spagnuoli come orde di pazzi sanguinari alla vigilia della sconfitta.

La rivoluzione in Ispagna è trionfante. Penetra ogni giorno di più nel profondo della vita del popolo rinnovando istituiti, raddrizzando secolari ingiustizie. Madrid non è caduta e non cadrà. Quando pareva in procinto di soccombere, una meravigliosa riscossa di popolo arginava l’invasione ed iniziava la controffensiva. Il motto della milizia rivoluzionaria che fino ad ora era “No pasaran” è diventato ” Pasaremos”,cioè non i fascisti, ma noi, i rivoluzionari, passeremo.

La Catalogna, Valencia, tutto il litorale mediterraneo, Bilbao e cento altre città, la zona più ricca, più evoluta e industriosa di Spagna sta solidamente in mano alle forze rivoluzionarie.

Un ordine nuovo è nato, basato sulla libertà e la giustizia sociale. Nelle officine non comanda più il padrone, ma la collettività, attraverso consigli di fabbrica e sindacati. Sui campi non trovate più il salariato costretto ad un estenuante lavoro nell’interesse altrui. Il contadino è padrone della terra che lavora, sotto il controllo dei municipii.Negli uffici,gli impiegati,i tecnici, non obbediscono più a una gerarchia di figli di papà, ma ad una nuova gerarchia fondata sulla capacità e la libera scelta. Obbediscono, o meglio collaborano, perché? nella Spagna rivoluzionaria, e soprattutto nella Catalogna libertaria, le più audaci conquiste sociali si fanno rispettando la personalità dell’uomo e l’autonomia dei gruppi umani.

Comunismo, si, ma libertario. Socializzazione delle grandi industrie e del grande commercio, ma non statolatria: la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio è concepita come mezzo per liberare l’uomo da tutte le schiavitù.

L’esperienza in corso in Ispagna è di straordinario interesse per tutti. Qui, non dittatura, non economia da caserma, non rinnegamento dei valori culturali dell’Occidente, ma conciliazione delle più ardite riforme sociali con la libertà. Non un solo partito che, pretendendosi infallibile, sequestra la rivoluzione su un programma concreto e realista : anarchici, comunisti, socialisti, repubblicani collaborano alla direzione della cosa pubblica,al fronte, nella vita sociale. Quale insegnamento per noi italiani!

Fratelli, compagni italiani, ascoltate. Un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona per recarvi il saluto dei volontari italiani. Sull’altra sponda del Mediterraneo un mondo nuovo sta nascendo. E’ la riscossa antifascista che si inizia in Occidente. Dalla Spagna guadagnerà l’Europa. Arriverà innanzi tutto in Italia, cosi vicina alla Spagna per lingua, tradizioni, clima, costumi e tiranni. Arriverà perchè la storia non si ferma, il progresso continua, le dittature sono delle parentesi nella vita dei popoli, quasi una sferza per imporre loro, dopo un periodo d’ inerzia e di abbandono, di riprendere in in mano il loro destino.

Fratelli italiani che vivete nella prigione fascista,io vorrei che voi poteste, per un attimo almeno, tuffarvi nell’ atmosfera inebriante in cui vive da mesi,nonostante tutte le difficoltà, questo popolo meraviglioso. Vorrei che poteste andare nelle officine per vedere con quale entusiasmo si produce per i compagni combattenti;vorrei che poteste percorrere le campagne e leggere sul viso dei contadini la fierezza di questa dignità nuova e soprattutto percorrere il fronte e parlare con i militi volontari. Il fascismo, non potendosi fidare dei soldati che passano in blocco alle nostre file, deve ricorrere ai mercenarii di tutti i colori. Invece, le caserme proletarie brulicano di una folla di giovani reclamanti le armi. Vale più un mese di questa vita,spesa per degli ideali umani,che dieci anni di vegetazione e di falsi miraggi imperiali nell’Italia mussoliniana.

E neppure crederete alla stampa fascista che dipinge la Catalogna,in maggioranza sindacalista anarchica, in preda al terrore e al disordine. L’anarchismo catalano è un socialismo costruttivo sensibile ai problemi di libertà e di cultura. Ogni giorno esso fornisce prove delle sue qualità realistiche. Le riforme vengono compiute con metodo, senza seguire schemi preconcetti e tenendo sempre in conto l’esperienza.
La migliore prova ci è data da Barcellona, dove, nonostante le difficoltà della guerra, la vita continua a svolgersi regolarmente e i servizi pubblici funzionano come e meglio di prima.

Italiani che ascoltate la radio di Barcellona attenzione. I volontari italiani combattenti in Ispagna, nell’interesse, per l’ideale di un popolo intero che lotta per la sua libertà, vi chiedono di impedire che il fascismo prosegua nella sua opera criminale a favore di Franco e dei generali faziosi. Tutti i Giorni areoplani forniti dal fascismo italiano e guidati da aviatori mercenari che disonorano il nostro paese, lanciano bombe contro città inermi, straziando donne e bambini. Tutti i giorni, proiettili italiani costruiti con mani italiane, trasportati da navi italiane, lanciati da cannoni italiani cadono nelle trincee dei lavoratori.

Franco avrebbe già da tempo fallito, se non fosse stato per il possente aiuto fascista.Quale vergogna per gli italiani sapere che il proprio governo,il governo di un popolo che fu un tempo all’avanguardia delle lotte per la libertà,tenta di assassinare la libertà del popolo spagnolo.

Che l’Italia proletaria si risvegli. Che la vergogna cessi. Dalle fabbriche, dai porti italiani non debbono più partire le armi omicide. Dove non sia possibile il boicottaggio aperto, si ricorra al boicottaggio segreto. Il popolo italiano non deve diventare il poliziotto d’Europa.

Fratelli, compagni italiani, un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona, in nome di migliaia di combattenti italiani.

Qui si combatte, si muore, ma anche si vince per la libertà e l’emancipazione di tutti i popoli. Aiutate, italiani, la rivoluzione spagnuola. Impedite al fascismo di appoggiare i generali faziosi e fascisti. Raccogliete denari. E se per persecuzioni ripetute o per difficoltà insormontabili, non potete nel vostro centro combattere efficacemente la dittatura, accorrete a rinforzare le colonne dei volontari italiani in Ispagna.

Quanto più presto vincerà la Spagna proletaria, e tanto più presto sorgerà per il popolo italiano il tempo della riscossa.

Fonte: ossimoro.it

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

Memoria per l’azione/ Carlo Rosselli 2


Due brevi ma significativi brani permettono di lumeggiare la concezione socialista di Rosselli.

C. Rosselli, ” I miei conti col marxismo “, da: Socialismo Liberale, Einaudi, Torino, 1997, pp. 143-144.

Li vado facendo da parecchi anni sotto la scorta di molti nemici e carabinieri dottrinali, in compagnia di pochi eretici amici. Voglio renderne conto qui prima di tutti a me stesso, poi a quei miei compagni di destino che non credono terminate alle Alpi le frontiere del mondo.

Sarò chiaro, semplice, sincero e, poi che i libri mi mancano, procederò per chiaroscuri senza i famosi “abiti professionali” e i non meno famosi “sussidi di note”. Intanto, chi sono. Sono un socialista. Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolar nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista che non si liquida né con la critica dei vecchi programmi, né col ricordo della sconfitta, né col richiamo alle responsabilità del passato, né con le polemiche sulla guerra combattuta.

Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto, meditato e qualcosa capito della storia italiana lontana e vicina. E precisamente ha capito.

i Che il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale.

ii. Che, come tale, si attua sin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di aspettare il sole dell’avvenire.

iii. Che tra socialismo e marxismo non v’è parentela necessaria.

iv. Che anzi, ai giorni nostri, la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista.

v. Che socialismo senza democrazia è come volere la botte piena (uomini, non servi; coscienze, non numeri; produttori, non prodotti) e la moglie ubriaca (dittatura).

vi. Che il socialismo, in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera, oppressa, è l’erede del liberalismo.

vii. Che la libertà, presupposto della vita morale così del singolo come delle collettività, è il più efficace mezzo e l’ultimo fine del socialismo.

viii. Che la socializzazione è un mezzo, sia pure importantissimo.

ix. Che lo spauracchio della rivoluzione sociale violenta spaventa ormai solo i passerotti e gli esercenti, e mena acqua al mulino reazionario.

x. Che il socialismo non si decreta dall’alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura.

xi. Che ha bisogno di idee poche e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti.

xii. Che il nuovo movimento socialista italiano non dovrà esser frutto di appiccicature di partiti e partitelli ormai sepolti, ma organismo nuovo dai piedi al capo, sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della libertà e del lavoro.

xiii. Che è assurdo imporre a così gigantesco moto di masse una unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale.

Il primo liberalismo ha da attuarsi all’interno.
Le tesi sono tredici. Il tredici porta fortuna. Chi vivrà vedrà.

Nota: “Socialismo senza democrazia significa fatalmente dittatura e dittatura significa uomini servi, numeri e non coscienze, prodotti e non produttori, e significa quindi negare i fini primi del socialismo”.

Carlo Rosselli, “Intervista a L’Italia del Popolo del 30 settembre 1929″, Da: Liberalismo socialista e socialismo liberale, a cura di N. Terracciano, Galzerano, Casalvelino Scalo (Salerno), 1992, pp. 53-54.

Domanda:-… Tra i socialisti giovani tu eri quello che forse più di ogni altro sostenevi la necessità di una profonda revisione delle posizioni teoriche e pratiche del moto socialista. Sei sempre dello stesso avviso?

Risposta: … – Sono convinto più che mai della necessità della revisione, dell’urgenza di un coraggioso esame di coscienza. Durante questi ultimi tre anni di riposo obbligato ho esaminato a fondo tutti i problemi del moto socialista giungendo a conclusioni ancora più radicali, se possibile. Queste conclusioni le ho anzi sviluppate in un breve libro scritto nascostamente al confino: libro che mi propongo presto di pubblicare.

Domanda: – Non potresti riassumere le tesi principali?

Risposta: – Mi riesce difficile, anche perché le questioni affrontate sono numerose e complesse. Se ti interessa posso citarti qualcuna delle tesi che mi paiono significative. Sarò però telegrafico. Dunque io sostengo che il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale e in secondo luogo trasformazione materiale. Che come tale può attuarsi fin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di attendere il sole dell’avvenire. Che tra socialismo e marxismo non v’è parentela necessaria, e anzi, ai giorni nostri, la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista. Che il socialismo senza democrazia è negazione dei fini primi del socialismo. Che il socialismo in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera e oppressa, è l’erede del liberalismo. Che la libertà, presupposto della vita morale così del singolo come della collettività, è il più efficace mezzo e l’ultimo fine del socialismo. Che la socializzazione è un mezzo, sia pure importantissimo. Che il socialismo non si decreta dall’alto, ma si conquista e si costruisce dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura, attraverso le innumeri, libere, autonome esperienze del moto operaio. Che il nuovo movimento socialista italiano non sarà probabilmente il frutto di appiccicature di vecchi partiti, ma organismo nuovo, sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della libertà e del lavoro.

Domanda: – … sui rapporti tra socialismo e libertà, davvero il problema più interessante in questo momento.

Risposta: – E costituisce l’argomento essenziale del mio libro. Io sono un socialista liberale. Nella parola libertà si riassume per me tutto il finalismo socialista. Libertà come metodo e come fine. Libertà intesa e realizzata in senso integrale, in tutte le sfere dell’esistenza, e non solo in quella politica e spirituale.

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

Memoria per l’azione/ Carlo Rosselli 1


Profilo biografico di Carlo Rosselli

Antifascista militante, teorico del Socialismo liberale, fondatore del movimento ?Giustizia e Libertà?, ucciso con il fratello Nello nel 1937 in Francia su mandato del regime fascista italiano.

Carlo Rosselli ? all?anagrafe Carlo Alberto ? nasce a Roma il 16 novembre 1899 e muore Bagnoles-de-l’Orne il 9 giugno 1937.
Figlio di Joe e di Amelia Pincherle; sposa il 24 luglio 1926 a Genova Marion Catherine Cave; figli: Giovanni Andrea (John, Mirtillino), Amelia (Melina), Andrew (Aghi).

Temperamento appassionato, portato all?azione e insieme fortemente attratto dalla speculazione teorica, sin da giovanissimo Rosselli vive un iter formativo poco lineare. La sua formazione scolastica viene condizionata sia da problemi di salute durante l?adolescenza, sia dalla cesura della guerra. Infatti, dapprima una flebite, che lo obbliga all’immobilità per un lungo periodo, lo costringe a interrompere gli studi ginnasiali per iscriversi al meno impegnativo Istituto tecnico.
Nell?estate del 1917 si arruola, e dopo un primo periodo a La Spezia, il 16 ottobre parte per il corso della Scuola allievi ufficiali di complemento di Caserta, prima nella nona e poi nella sesta Compagnia; nel marzo 1918 termina il corso con il grado di sottotenente e viene aggregato al 2° Reggimento Alpini, battaglione Saluzzo, e inviato in zona di guerra, in Valtellina; verrà congedato nel febbraio del 1920.
In seguito, frequenta l’Istituto superiore di Scienze sociali Cesare Alfieri di Firenze, e dal 1920, conseguito anche il diploma liceale, pur continuando gli studi di economia presso l’Alfieri, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara per poi trasferirsi a quella di Siena.

L?ambiente, gli ideali e l?acceso clima interventista vissuti in famiglia lo conducono da giovanissimo ad avvicinarsi attivamente alla politica. Nel gennaio 1917 fonda a Firenze, insieme al fratello Nello, il giornale per studenti «Noi giovani» sul quale scrive con lo pseudonimo di Civis. Sul primo numero viene pubblicato l’articolo ?Il nostro programma?. Sui numeri seguenti Carlo Rosselli scrive ?Libera Russia? (aprile) e ?Wilson? (maggio).
Dalla primavera del 1920 conosce e frequenta Salvemini, professore del fratello Nello. A dicembre iniziano gli incontri organizzati a casa di Alfredo Niccoli insieme ad altri intellettuali tra cui Nello Niccoli, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei, Piero Jahier; il gruppo si costituirà nel Circolo di Cultura che espressamente non si definisce con precisi confini politici, ma che anzi sostiene e favorisce il dibattito e la discussione delle più varie correnti di pensiero; ospiti ?relatori? sono Gaetano Salvemini, Riccardo Della Volta, Ludovico Limentani, Arrigo Serpieri, Alessandro Levi. Il Circolo di Cultura – trasferitosi nel 1923 nei locali di Borgo Santi Apostoli 27 con il sostegno economico di Rosselli che potrà attingere alle rendite delle azioni dello Stabilimento minerario del Siele provenienti dall’eredità del padre – si orienterà su posizioni esplicitamente antifasciste; il 31 dicembre del 1924 verrà devastato dai fascisti e chiuso il 5 gennaio 1925 dal Prefetto di Firenze ?per motivi di ordine pubblico?.

