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Archivio Gennaio 2012

Intervista a Giulio Sapelli, studioso di economia controcorrente.

Giulio Sapelli: “Le riforme fatte da Monti sono superficiali, le strade per ripartire sono altre”

di Michael Pontrelli, Tiscali.it, 30.01.2012

Il governo Monti ha ottenuto la fiducia del Parlamento il 18 novembre dell’anno scorso. In poco più di due mesi ha messo a posto i conti pubblici (decreto Salva Italia), ha varato le liberalizzazioni (decreto Cresci Italia) e dato il via libera al provvedimento sulle semplificazioni. Adesso è la volta della riforma del mercato del lavoro che si annuncia profonda e radicale. Dopo anni e anni di stallo politico e amministrativo il nostro Paese ha finalmente cambiato registro? Siamo davvero di fronte alla rivoluzione che ci farà uscire dalla crisi economica? Lo abbiamo chiesto ad uno degli storici dell’economia più autorevoli in Italia, Giulio Sapelli, torinese di nascita ma docente alla Statale di Milano.

Professore, le riforme dell’attuale Esecutivo quanto profondamente stanno cambiando l’Italia?

“Si tratta di cambiamenti superficiali, di profondi non ne ha fatto. Prendiamo per esempio il decreto sulle semplificazioni. E’ vero che sono state abolite tante farraginose pratiche burocratiche per le imprese ma l’abolizione del valore legale della laurea non è arrivato e ci sono diverse ingenuità spaventose come l’accentramento informatico presso authorities e agenzie che denota una povertà di cultura economica da parte di Monti”.

In che senso “povertà di cultura economica”? Monti è considerato uno dei più importanti economisti italiani.

“E’ diventato rapidamente ordinario di economia, ha fatto il commissario europeo ma a livello scientifico non è un grande economista. Non ha dato contributi importanti alla teoria economica, le sue pubblicazioni, tranne piccole eccezioni, sono raccolte della sua attività pubblicistica sui quotidiani. Monti è salito al governo solamente perché il vecchio gruppo di potere raccolto attorno a Berlusconi ormai non aveva più credito a livello internazionale. L’oligopolio finanziario mondiale non tollerava più i comportamenti in Europa dell’ex premier, la spaccatura con Giulio Tremonti e l’incertezza che tutto questo generava. Il rischio ora è che anche attorno a questo nuovo esecutivo si crei un clima populistico. Già si sente parlare di tassi di crescita del Pil nei prossimi anni del 10% e queste sono cose assurde, è una forma di peronismo”.

Vuole dire che il decreto sulle liberalizzazioni ovvero il “Cresci Italia” non l’ha convinta?

“Assolutamente no. Le liberalizzazioni sono inesistenti. Si è creata l’illusione che il destino dell’Italia dipenda dalle farmacie e dai tassisti e questa è una cosa ignobile. Le riforme vere e necessarie non sono state fatte. Non è stato riformato il sistema bancario, non è stata liberalizzata la rete ferroviaria che avrebbe interessato milioni di pendolari. Anche la separazione di Snam da Eni, uno degli aspetti più rilevanti dell’intero provvedimento, è in realtà una cosa inutile. Il prezzo del gas naturale in Italia è già il più basso d’Europa dopo quello dell’Inghilterra. L’elevato costo energetico nel nostro Paese non deriva dal gas ma dal fatto che l’elettricità ha scarsi contenuti di produzione da carbone e dal nucleare. La separazione alla fine favorirà Eni che venderà Snam a prezzi di mercato e incasserà una somma economica importante per fare nuovi investimenti all’estero”.

Sta entrando nel vivo la riforma del mercato del lavoro. Quali rischi vede profilarsi all’orizzonte?

“Le anticipazioni che si sentono fanno rabbrividire. Nel momento in cui ci sono 200