Nel gennaio 1921 partecipa al XVII Congresso socialista di Livorno.
Il 4 luglio 1921 si laurea in Scienze politiche presso l’Istituto Cesare Alfieri, con il professor Riccardo Dalla Volta, sostenendo la tesi Il Sindacalismo. Inizia la collaborazione con la rivista socialista di Filippo Turati «Critica sociale» esordendo con la recensione di Lineamenti della crisi sociale di Eugenio Artom.

In occasione del XIX Congresso del PSI del 1 ottobre 1922 in cui la corrente dei riformisti, guidata da Turati, Treves e Matteotti è espulsa, Rosselli si schiera con i fuoriusciti che fondano il Partito socialista unitario (PSU), il cui organo di stampa è «La Giustizia».

Nel dicembre si reca per un breve periodo a Torino dove conosce Piero Gobetti, Luigi Einaudi, Pasquale Jannacone e Achille Loria; è nuovamente a Torino nel febbraio 1923 dove grazie ai Lombroso conosce Gaetano Mosca e ne segue le lezioni all’Università. Inizia anche a collaborare con la rivista «La Rivoluzione Liberale» su cui pubblica ?Per la storia della logica. Economia liberale e movimento operaio? (15 marzo) e ?Contraddizioni liberiste? (24 aprile).

Il 9 luglio 1923 si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Siena, discutendo la tesi Prime linee di una teoria economica dei sindacati operai. Recatosi a Genova dopo la laurea, conosce, tramite Salvemini, Attilio Cabiati, professore di Economia politica presso l’Università di Genova, grazie al quale ottiene il posto di assistente di Economia politica all’Università Bocconi di Milano per l’anno accademico 1923-1924. Sempre in luglio pubblica in «Critica Sociale» l’articolo ?Liberalismo socialista? in cui presenta il suo pensiero politico. Da luglio a ottobre 1923 è in Inghilterra dove frequenta la London School of Economics e la Fabian Society e approfondisce gli studi affrontati nella tesi di laurea; conosce tra gli altri Sidney James Webb e la moglie Beatrice, George Douglas Howard Cole (teorici socialisti non marxisti), Richard Henry Tawney (fondatore degli studi inglesi di storia e storiografia economica). Il contatto con gli ambienti politici inglesi, liberali e laburisti, porta Rosselli a sviluppare l’idea di un Socialismo non marxista e non classista, che tratterà diffusamente sulla rivista «Critica Sociale»; per il numero di novembre scrive l’articolo ?Bilancio marxista: la crisi intellettuale del partito socialista? e in dicembre ?Aggiunte e chiose al bilancio marxista?. Tornato dall’Inghilterra si stabilisce a Milano, dove inizia la carriera universitaria. Il nuovo incarico lo avvicina ancor più agli ambienti del socialismo riformista e a diversi uomini politici tra cui Turati, Treves, Modigliani e Matteotti. Incaricato dal PSU e dalla CGIL, tiene anche lezioni all’Università proletaria di Milano. Nel corso dell’anno conosce Marion Cave.

Nel 1924 inizia la collaborazione con la rivista «Riforma sociale» su cui pubblica nel fascicolo di gennaio-febbraio l’articolo ?The Third Winter of Unemployment?, recensione al libro di P.S. King. Il delitto Matteotti spinge il gruppo che fa capo a Salvemini a riconoscere che l’unica via per contrastare il fascismo sia ormai al di fuori dei canali istituzionali e nel giugno 1924 si costituisce una sezione fiorentina dell’associazione combattentistica ?Italia libera?.

A luglio 1924 Rosselli si iscrive al PSU.
Il 15 luglio, riprendendo un articolo già apparso in «Critica Sociale», pubblica ?Liberalismo socialista? in «La Rivoluzione Liberale».
A novembre, appoggiato da Cabiati, è incaricato della docenza di Istituzioni di Economia Politica per l’anno accademico 1924-1925 all’Istituto superiore di Scienze economiche e commerciali di Genova.

Nel gennaio del 1925 esce ? sostenuto finanziariamente da Rosselli e da Salvemini ? il primo numero del giornale clandestino «Non mollare», che prende nome da uno slogan lanciato dal fratello Nello. A giugno Salvemini viene arrestato per la collaborazione al «Non mollare»; dopo l’udienza del 13 luglio gli è concessa la libertà provvisoria ed egli passa una notte in casa Rosselli prima di partire per il suo esilio in Francia; la sua presenza, segnalata da un delatore, provoca la reazione fascista con la devastazione della casa di via Giusti. Il foglio verrà stampato sino alla ?strage di San Bartolomeo? di ottobre in cui vengono uccisi gli antifascisti Pilati, Consolo e Becciolini, e perseguitati molti altri tra i collaboratori del giornale.

Nello stesso anno Cabiati e Ortu Carboni, preside di Facoltà all’Istituto superiore di Scienze economiche e commerciali di Genova, gli rinnovano l’incarico di docente per l’anno accademico 1925-1926 nei corsi di Economia Politica e Storia delle Dottrine Economiche.

Il 27 marzo 1926 esce a Milano il primo numero della rivista «Il Quarto Stato» fondata e diretta da Pietro Nenni e Rosselli (firmavano gli editoriali ?Noi?), che sopravviverà sino all’approvazione delle leggi ?per la difesa dello Stato? che portano alla soppressione della stampa antifascista (l’ultimo numero è del 30 ottobre 1926). Nei primi numeri Rosselli analizza l’insuccesso della politica socialista con gli articoli ?Autocritica? (3 aprile) e ?Autocritica, non demolizione? (1 maggio).
Nella primavera del 1926, a Genova, nell’ambito della campagna contro gli insegnanti ostili al regime, inizia una persecuzione nei confronti di Rosselli, divenuto un punto di riferimento per gli antifascisti genovesi, per ottenerne l’allontanamento dall’Ateneo genovese; il 28 aprile per ordine della segreteria del fascio genovese Rosselli subisce un’aggressione da parte degli squadristi Vittorio Poggi, Nino Rocca e Gioele Italiani; il 4 maggio il giornale «Il Littorio» pubblica una lettera aperta contro Rosselli, che a luglio decide di lasciare l’insegnamento. Il 24 luglio a Genova sposa Marion Cave e in ottobre si trasferisce a Milano, in via Borghetto 5.

Durante il congresso del PSLI, che si riunisce clandestinamente a Milano il 21 e il 22 ottobre 1926, Rosselli, Giuseppe Saragat e Claudio Treves sono confermati alla dirigenza del partito.

Dal novembre 1926 il gruppo socialista di Milano inizia a organizzare l’espatrio clandestino degli oppositori al regime. Rosselli, con Riccardo Bauer e Ferruccio Parri, coordina e prepara tra le altre anche la fuga di Giuseppe Saragat, Claudio Treves e Pietro Nenni, in novembre, e di Alessandro Pertini e Giuseppe Turati in dicembre. Nella notte dell’11 dicembre, sul motoscafo condotto da Italo Oxilia, Rosselli parte da Savona per approdare in Corsica con Filippo Turati, Alessandro Pertini, Ferruccio Parri. Il 13, mentre Turati e Pertini lasciano l’isola diretti a Nizza, ritorna con Parri in Italia. Dopo lo sbarco, la mattina del 14, sono arrestati e condotti al carcere del forte di Massa e quindi nel carcere di Carrara. Carlo è in seguito trasferito nel carcere di Como – con Riccardo Bauer, Carlo Silvestri e Giovanni Ansaldo – dove rimarrà sino al maggio 1927. Il 15 dicembre 1926 la Commissione provinciale di Milano delibera il provvedimento di confino per 5 anni nei suoi confronti.

A giugno 1927 inizia il suo soggiorno a Ustica insieme a Parri e Bauer. Nel trasferimento verso il confino, di passaggio da Firenze, ottiene dal carabiniere di scorta di passare da casa in via Giusti. Durante la permanenza a Ustica è formalmente accusato di complicità nella fuga di Turati, imputazione per la quale verrà trasferito a Savona per il processo, che inizia il 9 settembre. Assume la difesa di Rosselli l’avvocato Erizzo di Genova il cui dibattimento, fondato sulle idee di giustizia e libertà, trasforma il processo in una pubblica accusa al regime e conduce al riconoscimento di una ?motivazione morale? per la fuga di Turati indirizzando la giuria verso un risultato più ?mite? del previsto. Il 13 viene pronunciata la sentenza: Rosselli è condannato a 10 mesi di arresto per contravvenzione alle leggi di pubblica sicurezza; dovrà scontare ancora 40 giorni di carcere e quindi i 5 anni di confino a Lipari, comminati dalla Commissione di Polizia.

A fine dicembre arriva a Lipari; durante il confino scrive Socialismo liberale che sarà pubblicato a Parigi nel 1930. L’8 gennaio 1928 è raggiunto a Lipari dalla moglie Marion con il figlio John; la madre proveniente da Ustica, dov’è confinato l’altro figlio Nello, si unirà a loro intorno al 18.
Iniziano i tentativi di fuga da Lipari: il 17 novembre 1928, con Gioacchino Dolci, Fausto Nitti e Emilio Lussu, ma le pessime condizioni del mare li costringono a desistere; il 23 giugno 1929 progetta un nuovo tentativo di fuga, ma solo il 27 luglio, con Francesco Fausto Nitti e Emilio Lussu, riesce a fuggire diretto in Francia a bordo di un motoscafo guidato da Italo Oxilia. L’impresa, organizzata da Alberto Tarchiani e Gioacchino Dolci (a sua volta confinato a Lipari sino al 4 dicembre 1928) consente a Rosselli di raggiungere la Tunisia e quindi Marsiglia e Parigi, dove giunge il 1 agosto.
La moglie Marion e il fratello Nello sono arrestati nei rispettivi luoghi di villeggiatura, Courmayeur e Fiuggi, con l’accusa di complicità nella fuga di Rosselli. Marion, arrestata il 31 luglio, è condotta nel carcere di Aosta, ma in considerazione delle sue condizioni – è incinta e ha con sé un bambino piccolo – le è consentito di alloggiare in albergo con il piccolo John; grazie alle campagne di protesta organizzate dagli esuli a Parigi e tramite la testata inglese «Daily News», compare davanti alla Commissione per il confino il 12 agosto e il 15 viene liberata per ordine di Mussolini e può raggiungere il marito a Parigi.

Già nell’agosto nasce a Parigi il movimento Giustizia e Libertà per iniziativa di Rosselli e di altri fuoriusciti, tra cui Gaetano Salvemini, Alberto Tarchiani, Alberto Cianca, Cipriano Facchinetti, Emilio Lussu, Francesco Fausto Nitti, Raffaele Rossetti, Vincenzo Nitti, Gioacchino Dolci. Il primo comitato centrale estero è composto da Rosselli, Tarchiani e Lussu, mentre in Italia Ernesto Rossi, Riccardo Bauer e Francesco Facello, che mantengono il collegamento con il gruppo di Parigi, riescono a coordinare l’attività di vari gruppi diffusi soprattutto nelle grandi città del Nord con epicentro a Milano.

A novembre esce il primo numero del bollettino mensile «Giustizia e Libertà, movimento rivoluzionario antifascista», con il ?Primo programma di Giustizia e Libertà? e l’articolo di Rosselli ?Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo?.

L’11 luglio 1930, con Tarchiani e Bassanesi organizza un volo propagandistico con lancio di volantini su Milano, partendo dal Canton Ticino; per violazione dello spazio aereo svizzero il 18 novembre viene processato a Lugano; nel collegio di difesa anche gli avvocati Giovan Battista Rusca e Vincent Moro-Giafferi. La Corte assolve gli imputati ma il Governo svizzero, nonostante la sentenza, li espelle dal paese, su pressione del governo italiano. Contro il decreto di espulsione Tarchiani e Rosselli scrivono su «Libera Stampa» del 2 dicembre una ?Lettera aperta all’onorevole Motta? (ministro degli Esteri svizzero). Ancora in dicembre scrive ?Il caso Belloni e il regime dei podestà? in «Giustizia e Libertà».

Nel 1930 a Parigi pubblica Socialisme Libéral. Testo teorico del movimento Giustizia e libertà, era stato scritto a Lipari nel 1928-1929 e portato all’estero dalla moglie Marion. La prima edizione, che Carlo rivede con l’aiuto di Nello, è tradotta in francese da Stefan Priacel. L’edizione italiana, tradotta dal francese da Leone Bordone e rivista da Aldo Garosci, è pubblicato nel 1945 per i tipi di Edizioni U. L’edizione del 1973 per i tipi di Einaudi, con introduzione di Norberto Bobbio, è a cura del figlio John Rosselli.

A marzo 1931 scrive l’articolo ?Agli operai? in «Giustizia e Libertà».
In seguito alla proclamazione della repubblica in Spagna, nell’aprile del 1931 con Tarchiani e Bassanesi, e in maggio con Tarchiani, compie i primi viaggi a Barcellona e Madrid per cercare contatti. Nel novembre dello stesso anno fallisce un secondo volo sull’Italia progettato da Bassanesi, Carlo Rosselli e Tarchiani con partenza da Costanza in Germania. I tre sono arrestati e in seguito espulsi dalla Germania.

A novembre si conclude l’accordo fra Giustizia e libertà e la Concentrazione antifascista: il movimento di Rosselli aderendo all’organizzazione rinuncia all’autonomia operativa all’estero ed è riconsciuto come rappresentante della Concentrazione in Italia.

Sempre nel 1931 in «Almanacco socialista» pubblica ?Fuga in quattro tempi?, con il racconto della fuga da Lipari del 1929.
A gennaio del 1932 inizia la pubblicazione dei «Quaderni di Giustizia e Libertà» di cui usciranno dodici numeri dal gennaio 1932 al gennaio 1935. Sul primo numero vengono pubblicati ?Schema di programma rivoluzionario?, manifesto del movimento scritto in occasione dell’accordo con la Concentrazione, e due articoli di Rosselli: ?Risposta a Giorgio Amendola? e ?Liberalismo rivoluzionario?.

Nel numero di «Quaderni di Giustizia e Libertà» di giugno 1932 Rosselli, con l’articolo ?Filippo Turati e il socialismo italiano?, ricorda il leader socialista morto a marzo.
Sempre a giugno Rosselli, Cianca, Lussu, e Tarchiani rispondono con una ?Lettera al presidente del Tribunale speciale? in «Giustizia e Libertà» alle accuse di implicazione del movimento di Giustizia e Libertà nell’attentato a Mussolini emerse durante il processo a Angelo Sbardellotto.
Nel 1933 Rosselli ricorda in «La Libertà» del 15 giugno Claudio Treves, morto l’11.

In occasione del congresso del Partito socialista francese di Parigi del 14 giugno 1933 Rosselli commenta gli orientamenti della nuova formazione dei neo-socialisti dalle pagine di «Giustizia e Libertà».
Scrive ?La guerra che torna? in «Quaderni di Giustizia e Libertà» del novembre 1933 ritornando sul tema dell’ascesa dei sistemi fascisti europei, dopo la presa del potere da parte di Hitler.

In seguito allo scioglimento della Concentrazione antifascista nel maggio 1934 scrive ?La fine della Concentrazione? in «Giustizia e Libertà» del 18 maggio. Pubblica ?Pericolose illusioni?, nel numero del 15 giugno 1934 «Giustizia e Libertà», ?Amnistia?!? nel numero del 28 settembre, ?L’insurrezione è schiacciata. Ma la rivoluzione avanza?, sulla insurrezione delle Asturie, nel numero del 2 novembre, e, in occasione del primo Congresso universale del fascismo di Montreux, ?L’universalismo fascista a Montreux? nel numero del 21 dicembre. Per il decennale della morte di Matteotti Rosselli ricorda il deputato socialista nell’articolo ?Eroe tutto prosa? in «Almanacco socialista».

Nello stesso anno Rosselli e la famiglia traslocano in rue Notre-Dame des Champs 79 a Parigi.
Sul numero di «Giustizia e Libertà» del 18 gennaio 1935 scrive ?La lezione della Sarre. Fronte tedesco 447.000 voti. Fronte della Libertà 46.000 voti?. Iniziata la mobilitazione in Italia per l’Africa orientale, espone la posizione del suo movimento in merito alla questione abissina in ?Disfattismo integrale o il vero patriottismo? sul numero di «Giustizia e Libertà» del 22 febbraio, e ?Perché siamo contro la guerra d’Africa?, che esce sul numero dell’8 marzo.

In occasione del primo congresso di Giustizia e Libertà di Parigi dell’11 settembre 1935, sul numero del 20 settembre di «Giustizia e Libertà» viene pubblicato il ?Manifesto agli Italiani? (scritto da Rosselli e Umberto Calosso) e l’articolo di Rosselli ?Che cosa è stato il convegno di Giustizia e libertà?.

Nell’ottobre 1935 commenta l’invasione militare italiana in Etiopia su «Giustizia e Libertà» negli articoli ?Il salto nell’abisso?, ?La nostra sanzione?, ?Il Congresso contro la guerra?; continuerà l’analisi della questione africana nei quattro articoli intitolati ?Realtà di oggi e prospettive di domani? su «Giustizia e Libertà» del gennaio 1936, e ancora in marzo e aprile, a commento delle operazioni italiane in Etiopia, scriverà ?Il dramma della coscienza europea? (6 marzo), ?Dal conflitto italo-etiopico alla crisi europea? (20 marzo), ?Eroismo assoluto? (3 aprile), ?Realismo? (10 aprile), ?Realismo ancora? (15 maggio).

Nel marzo 1936 fallisce il tentativo di Carlo Zanatta di uccidere Rosselli.
A luglio del 1936 inizia la guerra civile spagnola. Rosselli raccoglie fondi e armi e mobilita le forze antifasciste organizzando una spedizione in aiuto dei repubblicani spagnoli. Il 16 agosto varca il confine spagnolo e giunge a Barcellona. Con atto costitutivo firmato il 17 agosto da Rosselli, Mario Angeloni, Umberto Calosso e Camillo Berneri, prende vita la ?Colonna italiana?, formazione di circa centocinquanta antifascisti italiani di ogni fede politica, impiegata sul fronte d’Aragona. Il comando militare della Colonna è affidato ad Angeloni e a Rosselli. Il 28 agosto nella battaglia di Monte Pelato i franchisti vengono respinti ma si registrano molti caduti fra gli italiani, fra i quali Angeloni, mentre Rosselli viene ferito. Recatosi poi a Parigi per cercare finanziamenti, torna in Spagna nel novembre.
Il 13 novembre, nella sua rubrica a Radio Barcellona, lancia il famoso ?Oggi in Spagna, domani in Italia!?, destinato a diventare la parola d’ordine dei combattenti antifascisti; l’intervento sarà poi pubblicato in «Giustizia e Libertà» del 27 novembre; dopo la ?vittoria mancata? di Almudévar del 20 novembre, inizia una crisi interna al gruppo che culmina il 16 dicembre quando il leader di Giustizia e libertà viene messo in minoranza dai rappresentanti anarchici della colonna. Il riacutizzarsi di una flebite lo bloccherà per tutto dicembre e lo costringerà a rientrare a Parigi il 7 gennaio 1937.

Sul numero del 19 marzo 1937 di «Giustizia e Libertà» Rosselli sviluppa la propria riflessione ideologica sull’evoluzione del movimento pubblicando il primo di una serie di articoli dedicati a ?L’unificazione politica del proletariato italiano?.

In occasione della vittoria delle Brigate internazionali a Guadalajara del marzo scrive ?Per una Guadalajara in terra italiana? in «Giustizia e Libertà» del 23 aprile e ?Dopo le giornate di Barcellona?, in ricordo dell’anarchico Camillo Berneri ucciso a Barcellona, sul numero del 14 maggio.

Il 17 maggio 1937 Rosselli si reca, insieme alla moglie, in convalescenza a Bagnoles-de-l’Orne, dove il 5 giugno li raggiunge il fratello Nello; lì il 9 giugno Nello e Carlo vengono assassinati dal gruppo filofascista della Cagoule, su mandato del regime italiano; i loro corpi saranno trovati l’11 giugno. Il 19 giugno si celebrano a Parigi i funerali solenni dei fratelli Rosselli, che verranno sepolti al cimitero Père-Lachaise; la cerimonia è seguita con larga partecipazione non solo dai fuoriusciti italiani, ma anche da tutti i partiti e gruppi antifascisti e dalla folla parigina.
Il 29 gennaio 1945 inizia il processo per l’assassinio dei fratelli Rosselli presso l’Alta Corte di Roma; Amelia, Marion e Maria Rosselli si costituiscono parte civile e nominano avvocati difensori Piero Calamandrei e Alberto Carocci, e procuratori Alberto Cianca ed Emilio Lussu. A conclusione del processo, il 12 marzo viene pronunciata la sentenza di condanna a morte per Filippo Anfuso, all’ergastolo per il generale Mario Roatta (evaso pochi giorni prima della sentenza) e i colonnelli Emanuele e Navale, a 24 anni di reclusione per Jacomoni e Suvich.

Il 29 aprile 1951, in occasione del ritorno delle salme di Carlo e Nello Rosselli da Parigi a Firenze per essere tumulate nel cimitero di Trespiano, si svoge a Palazzo Vecchio una solenne commemorazione dei due fratelli; Salvemini tiene il discorso commemorativo alla presenza del presidente della Repubblica Luigi Einaudi.

Biografia a cura di V. Mosca e C. Ceresa

Fonti:

Archivio Famiglia Rosselli;

Aldo Garosci, Vita di Carlo Rosselli, 2 vol., Vallecchi, Firenze 1973;

I Rosselli. Epistolario familiare 1914-1937, a cura di Zeffiro Ciuffoletti, Mondadori, Milano 1997;

Carlo Rosselli, Socialismo liberale. Introduzione e saggi critici di Norberto Bobbio, a cura di John Rosselli, Einaudi, Torino 1997;

Politica e affetti familiari. Lettere dei Rosselli ai Ferrero (1917-1943), a cura di Marina Calloni e Lorella Cedroni, Feltrinelli, Milano 1997;

Giuseppe Fiori, Casa Rosselli, Einaudi, Torino 1999;

Amelia Rosselli, Memorie, a cura di Marina Calloni, Il Mulino, Bologna 2001;

Lessico familiare. Vita, cultura e politica della famiglia Rosselli all?insegna della libertà, Catalogo a cura di Zeffiro Ciuffoletti e Gian Luca Corradi, Edimond, Città di Castello 2002;

Un?altra Italia nell?Italia del fascismo. Carlo e Nello Rosselli nella documentazione dell?Archivio Centarle dello Stato, Catalogo a cura di Marina Giannetto, Edimond, Città di Castello 2002;

Politica, valori, idealità. Carlo e Nello Rosselli maestri dell’Italia civile, a cura di Lauro Rossi, Carocci, Roma 2003.

Fonte: Archivio Rosselli presso la Fondazione Rosselli

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

Memoria per l’azione/ Camillo Berneri 3


In vista dell’incontro-dibatitto che stiamo organizzando a Sassari per discutere l’eredità politica di Rosselli e Berneri, continuiamo la pubblicazione di materiale interessante sulle figure dei due militanti della sinistra libertaria.

Gli studi sociali di Camillo Berneri, anarchico internazionalista
di Massimo Granchi, Storia & Futuro, n. 14, maggio 2007

Sommario:
* Studi anarchici di Camillo Berneri
* L’individuo e le masse
* I Totalitarismi
* La libertà di associazione: Chiesa e rivoluzione
* Attualismo e revisionismo sociale di Camillo Berneri. Il dibattito con
Carlo Rosselli
* L’esperienza di Spagna: partecipazione politica e moderatismo anarchico

Introduzione

Camillo Luigi Berneri nasce a Lodi il 20 maggio del 1897. Dopo una breve esperienza nei Giovani socialisti di Reggio Emilia, si converte all’anarchismo. La scelta è una conseguenza del suo spiccato antimilitarismo, di alcune considerazioni in merito all’atteggiamento assunto dal socialismo di fronte alla guerra, soprattutto riguardo al suo attendismo. Il Berneri lo considera, infatti, controproducente per l’auspicata conquista di un riscatto da parte delle masse oppresse. Il suo interesse nei confronti di queste ultime, concepite come un’entità disomogenea e fragile perché priva di una propria cultura (scardina a tale proposito l’assunto socialista il quale introduce il concetto di ?cultura proletaria? delle masse, ritenendolo privo di contenuto), alimenta gran parte dei suoi scritti in materia di emarginazione e razzismo.

Berneri enuncia alcuni principi di base che definiscono i compiti dell’anarchico ideale, tra questi ?istruire le masse? è il più importante. Il suo umanesimo si afferma come garanzia di sviluppo della personalità, oltre ogni barriera sovrastrutturale, nel desiderio d’emancipazione sociale di tutte le classi, dei ceti (sino alla loro scomparsa), dell’umanità. Egli riconosce che solo le masse istruite possono darsi una propria organizzazione politica e sociale, senza dover ricorrere a falsi profeti o tiranni. Il suo pessimismo nei confronti delle emergenti figure dell’assolutismo mondiale (dopo la disillusione seguita al trasformismo leninista), in Italia e in Germania, è accentuato dalla propria condizione di esule ed emarginato.

Dal 1926, dopo la sconfessione del regime autoritario, è costretto a cercare asilo politico in Francia, poi in Belgio, in Olanda, Germania, Lussemburgo e infine in Spagna. Egli, sempre a diretto contatto con le categorie meno privilegiate, s’impegna strenuamente nella lotta contro la polizia fascista. Concorre a smascherare le spie del regime infiltrate negli organismi di rappresentanza dei fuorusciti. È costretto a vivere nell’ombra e tutta la sua attività letteraria è frustrata dalla censura. I paesi che lo ospitano, subendo le pressioni del Governo italiano, lo spingono alla fuga o lo costringono in prigione.

Mussolini Grande Attore è una delle opere più lucide del Berneri in cui i caratteri della personalità ambigua del leader italiano sono denunciati in tutta la loro gravità. Il più evidente tra questi è la capacità che ha Mussolini di interpretare un ruolo nella storia. Il Duce ? secondo l’anarchico ? mette in atto scene d’avanspettacolo che conducono solo all’illecito e denunciano un’evidente povertà dei contenuti politici. In conformità a queste considerazioni, l’educazione delle masse, la loro formazione, decretano o no il successo di certe ?rappresentazioni?. Una delle ragioni per cui Berneri si mostra particolarmente interessato all’opera di propaganda compiuta nelle scuole, dunque, è il fatto di avere sempre attribuito gran valore all’educazione dei giovani e alla formazione dell’individuo in generale. L’uomo ? secondo il Berneri ? deve essere lasciato in grado di svilupparsi in un contesto sociale il più naturale possibile, di modo che la sua capacità critica maturi senza traumi, nella più totale eterogeneità delle opinioni.

Studi anarchici di Camillo Berneri

L’antifascismo europeo, il solidarismo internazionale tra i lavoratori di ogni nazione, uniti contro le degenerazioni totalitarie e l’annientamento delle coscienze, sono gli argomenti di studio prediletti da Berneri, l’oggetto del suo impegno politico (De Maria 2004). Il suo contributo alla comprensione di alcuni dei grandi interrogativi storici che afflissero l’Europa agli inizi del secolo è illuminante. Il disordine, in particolar modo quello mentale è, per l’anarchico ex-socialista, causa di malintesi che conducono a dissidi politici e crisi spirituali.

La sua figura di ideologo internazionalista, formatosi alla scuola di Gaetano Salvemini e Camillo Prampolini, è stata oggetto di studio da parte di Pier Carlo Masini e Nico Berti, soprattutto in merito alla sua ampia curiosità intellettuale. Scrisse di lui il Salvemini: ?Aveva il gusto per i fatti precisi. In lui l’immaginazione disciolta da ogni legame con il presente, in fatto di possibilità sociali, si associavano a una cura meticolosa per i particolari immediati nello studio e nella pratica di ogni giorno. S’interessava di tutto con avidità insaziabile. Mentre molti anarchici sono come le case le cui finestre sulla strada sono tutte murate, lui teneva aperte tutte le finestre? (Salvemini 1952a; 1952b).

Quest’evidente sensibilità lo spinse verso sempre maggiori ambiti di ricerca ed espressione umana. In seguito alla critica che mosse negli anni venti contro l’intellettualismo, inteso solo come speculativo e fine a se stesso e non come strumento di crescita personale e universale, le sue considerazioni sul movimento operaio internazionale hanno assunto caratteri più propriamente scientifici.

Nell’esprimere le sue posizioni antimilitariste s’ispira ai principi del collaborazionismo operaio europeo unito oltre le incomprensioni borghesi di anacronistici imperialismi (Berneri 1915). Dopo l’ingresso in guerra dell’Italia nel 1915, il Berneri accusa la cultura italiana di essere asservita al dominio guerresco. Recupera alcuni principi kantiani e il trattato sulla pace perpetua, quasi a volere restaurare i fili di una relazione tra filosofia e pacifismo, consumatasi da tempo sotto inutili ?astruserie metafisiche?, come lui stesso ebbe a dichiarare nel 1918 (Berneri 1918). Descrive la società come un ?nugolo di super uomini ammaliati dalle tentazioni del secolo? e definisce i filosofi contemporanei ?avidi ricercatori del bene fisico e metafisico?.

Nelle speranze dell’anarchico, il dopo guerra avrebbe partorito una filosofia più umana. Lo scoppio della rivoluzione russa sembra offrire l’occasione attesa. In L’autodemocrazia , articolo del 1919 apparso su ?Volontà?, egli descrive il bolscevismo come il più significativo rinnovamento di tipo radicale e sistemico degli organismi rappresentativi, antitesi alla tendenza accentratrice del socialismo di Stato. Egli crede nella possibilità di esportare in tutta Europa tale sistema e riconosce l’esistenza di alcune omogeneità tra le condizioni rivoluzionarie in Russia e in Italia (Berneri 1917b). Il sovietismo fu, a suo parere, l’immediata e inevitabile espressione del bisogno delle masse di dotarsi di un metodo di coordinamento capace di assicurare, e possibilmente migliorare, il tenore di vita, la difesa delle posizioni acquisite, la sostituzione degli organi e delle funzioni rispondenti ai bisogni generali delle masse (Berneri 1917b).

Quando nel 1920, Lenin comincia l’opera di epurazione nei Soviet russi, i sindacati, i consigli di fabbrica divengono parte di una ferrea gerarchia, cui fa capo un gruppo ristretto di dirigenti, le minoranze sono messe all’opposizione e poi dichiarate illegali. Dopo un breve collaborazionismo tattico tra la machnovicina e il governo, nella lotta ai controrivoluzionari bianchi, la caccia all’anarchismo diviene spietata. L’esercito si trasforma in uno strumento di repressione e perde il carattere popolare e volontario. La questione organizzativa si fa urgente nel movimento anarchico. Lo scopo è porsi come realtà antagonista rispetto all’esclusivismo operativo bolscevico.

L’Unione comunista anarchica italiana nasce nel 1919 a Firenze e nel 1920 diviene Unione anarchica italiana sulla base del programma ideato da Errico Malatesta. I principi di sintesi del progetto, partendo dal carattere anti-costituente dell’anarchismo, suggeriscono un cooperativismo tra individui, gruppi e federazioni a loro volta in grado di realizzare unioni provinciali e regionali. Il Berneri è convinto che tale decentramento sia solo una soluzione frettolosa ed inefficace, una trasformazione di gruppi sociali in succursali dello Stato. Rispetto alla rivoluzione russa è ora costretto a rivedere le sue posizioni.

L’individuo e le masse

Agli inizi degli anni venti, Berneri propone l’indipendenza dei comuni nella creazione di gruppi corporativi di produzione. Parla di ?trasformismo leninista? che avrebbe alla base il gradualismo nei processi di espropriazione e l’idea di un capitalismo di Stato. Riconosce i più importanti elementi corruttori del sistema bolscevico in fatto di requisizioni, di rifornimenti inefficienti alle campagne, di tentativi sterili di nazionalizzazione delle terre, di burocrazia.

In questo contesto, il popolo è descritto come una realtà eterogenea, volubile e facilmente influenzabile. La mancanza di cultura costringe la massa in una condizione di rinuncia perché non in grado di condurre un percorso verso l’emancipazione. Ogni individuo può comunque redimersi da sé e dagli altri attraverso la crescita intellettuale, lo studio organico che precede l’autocoscienza e il rifiuto del nozionismo. Liberata da ogni costrizione sociale, dal sopruso, la classe operaia avrebbe potuto contribuire all’annientamento dei privilegi che giustificano la supremazia e l’esistenza delle altre classi, quella borghese in particolare.

L’anarchismo avrebbe dovuto contribuire a tale crescita. Il Berneri si dedica dunque allo studio della massa, la indaga e ne evidenzia il ruolo vario e mutevole. Lo sfruttamento cui è sottoposta nei rapporti di lavoro che la vedono parte debole, la costringe a condizioni molto difficoltose, la riduce ad essere una realtà subordinata. Il subordine però, nascerebbe non propriamente da condizioni economiche, origine indiretta, ma piuttosto dalla mancanza di educazione, di prospettive di crescita e sviluppo, che consentano una rivalsa del popolo, prima di tutto personale, quindi a vantaggio dell’individualismo, della libertà e secondariamente del sistema sociale (De Maria 2004). La massa diviene una terza categoria rinnovata e interpostasi nel giusto mezzo tra proletariato e borghesia. Essa colmerebbe la discontinuità storica, allargando i limiti delle caratterizzazioni sociali.

Questa massa eterogenea è talmente importante per il Berneri che su di essa concentra tutti gli studi successivi, al fine di scardinare i presupposti su cui si basano gli assolutismi, che traggono sostegno e giustificazione proprio dalle masse. La massa dovrebbe divenire, nella lotta rivoluzionaria e conseguentemente ad una crescita culturale, l’elemento mancante ed operativo del protagonismo anarchico. L’anarchismo, proteso verso un isolazionismo produttivo, esce in questo modo dal suo catartico stato di riflessione e attendismo, e la massa scopre i vantaggi dell’azione, in qualità di artefice del proprio destino, senza ricorrere a generali o padroni.

Lotta rivoluzionaria e assolutismi giacobino-leninisti sono i poli contrapposti di un eterno conflitto, soprattutto alla luce dei fascismi che si affermano in Europa nei primi anni ?30. L’anarchismo assurge a ?gran tutor? delle masse che al momento opportuno, avrebbero scacciato il regime fondato sull’annientamento delle coscienze, per affermare la società rivoluzionaria. Rivoluzione sociale e assolutismi, educazione, consapevolezza e gretta ignoranza sono le antitesi evolutive delle ricerche berneriare. È in ogni caso vero che il Berneri si serve di strumenti interpretativi recuperati dalle esperienze che gli sono più vicine, definibili in un certo qual modo tradizionali, e li riconosce come base su cui realizzare la società futura. Tali mezzi divengono transitori, come fossero delle chiavi di lettura, surrogabili in ogni momento.

Il fatto che gli esempi forniti dal sistema siano fallimentari, è da stimolo per un percorso in avanti, mai esaurito, verso nuove possibilità che all’epoca in cui Berneri scrive, si possono solo ipotizzare. Intanto ritiene essenziale intaccare i presupposti ideologici del concetto di ?Dittatura del proletariato?, da Berneri descritto insulso quanto quello di ?popolo sovrano? (Berneri 1936d). Attacca la retorica socialista che riconosce nel popolo una ?coscienza proletaria? in grado di guidarlo verso l’emancipazione, ma è contrario a qualsiasi determinismo.

Acquisito il principio per il quale ogni tentativo di delegare il potere ad una rappresentanza eletta degenera nel dispotismo (esempio più emblematico è il dirigismo bolscevico della Piattaforma Archinoff), la soluzione poteva risiedere nel collettivismo di un organizzazione solidale tra gli esercenti, operanti nell’ambito di comuni autonomi, dove le discussioni relative ai più significativi problemi sociali avrebbero richiesto la costituzione di ?club popolari allargati?.

In seguito all’uscita del libro di Randolfo Vella nel 1932, che riapre il discorso sui concetti di ?vittoria anarchica? e ?gruppo?, il Berneri propone un’idea che si basa sulla libera convivenza e sul confronto politico in cui prevalga un sistema di rappresentanza a carattere esecutivo, principalmente tecnico. Suggerisce un sistema in cui le preponderanze politiche siano sostituite da ruoli assegnati proporzionalmente a tutti i movimenti di sinistra e ai partiti d’avanguardia impegnati nei Consigli ad annientare il capitalismo e i privilegi borghesi (Berneri 1932).

L’anarchico, auspicando la realizzazione spontanea e indipendente di un movimento internazionale di lotta, critica le principali organizzazioni antifasciste di natura repubblicano-socialista, nate con l’intento di opporre resistenza allo strapotere degli assolutismi di destra: la ?Concentrazione? e il gruppo ?Giustizia e Libertà? di Carlo Rosselli. Questo perché non ne condivide il carattere moderato, che oppone al regime un antifascismo legalitario. La critica contro i giellisti è, nello specifico, più violenta (Berneri 1930a). Essi rappresenterebbero una classe di quadri che aspira a costituire una repubblica conservatrice. Inoltre, il loro gruppo, nell’idea di Berneri, non sarebbe diverso dall’Alleanza nazionale antifascista, un movimento di tipo allargato, costituzionalista, filo monarchico e cattolico, la quale tattica è di compromesso e si fonda sull’alleanza tra i popolari e il basso clero.

Scrive Berneri in La tattica fumogena , su ?L’Adunata dei Refrattari? (New York) del 10 gennaio 1932: ?La paura della rivoluzione sociale è, dunque, il principale fattore di successo dell’Alleanza nazionale. Ma tale paura è ugualmente evidente nel programma di Giustizia e Libertà?.

Oltre al periodo che va dal 1926 al 1929, definito da Francisco Madrid Santos, di adeguamento pratico delle idee dell’anarchico ad una situazione mutevole, i tre anni compresi tra il 1930 e il 1933 sono più propriamente di riflessione e Berneri si interessa a varie discipline, dalla psicologia alla storia, dalla filosofia all’arte (Francisco Madrid Santos 1985). Subisce quattro arresti.

Scrive nel 1930 alla figlia Maria Luisa dalla Prison de Forest : ?Sono contemporaneamente sereno e disperato: come se fossi rassegnato ad una fatalità e come se io disponessi di una volontà in grado di creare un mondo. La situazione è cambiata tanto da essere per noi tema doloroso; ciò che è grave ed esige una soluzione è che il peso frantuma l’energia dell’animo. Sono alla ricerca precisa di me stesso e devo vincermi. Non è il carcere che mi preoccupa, ma è lo sforzo che devo fare per uscire dalla mia vita di ieri che è una volta di più spezzata e che non spero di poter riprendere a meno che io non riesca a raggiungere un po’ di tranquillità?. Nello stesso anno studia il ruolo dell’istituzione ecclesiastica intesa come libera organizzazione di individui contrapposta al totalitarismo di alcuni autocrati.

I Totalitarismi

Il protagonismo di Mussolini ? denuncia l’anarchico in tema di totalitarismo ? si regge sulla promozione della sua immagine e sull’inquadramento del popolo, sull’annientamento dello stesso in quanto realtà eterogenea in grado di riflettere e decidere per sé in maniera critica e, almeno nelle potenzialità, senza condizionamenti. Il concetto fascista di ?normalizzazione? è inteso come annientamento completo dell’opposizione e delle coscienze. Nell’applicazione del suo ?ordine di Varsavia?, Mussolini si rende anche conto che la rappresaglia fascista ritarda la normalizzazione.

Intende dunque intervenire con la reazione statale sistematica. Proprio le rappresaglie su larga scala conducono al potere il fascismo e poi divengono l’unico mezzo di conservazione. Non riuscendo però a manipolare i comportamenti con gli strumenti di violenza propagandistica che spezzano ogni reazione con le botte, Mussolini ha costruito, anche e soprattutto grazie ai suoi consiglieri fautori di un purismo italiano di ispirazione hitleriana, un’immagine di sé che agisce sulla psicologia delle masse e ne manipola i punti deboli: ignoranza, povertà, paura e fame di giustizia e di pane.

L’hitlerismo diviene l’esaltazione massima di una pazzia collettiva che investe tutta l’Europa e che decreta la fine del libero pensiero, la morte dell’intellettualismo, l’inizio di una tragedia senza proporzioni. Nel 1934 pubblica La frenesia razzista . Il disagio avvertito dall’anarchico è il riflesso di una mancanza di principi morali che ristabiliscano le sorti compromesse della libera convivenza tra i popoli. Egli diviene l’emblema dell’incapacità collettiva di reazione. Berneri si definisce un uomo senza patria, ma la sua condizione lo spinge a ricercare il valore di una cittadinanza universale per ogni individuo, in cui gli intenti di segregazione, di violazione delle libertà fondamentali e di discriminazione, siano abbattuti.

Il popolo ebraico proprio perché privo di una terra e perseguitato dai sicari dell’antisemitismo germanico, e da tutti i governi che accolsero tali principi, diviene l’emblema della lotta di ogni popolo a difesa della propria identità, verso la realizzazione di un mondo senza confini e una globalizzazione dei principi. Le Juif antisemite , opera del 1935, suggerisce i percorsi mentali che avrebbero dovuto condurre verso tale obiettivo e particolare accento è posto sulla lotta contro l’antisemitismo dello stesso ebreo che deve superare la propria condizione d’inferiorità psicologica. Riscatto individuale dunque, prima di tutto.

Nel suo libro Berneri riesce a compiere una distinzione tra anti-ebraismo e anti-semitismo. L’anti-ebraismo si presenta come un atteggiamento teologico e filosofico distinto dall’antisemitismo che è invece una teoria razziale. Le due manifestazioni si fondono spesso insieme e confondono la ribellione contro la tradizione dell’anti-ebraismo, con la ribellione contro la razza dell’anti-semitismo. L’ebreo è un’entità storico-sociale, piuttosto che una razza, e i suoi limiti risiedono anche e soprattutto nell’?autocastrazione? di sé. Il suo modello ideale è quello di un ebreo cosmopolita che cerca di superare, se pur faticosamente, l’ impasse tra assimilazione e ortodossia, tra l’assimilazione e nazionalismo. Vi sarebbe per il Berneri una terza via tra queste due estreme, una missione, capace di costituire il tessuto connettivo tra i popoli. Gli ebrei, categoria di senza patria, sono i più adatti a gettare le basi della grande famiglia umana.

Berneri attacca i pregiudizi nazionali e di casta, a favore di un’emancipazione universale dell’uomo. In Spagna, teatro di lotta emblematico delle diverse fazioni contro i soprusi dei regimi autoritari, il Berneri è convinto di riconoscere il contesto ideale per organizzare l’attacco ai tiranni. Supera alcune sue riserve nei confronti delle ideologie contrapposte, riconoscendo nell’obiettivo primario della lotta, la sconfitta dei totalitarismi. Egli si rende fautore di un organizzativismo senza limiti politici, che può essere riconosciuto come un esempio di federalismo che anticipa l’esperimento federalista europeo.

La libertà di associazione: Chiesa e rivoluzione

La libertà di associazione non è soltanto, nell’opinione berneriana, semplice costituzione di un gruppo sociale che abbia struttura e membri propri, ma anche quella di seguire determinati principi che permettano di realizzarne, almeno parzialmente, gli scopi. Le maestranze di un’officina che deliberino di impadronirsi dell’edificio, delle macchine, degli utensili e della cassa dell’officina per trasformarla da proprietà privata in una cooperativa di produzione, afferma ed attua la propria libertà di associazione.

La Chiesa è, a sua volta, un’associazione e, in quanto tale, la libertà dei suoi culti e delle sue istituzioni culturali educative devono essere rispettati. In questo senso, continua il Berneri, la laicità di tutte le istituzioni nazionali è illiberale, fin tanto che i cattolici rimangono una realtà numerosa in Italia. La Chiesa in quanto istituzione è anche Stato, per il carattere gerarchico, autoritario, accentrato della sua costituzione e, ristabilito il Potere Pontificio come autorità temporale (territoriale, giudiziaria, monetaria, ecc.), il Vaticano rappresenta il governo della Chiesa. Il Papato non è altro che una monarchia elettiva.

Uno Stato democratico, liberale, socialistoide, che attui una ?netta separazione dello Stato dalla Chiesa? riconosce la struttura statale di quest’ultima e la disconosce in quanto associazione. Berneri ribadisce che la Chiesa non è soltanto il clero, ma anche e soprattutto l’insieme dei cattolici, che sono soggetti ad obblighi e a tributi imposti dallo Stato laico, cioè acattolico. La laicità si risolve, quindi, nella negazione parziale di una parte maggioritaria del paese e lo Stato democratico ne diviene l’espressione. L’incameramento statale dei beni ecclesiastici e il controllo sulle nomine vescovili sono forme di dispotismo, dalle quali la repubblica democratica rifugge, per cadere però nell’errore opposto: quello di difendere la Chiesa come Stato e proprietà. La Chiesa in quanto Stato è infatti intollerabile per il Berneri. Egli non accetta la figura del pontefice, perché l’associa a quella di un monarca, e il meccanismo che porta alla sua elezione, perché lo definisce autoritario. La soluzione da lui immaginata è la nomina diretta dei vescovi da parte dei cattolici. I vescovi poi dovrebbero nominare i cardinali.

Il Berneri fa una dichiarazione forte: i cattolici, se riconoscessero il Papa come loro capo e non come re, avrebbero riconosciuta la Chiesa quale associazione rivoluzionaria. Ma se pretendessero di salvare la Chiesa-Stato nascondendola nel ?cavallo di Troia? di una Chiesa-associazione, dovrebbero fare i conti con i veri rivoluzionari decisi a combattere la Chiesa in blocco. I cattolici avrebbero affermato il loro diritto alla libertà, solo quando avessero deciso essi stessi di avvicinarsi alla libertà (Berneri 1930b).

Berneri poi propone di liquidare tutte le proprietà ecclesiastiche per opere di benessere sociale, come la costruzione di scuole e ospedali. Egli non ammette una reazione anticattolica da parte dello Stato, che si macchierebbe di tutte le bestialità giacobine. Di contro, la tolleranza lascerebbe in piedi la Chiesa in tutta la sua potenza e immobilità. Soltanto la rivoluzione ? conclude ? può ricreare la Chiesa come associazione (Berneri 1935a).

Attualismo e revisionismo sociale di Camillo Berneri. Il dibattito con Carlo Rosselli

Il dibattito apertosi tra l’anarchico e Carlo Rosselli nel 1935 è altrettanto significativo. Il pensiero del Berneri ha subito una maturazione nel corso degli anni, verso l’acquisizione di una maggiore consapevolezza ideologica che, pur mancando di un lavoro organico, riconduce finalmente ad un unica direzione evolutiva: la comprensione del suo ?attualismo?. La propensione agli studi storicisti di scuola salveminiana, applicati al vissuto quotidiano, appaiono epurati da ogni attendismo.

Il fallimento della Rivoluzione in Russia si è rivelata un’esperienza che ha posto in crisi le sue certezze. Il deviazionismo leninista, superata la prima fase d’incredulità e delusione, è giustificato dalla nuova visione che l’anarchico ha della realtà. Egli la scopre costretta ad operare nella relatività dei fenomeni mutevoli. Egli supera definitivamente il suo determinismo storico di origine marxista e tende a giustificare ogni fenomeno in quanto reale, ribadendo la sua estromissione dall’ortodossia, e, reinterpretando l’esempio dei maestri dell’anarchismo, diviene possibilista. Berneri si rende conto di come la concretezza, crollate le illusioni, avrebbe condotto l’anarchismo verso una lucidità pronta ad ogni evenienza storica.

L’anarchismo è descritto come movimento in continua progressione, un’ideologia di revisionisti alla ricerca della realtà nella sua mutevolezza. Scrive: ?L’ortodossia stessa non è, nel campo nostro, che la cristallizzazione del revisionismo. Malatesta, ad esempio, si è sempre differenziato da Kropotkin su moltissime questioni pratiche e moltissime impostazioni teoriche. E Fabbri mi diceva, un giorno: ?É necessario che noi, vecchi, moriamo perché l’anarchismo possa rinnovarsi’. L’anarchismo è più che mai fermentato da impulsi novatori, e alla propaganda generica, tradizionalista, prevalentemente dottrinaria sta subentrando ovunque un problemismo? salveminiano precursore e nuncio di programmi aderenti a questa e a quella soluzione rivoluzionaria? (Berneri 1935a).

L’individuazione dei principi generali coincide con un’area di lavoro all’interno della quale si riconoscono alcuni punti essenziali del suo studio in proposito: l’isolazionismo, interpretato come condizione auspicabile e connaturata all’anarchismo stesso, al fine di prendere reale coscienza di sé, del proprio ruolo, per poi collaborare al processo di crescita universale; riconoscimento dei ?mezzi di transizione? per operare all’interno della frattura che contrappone formalismi inattuabili; l’educazionismo politico contro gli spettri del deviazionismo e dell’ignoranza; la lotta alla massificazione delle coscienze degli individui, leva dello strapotere assolutistico e quindi individuazione dei nemici comuni: bolscevismo, fascismo e nazismo. Gli elementi distorti della tradizione anarchica ? continua l’anarchico ? sono di natura residuale e appartengono al materialismo socialista e al razionalismo borghese del ?900 marxista (Berneri 1935a).

In campo anarchico, di quel periodo, rimangono prove solo nei circoli intellettuali. Da qui il ?revisionismo? berneriano giustifica i percorsi di mutamento ideologico, propri dell’esperienza anarchica dell’ultimo secolo, quale via necessaria per la crescita e la concretezza storica. Il suo ?attualismo? si conferma nel rifiuto degli schematismi, irrigiditi da convenzioni storiche ereditate da altre epoche e non proiettabili nel presente (Berneri 1935a).

La polemica tra Berneri, per gli anarchici, e Carlo Rosselli, per ?Giustizia e Libertà?, si apre nel 1935 con le considerazioni relative all’uno e all’altro movimento. La contrapposizione dialettica tende, quasi in una ricerca d’esclusivismo, ad evidenziare il merito dei reciproci impegni libertari. Rosselli richiama Berneri proprio sui pericoli di tali tendenze, screditando le accuse a lui rivolte. Quest’ultimo sembrerebbe contraddire l’atteggiamento da lui auspicato per i giellisti. Rosselli concorda a questo proposito con le responsabilità conseguenti ai tentativi di una modernizzazione della pratica contro ogni fissità. Egli sottolinea l’importanza di un percorso operativo univoco contro il nemico del presente e cioè il fascismo e ritiene che tutte le audaci iniziative intraprese su ispirazione di minoranze rivoluzionarie, e quindi anche quelle anarchiche, sono da evitare.

Nella sua risposta Berneri ribadisce le necessità di un percorso autonomista da parte anarchica, perché, solo in quanto realtà indipendente, l’anarchismo sarebbe stato in grado di insinuarsi nella frattura tra comunismo dispotico centralizzatore e socialismo federalista liberale (Berneri 1935b). A proposito dell’ortodossia anarchica, parla di oligarchia dottrinaria. Ora egli attribuisce ai programmi un valore relativo. Il nemico del programmatismo, tipico dell’apriorismo razionalista delle strutture di partito, e a questa forma tendente (il riferimento a ?Giustizia e Libertà? è implicito), come detto, è la realtà dei fatti, il vissuto storico, che scardina i presupposti irrazionali di ogni piattaforma, nel momento in cui ne viene a contatto. Berneri apre un dibattito sull’autonomismo unitario, chiarisce i concetti di base che auspicherebbero un alleggerimento di tutti i campi delle attività amministrative dello Stato, e, allo stesso tempo, del predominio politico del Governo. Le varie forme liberal-democratiche (alla Minghetti, Ricasoli, Depretis, Crispi, di Rudinì, Zanardelli, Nitti, ecc.), cattoliche (Sturzo), repubblicane (Mazzini, Ghisleri), socialiste, sono quelle sperimentate e non ideali.

Il federalismo, invece, autonomista-legalitario (di natura repubblicana alla Ferrari, Cattaneo, Rosa, ecc.) non è altro che una concezione democratica dello Stato. L’anarchico ritiene che il federalismo libertario (di Bakunin, Cafiero, Malatesta, Fabbri, ecc.) si sia frazionato in tre parti: quella comunalista kropotkiniana, quella sindacalista e quella sovietica. Le due correnti principali sono per il Berneri, quelle comunalista-sindacalista-sovietica e quella anarchica intransigente (Berneri 1935b). Il giellismo si porrebbe al centro tra l’autonomismo unitario e il federalismo libertario.

Solo se, di fronte all’unitarismo giacobino, il movimento ?Giustizia e Libertà? si ponesse in una prospettiva federalista, sarebbe possibile un incontro con l’anarchismo. Diversamente, esso sarebbe chiamato a svolgere un ruolo governativo e dunque assolutamente antitetico con gli interessi del movimento rivoluzionario. Le precauzioni necessarie da prendere contro una tale ipotesi, continua il Berneri, sarebbero l’astensione dal ruolo governativo e una radicata concezione della rivoluzione permanente come mezzo reazionario.

Ciò significherebbe inimicarsi il comunismo giacobino che nasconde il proprio autonomismo unitario, dietro una parvenza federalista. Scrive: ?Che in un congresso del 1933 questo partito abbia parlato di repubblica del Nord, di repubblica del Sud, di repubblica sarda non è affatto una garanzia per chiunque sappia a che cosa si riduce il federalismo dell’U.R.S.S: federazione coatta di cinquanta repubbliche nelle quali vige il dispotismo bolscevico, facente capo allo zarismo moscovita del Comitato centrale esecutivo di Stalin? (Berneri 1935b). Il comunismo diviene l’esempio pratico di tale degenerazione. Il progetto auspicabile, nella definizione di federalismo per Proudhon, è l’Anarchia: ?un sistema politico in cui al governo degli uomini subentra l’amministrazione delle cose? (Berneri 1935b).

L’esperienza di Spagna: partecipazione politica e moderatismo anarchico

Giunto in Spagna il 29 luglio 1936, in seguito alla vittoria dei rivoluzionari guidati da Garcia Oliver e Francisco Ascaso, il Berneri fa della Catalogna, e di Barcellona in particolare, il centro operativo della sua attività. Egli desidera mettere in discussione le effettive possibilità di riuscita di un’insurrezione, in considerazione del fatto che ad occidente preme il capitalismo e ad oriente il ?socialismo di Stato? contribuisce a sviluppare il ?capitalismo di Stato?, attraverso il sorgere di nuove classi. L’anarchismo avrebbe dovuto conservare i caratteri di un movimento esemplare per i compagni russi. Questi avrebbero così ridimensionato lo stalinismo burocratico-poliziesco dandogli un più spontaneo carattere autonomo ed extra-statale.

Il Berneri ricerca l’equilibrio di un anarchismo pluralista e tollerante dei contrari, senza che ciò comprometta la contraddizione stessa, linfa della società e della libertà. Si batte in particolare su due fronti: contro i compagni chiusi ad ogni piccola apertura nei confronti di forze non anarchiche e contro coloro i quali è ammesso il confronto. Assieme a Bifolchi, Angeloni e Colosso, con la supervisione di Rosselli, Berneri conclude un accordo con i compagni della Federazione anarchica iberica e la Confederazione nazionale del lavoro per la creazione di una Colonna italiana antifascista, da inserire nella formazione Francisco Ascaso delle ?Milicias antifascistas catalanes?. In seguito alle dichiarate simpatie della Cnt-Fai nei confronti dello Stato e l’intenzione di partecipare all’elezioni del febbraio 1936, il Berneri si sente in dovere di approfondire la questione dell’opportunità di tale cambiamento di programma.

I dibattiti riguardanti la questione elettorale si aprono sul giornale ?Mas Lejos? (9 aprile-2 luglio 1936) uscito per l’occasione dopo le elezioni.. Il Berneri è tra coloro che partecipano con entusiasmo. Dal suo punto di vista l’astensionismo è una questione di principio, perché contrario all’azione diretta cui gli anarchici devono educare le masse. Ciò nonostante, rispetto alle situazioni politiche e alle dimensioni territoriali, dimostra un certo moderatismo tattico. L’astensionismo è da applicare a tutte le forme d’elezione o altrimenti solo a quelle municipali e parlamentari? In una visione moderata dell’emergente corrente della Cnt che ha lasciato liberi i lavoratori di esprimere, se convinti, il proprio diritto d’espressione, Berneri riconosce una conquista della Confederación e la dimostrazione della sua intelligenza politica.

Dopo una fase di diffidenza, che alterna momenti di aperto contrasto dialettico, egli raccoglie questo nuovo opportunismo tattico e lo giustifica con la particolare situazione storica che esige l’uso degli strumenti del potere legittimo, fintanto che si realizzi una democrazia reale, in cui i tecnici istituiti per svolgere delle mansioni in nome e per conto del popolo, possano essere destituiti ogni volta che occorre. La questione riguarda il problema di affrettare o no, attraverso la vittoria elettorale, la rivolta dei generali e la conseguente insurrezione popolare. Egli ritiene doveroso superare i dogmatismi per affrontare concretamente le necessità dei singoli momenti storici.

Così l’elezionismo diviene questione di principio solo ed esclusivamente quando s’intende riconoscergli un’autorità e non il mandato esecutivo degli interessi attuali dell’elettore (Berneri 1936c). Quando la polemica si sposta su ?L’Adunata dei Refrattari? di New York, Camillo Berneri offre il suo contributo (Berneri 1936d). Egli intende riconoscere la libertà del singolo anarchico di poter esprimere senza riserve la propria posizione attraverso la partecipazione o meno ad un plebiscito o a un referendum, che, in ogni caso, si qualificano in maniera differente rispetto a qualsiasi altra forma d’elezione politica. Definisce i tempi difficili e seri. Ritiene opportuno, quindi, richiamare gli anarchici ad un ruolo che sia il più efficace possibile. A tal proposito e al fine di avvalorare la sua posizione moderata, riconosce una certa importanza all’esempio del Bakunin che, in una lettera al Gambuzzi (Locarno del 10 novembre 1870) descrive la sua contentezza nell’essere ritornato a Napoli per ottenere un posto da deputato e si mostra propenso all’elezione a parlamentari dei più attivi organizzatori dell’Internazionale. Ciò avrebbe significato per essa un potenziamento delle agevolazioni di tipo pratico, relazioni più estese e una maggiore influenza sulle masse.

Nell’articolo che segue, il Berneri giustifica, ripercorrendo i fatti italiani del 1918-22, la partecipazione anarchica alle elezioni (Berneri 1936e). Rimane acquisito il fatto che egli ritiene l’astensionismo una questione tattica giustificata dall’impossibilità di legittimare un atteggiamento che sia contrario all’azione diretta cui gli anarchici cercano di educare le masse proletarie (Berneri 1936e).

Ciò nonostante egli si astiene in periodo elettorale dal fare opera di ostruzionismo antielezionista. In un suo articolo del 27 giugno 1936 conclude la polemica affermando l’esistenza di due forme di astensionismo anarchico, una di queste, non negando la situazione rivoluzionaria, può scaturire da una vittoria elettorale delle sinistre parlamentari, mantenendo la realtà dialettica all’interno della rivoluzione; l’altra, più estremista nega qualsiasi contenuto rivoluzionario alle elezioni e alla vittoria elettorale, compreso il plebiscito. La scelta rimarrebbe contingente e motivata da necessità strategiche (Berneri 1936e).

La funzione tecnica dei propri rappresentanti è riconosciuta al solo scopo funzionale di attribuire carattere provvisorio ad un’azione più dinamica. E ciò si differenzia dalle considerazioni puramente ideologiche sull’astensionismo elettorale degli anarchici. L’obiettivo perseguibile è quello del ?male minore?: a proposito della partecipazione del Cnt alle elezioni in Spagna, il Berneri sostiene preferibile la vittoria socialista del Fronte popolare, piuttosto che vedere affermati i principi della dittatura fascista (Berti 1986, pag. 105).

L’esito deludente dell’esperienza ministeriale anarchica, lo porta in diretta collisione con Federica Montseny, ministro anarchico della Salute pubblica. Nel citato articolo del 14 aprile 1937, ricorda le dichiarazioni che la donna aveva rilasciato al momento del suo insediamento: ?Gli anarchici sono entrati nel governo per impedire che la rivoluzione deviasse e per continuarla al di là della guerra ed altresì per opporsi ad ogni eventuale tentativo dittatoriale che sia?. ?Ebbene compagna, ? risponde il Berneri ? nell’aprile, dopo tre mesi di esperienze collaborazioniste, siamo in una situazione nella quale avvengono gravi fatti e se ne profilano dei peggiori? (Berneri 1937b). I compagni libertari con Caballero abbandonano il fronte aragonese e ripiegano sotto le ali del partito e del governo staliniano (Sartin 1986). Questi, oramai preoccupati di salvare il Fronte popolare, si mettono al servizio del Governo.

In questa situazione critica, il Berneri continua ad esprimere opinioni decise: ?Aguzziamo lo sguardo e teniamo il timone con mano d’acciaio. Siamo in alto mare e vi è tempesta. Ma noi sappiamo fare i miracoli. Presa tra i Prussiani e Versailles, la Comune accese un incendio che ancora illumina il mondo? (Berneri 1937b). L’esperienza della sezione italiana della Colonna Ascaso si sfalda sotto il protagonismo giellista, l’avvento delle Brigate internazionali organizzate sull’esempio dell’armata rossa e la propensione militarista del Governo che intende inquadrare le truppe volontarie in un rigidismo burocratico. La neutralità dei paesi Europei è sostituita da un sempre più incisivo interventismo. La dimensione del conflitto, dopo la fase internazionalistica caratterizzata da una partecipazione solidale di tutti i gruppi antifascisti europei, s’internazionalizza per scopi imperialistici.

Il Berneri suggerisce urgentemente di adottare le seguenti misure: rompere le relazioni diplomatiche con il Portogallo, mai sottrattosi al controllo inglese e centro degli intrighi fascisti, con l’Italia e la Germania, espellerne i rappresentanti diplomatici, sequestrare i beni dei capitalisti di queste nazioni dimoranti in Spagna, chiudere le frontiere ispanico-portoghesi, destituire il corpo diplomatico spagnolo nel mondo che asseconda ormai la cospirazione fascista. Gli anarchici non sono più la realtà protagonista della lotta sociale.

Scoppiano i fatti del maggio 1937. La caccia ai deviazionisti si è propagata a macchia d’olio dalla Russia e per tutta l’Europa, compresa l’Italia. Il 5 dello stesso mese, Camillo Berneri tiene un discorso commemorativo in ricordo di Antonio Gramsci a radio Barcellona. I toni sono concilianti, ma alcuni punti dell’anarchismo, quali l’idea di un’economia collettivista e un coordinato federalismo politico, sono ribaditi con fermezza. Quello stesso pomeriggio il Berneri è prelevato dalla sua abitazione dalla polizia comunista ed assassinato. Il Masini scrive in Appendice all’opera Pietrogrado 1917 ? Barcellona 1937, Il caso Berneri : ?Molti che conoscono la sua fine, che conoscono soprattutto chi la preparò, chi la ordinò e chi la eseguì devono ancora parlare. Negli archivi del Komintern, esistenti a Mosca e vietati agli storici, si conservano documenti che potrebbero illuminare i fatti. Luce piena dovrà essere fatta a proposito di questo delitto. Berneri non era comunista e non ha bisogno di una riabilitazione come quella dei comunisti di Kruscev hanno riservato ai comunisti vittime di Stalin. Egli è già onorato dai suoi stessi compagni e da tutti gli uomini liberi e non ha bisogno di alcun riconoscimento postumo e tardivo. [?] La verità, non per i tribunali della storia, è il più alto tributo che si possa rendere alla memoria di Camillo Berneri?.

Bibliografia

Berneri C.
1915 Dagli schiavi ribelli, ai ribelli schiavi , in ?L’Avanguardia?, 24 gennaio 1915.

1917a Per un silenzio ingiusto , in ?Guerra di Classe? (Bologna), 24 aprile 1917.

1917b Soviet e l’anarchia , in ?L’Adunata dei Refrattari?, con nota di Max Sartin.

1918 Asterischi della filosofia del dopoguerra , in ?Il Grido?, 20 settembre 1918.

1930a Il movimento Giustizia e Libertà , in ?L’Adunata dei Refrattari? (New York), 1 novembre 1930.

1930b La crudeltà cristiana. L’inferno , in ?L’Adunata dei Refrattari?, 20 dicembre 1930.

1932 La Pre-anarchia , in ?L’Adunata dei Refrattari? (New York), 17 settembre 1932.

1935a Discussione sul federalismo e l’autonomia , in ?Giustizia e Libertà? (Parigi), 27 dicembre 1935.

1935b Gli anarchici e G.L , in ?Giustizia e Libertà?, 27 dicembre 1935, seguito da una postilla di Carlo Rosselli.

1936a Umanesimo e Anarchismo , in ?L’Adunata dei Refrattari? (New York), 22 e 29 agosto 1936.

1936b El abstencionismo electorale. La Toma y el eiercicio del poder (polemica), in ?Mas Lejos? (Barcellona), 16 aprile 1936.

1936c Astensionismo e anarchismo , in ?Adunata dei Refrattari?, 25 aprile 1936, seguito da una postilla di Max Sartin.

1936d Le elezioni in Spagna e noi , in ?Adunata dei Refrattari?, 15 maggio 1936, seguito da una postilla di Max Sartin.

1936e L’astensionismo elettorale dell’anarchismo , in ?Adunata dei Refrattari?, 6 giugno 1936 (L’opinione dei compagni: in margine, pp. 5-6).

1937a Per finire , in ?L’Adunata dei Refrattari?, 27 giungo 1936, p. 4 ( Revisionismo elettorale dell’anarchismo, nota di Max Sartin, pp. 5-8..

1937b Lettera aperta alla compagna Federica Montseny , in ?Guerra di Classe?, 14 aprile 1937.

Berti N.
1986 Il problema dell’astensionismo elettorale , in Memoria antologica, saggi critici e appunti biografici in ricordo di C. Berneri nel cinquantesimo della morte , Pistoia, Ed. Archivio Famiglia Berneri.

De Maria C.
2004 Camillo Berneri. Tra anarchismo e liberalismo, Milano, FrancoAngeli.

Salvemini G.
1952 Berneri e Donati , in ?Il Mondo?, 3 maggio 1952, riprodotto in seguito in forma sintetizzata, con il titolo Berneri all’estero , in ?L’Adunata dei Refrattari? (New York), 27 settembre 1952.

Santos F.M.
1985 C. Berneri ? un anarchico italiano (1897-1937). Rivoluzione e Controrivoluzione in Europa (1917-1937) , tesi di laurea diretta dal Dr. Josep Termes del Dipartimento di Storia Contemporanea dell’Università di Barcellona. Spagna 1978-1979, traduzione di Andrea Chersi. Il lavoro è oggi un’Antologia, Pistoia, Copyright Archivio Famiglia Berneri.

Sartin M.
1937 La Guerra e La Rivoluzione , in ?Guerra di Classe? (Barcellona) , n. 6.

1986 Spagna. Le tragiche giornate di maggio a Barc ellona, in Memoria antologica, saggi critici e appunti biografici in ricordo di C. Berneri nel cinquantesimo della morte , Pistoia, Ed. Archivio Famiglia Berneri.

Fonte: Storia & Futuro

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

Memoria per l’azione/ Camillo Berneri 2


Camillo Berneri: 70 anni dall’assassinio
Un rivoluzionario contro i totalitarismi

di Giorgio Sacchetti ? Umanità Nova, n.15, 6 maggio 2007, anno 87

Giovane socialista a Reggio Emilia, poi anarchico. soggiorna in Toscana fra la prima guerra mondiale e l’esilio. intellettuale e pubblicista, allievo di Salvemini, amico di Piero Gobetti e dei fratelli Rosselli. Fuoriuscito in Francia. Combattente antifranchista, muore a Barcellona assassinato dai sicari di Stalin nelle giornate del maggio 1937.

LA MORTE TRAGICA

Agli orecchi attentissimi dei rari ma abituali ascoltatori clandestini in Italia di Radio Barcellona CNT-FAI giungono, rotte dalla commozione quasi preludio di una tragica primavera, queste parole:
“Lavoratori! Compagni! Antonio Gramsci è morto, dopo undici anni di carcere, in una clinica, guardato a vista dai poliziotti e negato alla famiglia fino negli spasimi dell’agonia. Mussolini è un tiranno che ha un buon fiuto per individuare i nemici più temibili: e tra questi egli teme le intelligenze solide ed i caratteri inflessibili. Mussolini colpisce alla testa le opposizioni: scagliando la Ceka del Viminale contro Matteotti, facendo linciare dagli squadristi Amendola, rendendo la vita impossibile a Gobetti, gettando in carcere Riccardo Bauer, Ernesto Rossi ed altri intellettuali di prim’ordine. Mussolini ha voluto la morte di Gramsci [...] Noi salutiamo dalla radio della CNT-FAI di Barcellona, l’intellettuale valoroso, il militante tenace e dignitoso che fu il nostro avversario Antonio Gramsci, convinti che egli ha portato la sua pietra all’edificazione dell’ordine nuovo [...]“.

È la sera del 3 maggio 1937, la voce è quella di Camillo Berneri, redattore dell’edizione spagnola di “Guerra di Classe”, delegato politico del battaglione internazionale della Colonna Francisco Ascaso. Appena due giorni dopo Berneri viene arrestato, insieme a Ciccio Barbieri che alloggia insieme a lui, nel suo appartamento di Barcellona da una decina di poliziotti armati muniti di bracciale rosso. Alle richieste di spiegazioni il poliziotto in borghese che guida gli altri (testimonierà la compagna di Barbieri) risponde che i motivi dell’arresto risiedono nel fatto di essere “elementi controrivoluzionari in quanto anarchici”. La notte successiva i cadaveri dei due antifascisti italiani sono raccolti dalla Croce Rossa in una strada del centro cittadino. L’autopsia eseguita su Berneri certifica che la causa della morte è dovuta a colpi d’arma da fuoco sparati da dietro nella regione ascellare destra, a distanza massima di 75 cm., e “alla testa stando l’aggressore ad un livello superiore all’aggredito”.

Mentre l’epopea della Spagna repubblicana e libertaria volge al termine inizia così un lacerante e sanguinoso regolamento di conti nell’ambito dello schieramento antifranchista. Ai funerali la partecipazione popolare è massiccia. Il corteo funebre, disobbedendo agli ordini delle autorità, passa da Plaza Catalunya dove si trova la sede del PSUC (il partito comunista catalano), si sofferma e, in un momento di grande tensione ? come ha testimoniato Umberto Marzocchi ? le bandiere rosso-nere della CNT-FAI sono rivolte verso i portoni del PSUC in segno di sfida. Da qui si risponde con il presentat’arm e gli onori militari.

UN RIVOLUZIONARIO CONTRO I TOTALITARISMI

Berneri nasce nel 1897 a Lodi. Dopo un’infanzia piena di trasferimenti e varie peripezie familiari, approda a Reggio Emilia. Dal 1912 risulta già iscritto alla FGS, organizzazione giovanile socialista che si dimostra un vivace laboratorio politico e culturale dell’epoca. La formazione di Berneri, e la sua stessa breve vita, risulteranno permeati dalle idee di gradualismo, ma nell’intransigenza, e di rifiuto del verbalismo violento; prassi che probabilmente acquisisce nell’esperienza degli anni giovanili a fianco di Camillo Prampolini. A 17 anni inizia ad occuparsi di antimilitarismo, collaborando a “L’Avanguardia”, organo della FGS. L’anno seguente, affascinato dalle idee propugnate da Errico Malatesta e Luigi Fabbri, matura la sua scelta anarchica.

Nel 1916, al momento del suo trasferimento ad Arezzo (la madre, Adalgisa Fochi, è insegnante presso la locale Scuola magistrale), risulta già schedato dalla polizia. La permanenza di tre anni ad Arezzo, dove vive anche la sua compagna Giovanna Caleffi, è segnata dalla nascita di Maria Luisa e dalla chiamata alle armi del neo-padre. Espulso dalla Accademia militare di Modena come sovversivo viene poi arrestato per propaganda pacifista. Nell’aprile 1919 si trasferisce a Firenze per studiare filosofia (si laureerà nel 1922 discutendo una tesi con Gaetano Salvemini). Con Salvemini, negli anni fiorentini ma anche dopo, instaura un rapporto di reciproca stima.

Il pensiero di Berneri è ispirato dal volontarismo mentre rifugge ogni settarismo e accetta il confronto. Il suo programma anarchico è sintetizzabile in un assetto politico in cui il sociale e l’individuale si armonizzino in una economia collettivista e in un ampio ed articolato federalismo. La Firenze del Circolo di cultura di piazza S.Trinita (bruciato dai fascisti nel 1925) dove Berneri si incontra anche con Carlo Rosselli, Calamandrei e Rossi è fucina in parte di queste idee. Contemporaneamente aderisce all’Unione Anarchica Fiorentina ed è membro della neo-costituita UCAI. La sua attività diventa febbrile e partecipa alle prime azioni cospirative mantenendosi in stretto contatto anche con Gobetti. La coscienza lo spinge ad impegnarsi a fondo nella lotta antifascista, portandolo ad agire in seno al movimento clandestino “Non Mollare”.

Uomo culturalmente eclettico, giudica questa sua vastità di interessi come “l’errore della mia giovinezza” in una lettera alla figlia dove le raccomanda “di non disperdere tempo ed energie in troppe cose”. Si interessa anche di psicanalisi come testimoniano i suoi lavori Le Juif anti-semite e Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci.

Collabora a più di venti testate, italiane ed estere, fra cui “Umanità Nova” quotidiano, “L’Unità” di Salvemini e “La Rivoluzione Liberale” di Gobetti. Insegnante nei licei di Cortona, Montepulciano e Camerino fra il 1923 e il 1926, si trova costretto ad espatriare.

In Francia Berneri va ad ingrossare la schiera dei fuoriusciti italiani antifascisti e diventa una figura di primo piano nel movimento anarchico internazionale. Interessante il confronto che si stabilisce con “Giustizia e Libertà” unico raggruppamento nella sinistra a condividere insieme agli anarchici la necessità di azioni dirette e spettacolari contro il fascismo in Italia. GL dimostra molta disponibilità su questo terreno di comuni iniziative.

Perseguitato dall’OVRA, prima a Parigi, poi a Bruxelles viene arrestato ed espulso perché accusato, fra le altre cose, di aver progettato con alcuni compagni di attentare alla vita del ministro fascista Rocco.
Berneri risulterà certo molto influente nel determinare gli orientamenti del movimento anarchico italiano, circa la delicata questione delle alleanze a sinistra, a partire dagli anni trenta. L’accostamento dell’Unione Sovietica alle potenze democratiche induce un certo cambiamento strategico nel sistema delle intese fra le forze politiche. Comunisti e socialisti, certo in ossequio alle nuove direttive di Mosca, firmano nell’estate 1934 un patto d’unità e d’azione.

Dal canto suo Giustizia e Libertà stabilisce un’intensa collaborazione con l’Alleanza Socialista Repubblicana. Per quanto concerne la parola d’ordine del “Fronte unico” antifascista gli anarchici la intenderebbero come unione dal basso e, soprattutto, ispirata all’azione diretta popolare fuori da ogni influenza autoritaria dei partiti politici. Contraria per questioni di principio a qualsiasi entrismo nelle organizzazioni di massa del regime (la cosiddetta “strategia del lavoro legale” lanciata dal PCd’I), la pubblicistica libertaria, orientata più che altro all’impegno nella cospirazione armata, esprime anche un netto rifiuto della proposta unitaria lanciata da riformisti e comunisti “bisognosi di gregge”.

Nel 1935, al Convegno d’intesa degli anarchici italiani emigrati tenutosi a Sartrouville (Parigi), si ratifica una scelta di campo irreversibile per quanto riguarda i possibili compagni di strada. Si tratta di una delimitazione ex-post di spazi politici già interdetti. Così, mentre già da tempo si era delineata nel movimento la consapevolezza sulla natura effettiva della Russia sovietica date le notizie sulle repressioni in atto, si rafforza la constatazione della incompatibilità della prassi anarchica con il comunismo bolscevico. Nel contempo si prende invece in esame l’eventualità di una “libera intesa” con: sindacalisti, GL, repubblicani, con la dissidenza di sinistra in genere. Sono scelte queste che rimarranno vigenti anche per il successivo decennio.

Il rapporto con i giellisti non sarà tuttavia privo di qualche asprezza e di diffidenze mentre si paventano pericoli d’annessione. Propensi alla più stretta collaborazione antifascista, Berneri e compagni intendono però mantenere integro il corpus teorico dell’anarchismo, insieme alla loro identità. Nessuno s’illuda insomma; mai avrebbero svolto “la parte che il rosmarino fa nell’arrosto”. Lo stesso con i repubblicani di sinistra, specie con i giovani, si cercano occasioni per fattive convergenze che superino gli antichi ostacoli posti dalla teologia mazziniana e dalle influenze massoniche nel PRI, che richiamino piuttosto la tradizione sociale e popolare del repubblicanesimo italiano. È così che le forze politiche “strategicamente affini” sono valutate in base all’antitesi berneriana “tra comunismo dispotico centralizzatore o socialismo federalista liberale”, non più secondo il vecchio schema primo novecentesco riformisti / rivoluzionari.

Fonte: Umanità Nova

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

Memoria per l’azione/ Camillo Berneri 1


1937: in un solo anno il fronte antifascista e la sinistra internazionale persero tre straordinari militanti. Gramsci, Berneri e Rosselli: accomunati dallo stesso destino, vittime dei regimi totalitari. Con una differenza per Berneri: il totalitarismo assassino era quello comunista.

Camillo Berneri, una breve biografia

Nato a Lodi nel 1897, Camillo Berneri trascorre l?infanzia seguendo la madre, maestra elementare, nei suoi incarichi a Palermo, Milano, Cesena, Forlì e Reggio Emilia. Qui, giovanissimo, entra nella Federazione giovanile del partito socialista, dove ha inizio la sua attività politica. In contrasto con l?atteggiamento del PSI verso la guerra, aderisce al movimento anarchico uscendo dalla F.G.S.I. dopo il luglio 1916.

Nello stesso anno si trasferisce con la madre ad Arezzo e l?anno successivo, il 4 gennaio 1917, si sposa civilmente a Gualtieri con Giovanna Caleffi, una ragazza che era stata allieva di sua madre alla Scuola Normale (magistrale) di Reggio Emilia. Sono entrambi minorenni e vivono ad Arezzo, dove la mamma di lui insegna. Tre mesi dopo il matrimonio, Camillo viene chiamato alle armi, nonostante fosse stato fatto rivedibile perché convalescente da una gravissima malattia. Dopo qualche mese trascorso all?Accademia di Modena, è inviato al confino a Pianosa per insubordinazione ed in seguito rimandato a casa.

Congedato nel 1919, comincia a collaborare assiduamente alla stampa anarchica, partecipando poi alla costituzione dell?Unione anarchica italiana. Nel 1922 si laurea in filosofia a Firenze con Gaetano Salvemini, divenendo uno degli assidui del circolo culturale fondato da Carlo Rosselli ed Ernesto Rossi. Sarà vicino a ?Italia libera? e collaborerà con il ?Non mollare!?, con ?Conscientia? e con numerose altre riviste.

Nel 1926, con la promulgazione da parte del fascismo delle leggi eccezionali, è costretto ad espatriare in Francia. A Parigi deve arrangiarsi nei lavori più disparati. Cionondimeno, proprio nella capitale transalpina inizia la frequentazione dei compagni anarchici per riorganizzare le fila del movimento e collabora con la stampa libertaria, dedicandosi anche all?elaborazione dei suoi studi.

Coinvolto da agenti provocatori fascisti (in particolare: E. Menapace) in una serie di denunce e di complotti, nel 1928 viene espulso dalla Francia, dove però rientra poco tempo dopo. Nel dicembre dell?anno successivo è arrestato in Belgio nell?ambito di un?operazione poliziesca che culmina con l?arresto a Parigi di altri fuoriusciti italiani tra cui Carlo Rosselli. Comincia a peregrinare tra Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Germania, costantemente controllato dalla polizia e più volte incarcerato ed espulso dalle autorità.

Nel 1936, allo scoppio della guerra civile in Spagna, è tra gli organizzatori del primo contingente italiano in quel Paese. Nel fuoco dello sforzo bellico Berneri appoggia concretamente le forze repubblicane e libertarie che si battono contro i ?franchisti?, non mancando di partecipare anche alla battaglia di Monte Pelato.

Nei mesi successivi, Camillo è soprattutto impegnato con il giornale ?Guerra di Classe?, dalle cui pagine sostiene il suo personale dissenso sui problemi della militarizzazione (anarchici ?ministeriali? e gruppi estremisti dell?anarchismo catalano) e sul silenzio della stampa anarchica di fronte ai crimini stalinisti. La sua critica si appunta soprattutto verso quelle forze che, all?interno del campo repubblicano e ?democratico?, perseguono obiettivi ?particolari? o ritenuti comunque pericolosi.

In breve gli eventi precipitano, culminando con i fatti del tragico maggio barcellonese, dove Camillo viene ucciso insieme al compagno di lotta Francesco Barbieri, il 5 maggio 1937, dagli agenti della ceka, un commando composto da comunisti italiani e spagnoli.

La condanna

«… Verso le 6 del pomeriggio un gruppo di “mozos de escuadra” e di “bracciali rossi” del PSUC irrompe nel porton numero 3. Li comanda un poliziotto in borghese; in tutto, saranno una dozzina. Salgono gli scalini di marmo che portano al primo piano e bussano alla porta di Berneri. Ad aprire è Francisco Barbieri, 42 anni, anarchico di origine calabrese. Nell’appartamento, oltre Berneri, c’è la compagna di Barbieri e una miliziana. – Il poliziotto in borghese intima ai due anarchici di seguirlo. – E per quale motivo? – Vi arrestiamo come controrivoluzionari. – Barbieri è paonazzo. – In vent’anni di milizia anarchica – dice – è la prima volta che mi viene rivolto questo insulto. – Appunto in quanto anarchici, siete controrivoluzionari. – Il suo nome fa Barbieri irritato – Gliene chiederò conto presto. – Il poliziotto rovescia il bavero della giacca e mostra una targhetta metallica con il numero 1109. – I due anarchici vengono portati via, mentre la compagna di Barbieri chiede invano di poterli seguire. – Ma il viaggio è breve, di quelli che non ammettono testimoni. Berneri è gettato a terra in ginocchio e con le braccia alzate, e da dietro gli sparano a bruciapelo alla spalla destra. Un altro colpo alla nuca, lo finisce. Barbieri segue la stessa sorte, ma il lavoro è meno pulito, gli assassini sprecano più colpi. Più tardi, verso sera, i cadaveri vengono abbandonati nel centro della città…»

Il commiato degli anarchici

«… Durante il mattino il corpo straziato di Camillo Berneri fu trovato dove era stato gettato dalle guardie del PSUC, che lo avevano preso dalla sua casa la sera precedente. Berneri… era sfuggito agli artigli di Mussolini e aveva combattuto i riformisti (compresi i leader della CNT) nel suo organo influente, “Guerra di Classe”. Egli aveva definito la politica stalinista in poche parole: “odora di Noske”. Con parole audaci aveva sfidato Mosca: “Schiacciata tra i prussiani e Versailles, la Comune di Parigi aveva dato inizio ad un fuoco che aveva acceso il mondo. Che i generali Goded di Mosca lo ricordino”.

Egli aveva dichiarato alle masse della CNT: “il dilemma guerra e rivoluzione non ha più senso. Il solo vero dilemma è: o la vittoria su Franco grazie alla guerra rivoluzionaria, o la sconfitta”. Come terribilmente vera era stata la sua identificazione di Noske con gli stalinisti! Come il socialdemocratico Noske aveva fatto rapire e assassinare Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, così gli stalinisti avevano assassinato Camillo Berneri. Ricordiamolo con l’amore che portiamo al nostro Karl e alla nostra Rosa. Mentre scrivo, compagni, non posso fare a meno di piangere, piangere per Camillo Berneri.

L’elenco dei nostri morti è lungo quanto la vita della classe operaia. Fortunati furono quelli che caddero combattendo apertamente i loro nemici di classe, nel mezzo della battaglia con i loro compagni a fianco. Molto più terribile è morire soli, per mano di coloro che si chiamano socialisti o comunisti, come è accaduto a Karl e a Rosa, come stanno morendo i nostri compagni nelle camere di esecuzione dell’esilio siberiano. Un’angoscia particolare fu quella di Camillo Berneri. Morì per le mani di “marxisti-leninisti-stalinisti”, mentre i suoi più cari amici, la Montseny, Garcia Oliver, Peirô, Vasquez stavano consegnando il proletariato di Barcellona ai suoi esecutori. Giovedì 6 maggio. Ricordiamo questa data…»

Fonte: ANPI Roma

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

Memoria per l’azione/ Danilo Dolci


Danilo Dolci (1924-1997), triestino di nascita, fu sociologo, educatore e poeta. Negli anni ’50 si trasferi’ nella Sicilia occidentale, dove promosse forme di lotta nonviolenta per il pane, il lavoro, la democrazia e contro ogni mafia.
Lorenzo Barbera, che intervistiamo in queste pagine, ha vent’anni quando incontra Dolci, nel 1956. Lavora con lui per tredici anni, poi, nel 1973, fonda il Cresm (Centro di ricerche economiche e sociali per il Meridione), che ancora oggi continua a promuovere lo sviluppo partecipato nella Valle del Belice, tra le province di Trapani e Palermo.

*
- Luca Martinelli: Quando conobbe Danilo Dolci?
- Lorenzo Barbera: Fu nel 1956, in occasione del famoso “sciopero al rovescio”. “I lavoratori occupati fanno valere le loro ragioni scioperando; in che modo possono far valere le proprie i disoccupati?”, domandava Danilo. “Lavorando!”, rispondevano i disoccupati di Partinico. Decidemmo, allora, di riparare la trazzera vecchia, un’arteria agricola sulla quale non potevano avanzare nemmeno i carretti. Il ministro Scelba la considero’ un’azione eversiva, e decise di impedirla usando come pretesto l’occupazione di suolo pubblico. Arrivarono camion di poliziotti. Una ventina di persone, tra cui Danilo, vennero incarcerate. Un mese dopo ci fu il processo: Piero Calamandrei lo defini’ “il processo all’articolo 4 della Costituzione”, quello che dice che lo Stato s’impegna a garantire il lavoro a tutti i cittadini.

- Luca Martinelli: Per quanto tempo ha continuato a lavorare con lui?
- Lorenzo Barbera: Ho lavorato con Danilo fino al 1969. A partire dal 1958 abbiamo studiato la possibilita’ della piena occupazione in dieci comuni della Sicilia occidentale, basandoci sulle potenzialita’ locali e sui saperi e il saper fare degli abitanti. Quell’anno a Danilo fu assegnato il premio Lenin per la pace (16 milioni di lire) e demmo vita al Centro studi e iniziative per la piena occupazione, che aveva cinque sedi a Partitico, Roccamena, Corleone, San Giovanni Gemini e Menfi. Danilo mi affido’ il Centro di Roccamena: mi dedicai a domandare gli abitanti – uomini e donne di tutte le eta’, di tutte le condizioni sociali – se avevano problemi, quali fossero, chi avrebbe potuto e dovuto risolverli e in che modo. Alcuni consideravano prioritaria la questione della siccita’; per altri erano fondamentali i problemi del nucleo urbano, che aveva bisogno della rete idrica e di quella fognaria, nonche’ di fermare una frana che trascinava a valle mezzo paese. C’era – ancora – chi considerava prioritario il problema della mafia o l’intransitabilita’ delle strade di collegamento con la campagna e con gli altri centri abitati. Nel dicembre 1960 si erano costituiti cinque gruppi di lavoro: Diga sul Belice sinistro, Agricoltura, Nucleo urbano, Rete stradale extraurbana, Mafia. Periodicamente ciascun gruppo di lavoro relazionava agli altri riuniti in assemblea. Tutti i gruppi decisero di chiamarsi Comitato cittadino per lo sviluppo di Roccamena.

- Luca Martinelli: Quali furono i risultati del vostro lavoro con la
popolazione di Roccamena?

- Lorenzo Barbera: In due anni il Comitato cittadino dette vita al “Piano di sviluppo di Roccamena”, che presentammo in un convegno a cui i roccamenesi invitarono i loro amici e conoscenti e i sindacati, i partiti e le associazioni di categoria i loro omologhi dei paesi vicini. Era il 2 aprile 1962 e arrivo’ un mare di popolo da tutta la valle del Belice. Quelle che relazionarono erano persone semplici: sulla mafia, ad esempio, parlo’ un contadino analfabeta e poeta, che dal 1944 al 1950 era stato in prima linea nell’occupazione dei feudi incolti e malcoltivati e nell’organizzazione delle cooperative per coltivarli. Dopo il convegno tutti i paesi vicini ci invitarono ad aiutarli a creare un Comitato cittadino: ne nacquero 18, e riuscimmo a coinvolgere anche 16 amministrazioni comunali. Dedicammo il 1964 alla formazione di trenta giovani laureati e diplomati della Valle del Belice, che allora chiamammo pianificatori comunali e zonali. All’inizio del 1965 la partecipazione e l’entusiasmo erano alle stelle: nacque il Comitato intercomunale per la pianificazione organica della valle del Belice. E nel 1967 era pronto un Piano organico di sviluppo della Valle del Belice, articolato per Comuni.

- Luca Martinelli: Cosa avete fatto per mettere in pratica il piano che era stato elaborato in modo partecipato?
- Lorenzo Barbera: Alcuni tra i progetti, ad esempio la diga sul fiume Belice, la viabilita’ extraurbana, il rimboschimento, richiedevano l’impegno dello Stato e della Regione. Decidemmo, percio’, per farci ascoltare, di organizzare una grande marcia per la Sicilia occidentale. Da Partanna a Palermo, passando per Castelvetrano, Menfi, Santa Margherita Belice, Roccamena e Partinico, e dedicando una giornata a ogni paese. Era la primavera del 1967: dopo la marcia incontrammo ministri e assessori regionali, portando loro proposte concrete e approfondite che venivano dal piano di sviluppo del Belice. Loro si assunsero precisi impegni. In autunno organizzammo una grande marcia per la pace nazionale, con due cortei che partendo uno da Milano e l’altro da Palermo si fusero a Roma il 30 novembre 1967, dopo trenta giorni di cammino. Vivevamo sull’onda di questi due eventi quando il 15 gennaio 1968 arrivo’ il terremoto che sconvolse la Valle del Belice. Tutti i nostri piani erano sconvolti: la gente non viveva piu’ nelle case ma in bivacchi in campagna e poi nelle tendopoli. Attraverso i comitati nati nelle tendopoli realizzammo, in poche settimane, assemblee cittadine e riunioni intercomunali. Il 2 marzo 1969 eravamo accampati in 1.500 a piazza Montecitorio. Ci restammo quattro giorni e quattro notti, circondati dalla solidarieta’ dei romani, dall’attenzione dei media e dal sostegno di sindacati e di varie associazioni. Proponemmo un testo di legge per la ricostruzione e lo sviluppo della Valle del Belice: fu dibattuto, adeguato e approvato dalla Camera dei Deputati il 5 marzo. Ritornammo contenti e acclamati dalla stampa, ma con il passare dei mesi dovemmo constatare che il governo non dava attuazione alla legge.

- Luca Martinelli: E quale fu, allora, la vostra reazione?
- Lorenzo Barbera: Nel settembre del 1968 si svolse a Roccamena una grande assemblea di tutta la Valle del Belice. Decidemmo di dar vita a una “settimana di giudizio popolare”. Individuammo quindi all’interno del governo nazionale e di quello regionale i protagonisti del mancato avvio delle attivita’ di ricostruzione e sviluppo. A tutti inviammo un dossier, nel quale si mettevano a fuoco gli impegni non mantenuti e i conseguenti danni causati all’economia, all’occupazione e alle famiglie rotte dall’emigrazione. I giudici erano 96 tra contadini, disoccupati, impiegati e studenti della Valle. Tra i nove personaggi piu’ autorevoli sotto accusa c’era il ministro dei Lavori pubblici, Mancini, che giustifico’ tutte le sue inadempienze con ragioni tecniche e burocratiche. Venne condannato a vivere in tenda per un mese con la sua famiglia, lavorando come camionista sulle strade intransitabili della zona. Una condanna dichiaratamente simbolica e carica di missione pedagogica.

- Luca Martinelli: Cambio’ qualcosa?
- Lorenzo Barbera: Non nel comportamento del governo; crebbe, pero’, la consapevolezza e l’iniziativa della gente. Un esecutivo che non dava attuazione a una legge approvata dal Parlamento era fuorilegge. E non si pagano le tasse a un governo fuorilegge: i cittadini portavano le bollette nelle sedi dei comitati cittadini, che le confezionavano in pacchi che inviavamo al ministro delle Finanze con lettere di accompagnamento che spiegavano le ragioni della disubbidienza civile della popolazione del Belice. Il ministro girava le bollette ai prefetti di Palermo, Trapani ed Agrigento, che, a loro volta, le inviavano ai sindaci dei Comuni terremotati delle tre province, che provvedevano a ridistribuirle alle famiglie che, a loro volta, le riportavano ai comitati cittadini. E ricominciava il giro. Alla fine del 1969, il Parlamento – anziche’ pressare il governo perche’ desse attuazione al provvedimento approvato l’anno precedente – fece una legge con la quale esonerava dal pagamento delle tasse la popolazione della Valle del Belice.

* * *
Fonte: NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO, Numero 93 del 18 maggio 2007 — Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it

Ringraziamo Luca Martinelli (per contatti: martinelli@manitese.it) per averci messo a disposizione questa sua intervista che appare sul mensile “Altreconomia” di maggio 2007 col titolo “Quando Danilo accuso’ lo Stato” e col sommario “Negli anni ’50 Danilo Dolci si trasferi’ dal Trentino in Sicilia. Ci ando’ per promuovere forme di lotta nonviolenta e rivendicare il diritto al pane, al lavoro, alla democrazia. Ripercorriamo le tappe di una vita straordinaria dedicata all’impegno civile attraverso le parole di Lorenzo Barbera, classe 1936, che con Dolci lavoro’ per tredici anni. Da quel giorno dello ‘sciopero al contrario’ fino alla ‘settimana di giudizio popolare’ contro un governo fuorilegge”.

Luca Martinelli e’ redattore di “Altreconomia”.

Su Lorenzo Barbera dal sito dell’Asvi (www.asvi.it) riportiamo la seguente scheda: “Lorenzo Barbera, presidente del comitato scientifico Asvi, e’ nato in Sicilia nel 1936, diplomato assistente sociale con specializzazione in sviluppo di comunita’ nel 1960 presso l’Universita’ La Sapienza di Roma. Dal 1956 al 1969 ha collaborato con Danilo Dolci nell’ambito del Centro Studi e Iniziative per la Piena Occupazione nella Sicilia Occidentale.

“Altreconomia”www.altreconomia.it – e’ una rivista mensile nata nel 1999 per dare visibilita’ e spazio a stili di vita e iniziative produttive, commerciali e finanziarie ispirate ai principi di sobrieta’, equita’, sostenibilita’, partecipazione e solidarieta’. Dedica particolare attenzione ai temi del commercio equo e solidale, dell’ambiente, della finanza etica e della cooperazione internazionale. “Altreconomia” sviluppa – con l’editore Terre di mezzo- una collana editoriale e ha appena pubblicato una biografia di Danilo Dolci. Una rivoluzione nonviolenta (160 pagine, 10 euro) e’ il volume curato da Giuseppe Barone, vicepresidente del Centro per lo sviluppo creativo “Danilo Dolci”. Barone ha anche scelto alcuni testi tra i piu’ significativi della produzione poetica, letteraria e pedagogica di questo straordinario triestino trapiantato in Sicilia. Il libro e’ il secondo titolo della collana dei libri dedicati a personaggi significativi.

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

Memoria per l’azione / In morte di Giorgiana


Nella primavera 1977, trent’anni fa giusti, Giorgiana Masi era una ragazza romana di diciannove anni. Studentessa di liceo, femminista, vicina al Partito Radicale.
Il pomeriggio del 12 maggio si trovò in mezzo ad una manifestazione indetta in piazza Navona per festeggiare i tre anni dalla vittoria del referendum sul divorzio e lanciare una nuova campagna politica referendaria sui diritti civili. Non era un momento facile. Ormai da mesi le manifestazioni di piazza degeneravano sistematicamente in scontri armati. Fin da febbraio “Repubblica” aveva pubblicato foto di poliziotti travestiti da manifestanti con evidenti funzioni di provocazione; dall’altra parte, la deriva di una parte del movimento verso la lotta armata diventava sempre più irrefrenabile. A Roma le manifestazioni erano state proibite per un mese in seguito alla morte di un agente avvenuta il 21 aprile all’Università.

Può darsi che non fosse politicamente opportuno convocare una manifestazione di piazza in queste condizioni. Certo, da parte della polizia la reazione fu immediatamente durissima: massiccio schieramento di agenti in divisa e in borghese, cariche, lanci di lacrimogeni e bottiglie molotov, scambi di colpi d’arma da fuoco. La presenza di agenti in borghese infiltrati tra i manifestanti venne immediatamente notata e denunciata: il giudice istruttore, nel chiudere l’inchiesta qualche anno dopo, parlerà di non meglio identificati “mistificatori, provocatori e sciacalli”. E’ inutile ricordare – le inchieste successive sulla lotta armata lo hanno affermato senza riserve – come ad avere interesse ad una degenerazione della lotta politica in scontro armato fossero in molti: non pochi anche nel campo dello Stato; uno Stato, non dimentichiamo, profondamente infiltrato da elementi della destra eversiva fino nel cuore delle istituzioni (a meno di non voler considerare la P2 come una innocua accolita di cultori dell’esoterismo massonico).

Nel tardo pomeriggio i quartieri fra corso Vittorio e il Tevere sono ormai divenuti un campo di battaglia. Mentre cerca di allontanarsi dalla zona verso il rione di Trastevere, a Ponte Garibaldi Giorgiana viene colpita alla schiena da un proiettile. E muore. A diciannove anni.

Naturalmente la sua morte non ha colpevoli. Come quella di Giuseppe Pinelli. Come quella di Franco Serantini. Come quella di Giannino Zibecchi. Come quella di Roberto Franceschi. Come quella di Francesco Lorusso. Come quella, molti anni prima, dei sette di Reggio Emilia. Quanto è lungo il martirologio della sinistra italiana negli anni della Repubblica democratica. Oggi vanno di moda i cuori neri, non senza ragione perchè l’uccisione di Sergio Ramelli non è meno orrenda di quella di Giorgiana Masi ed è un’altra pagina della stessa tragedia di una generazione. Ma gli altri, i “rossi”, ormai ce li si può anche dimenticare: non fanno audience. E a dirla tutta sono anche scomodi, in questi tempi di embrassons nous.

Naturalmente sul tema chi è stato si esercitano le solite infinite variazioni. Oggi la censura non è mancanza di informazione, è disinformazione organizzata: chi nel 1977 non c’era, basta che guardi al dopo piazza Alimonda. I boatos sulla morte di Giorgiana si sono succeduti fino a tempi recenti, alimentati naturalmente in primo luogo da chi porta la responsabilità politica di quel che è accaduto, ovvero da chi avrebbe dovuto garantire il cosiddetto ordine pubblico: con i poliziotti travestiti da autonomi, P38 in pugno compresa.

Se Giorgiana fosse vissuta, oggi viaggerebbe per la cinquantina. Per chi scrive sarebbe potuta essere una delle tante compagne di scuola o di università, o di lavoro. Chissà cosa sarebbe oggi, una signora di mezza età: forse sarebbe un’insegnante frustrata e inacidita, come gran parte di noi, in perenne lotta per resistere resistere resistere dentro una scuola che ti macina. Sarebbe una femminista che ha visto il trionfale ritorno dei valori contro cui aveva combattuto e si era illusa di vincere; sarebbe in quanto laica una cittadina di serie B nel paese di Bagnasco e del suo ex compagno di partito Rutelli; sarebbe una militante di sinistra posta di fronte a Berlusconi da una parte e Veltroni dall’altra.
Sarebbe; ma non è. Perchè è morta a meno di vent’anni durante una manifestazione: non in Cile o in Cina o in qualche remoto paese in attesa di un export di democrazia dal civile Occidente. In Italia, a Roma.
Il suo viso di ragazza imbronciata è lo stesso che oggi hanno le figlie delle sue coetanee e compagne di allora. Con il piercing e l’ombelico scoperto invece dei maglioni sformati e gli zoccoli neri; ma ancora una volta ragazze di diciannove anni. Con una vita e dei progetti per l’avvenire: quell’avvenire che a lei è stato tolto da una pallottola. Con ogni probabilità una pallottola dello “Stato democratico”.

Noi eravamo con lo Stato allora, e tornando indietro non saremmo comunque con la lotta armata i cui disastri tutto un paese sta pagando da decenni, la sinistra in prima fila. Ma sempre più negli anni è apparso chiaro che lo Stato che difendevamo e volevamo non è lo Stato che ha ucciso Giorgiana Masi e poi ovviamente non ha trovato alcun colpevole da punire. La Repubblica democratica e la repubblica democristiana si sono infine rivelate incompatibili tra loro: la lotta rimane aperta per la prima contro la seconda, in tutte le sue proteiformi varianti; per la Repubblica della Costituzione del 1948 contro quella della P2 e di Gladio. Sembra molto difficile realizzare l’una senza seppellire definitivamente l’altra, ancor più difficile realizzare la prima fianco a fianco con gli eredi della seconda. Nell’estate 1985 Sassari era tappezzata di manifesti che inneggiavano alla elezione dell’”illustre concittadino” (il ministro dell’Interno del 1977) alla massima carica dello Stato: manifesti di un rosso sgargiante; forse di vergogna. Perchè come poi sia andata a finire, tutti lo hanno visto. Non c’è rinnovamento che in Italia passi per la stipula di accordi con quel pezzo di classe dirigente e con i suoi degni epigoni. Forse, nell’eterno rinnovarsi italiano dell’arte del pateracchio, quel viso di ragazza che non avrà mai giustizia dovremmo vedercelo davanti un po’ più spesso.

La lapide a Giorgiana Masi su Ponte Garibaldi

… se la rivoluzione d?ottobre
fosse stata di maggio
se tu vivessi ancora
se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio
se la mia penna fosse un?arma vincente
se la mia paura esplodesse nelle piazze
coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola,
se l?averti conosciuta diventasse la nostra forza,
se i fiori che abbiamo regalato
alla tua coraggiosa vita nella nostra morte
almeno diventassero ghirlande
della lotta di noi tutte donne
se …..
non sarebbero le parole a cercare d?affermare la vita
ma la vita stessa, senza aggiungere altro.

Nella foto, il manifesto dedicato a Giorgiana Masi dai Giovani comunisti.

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,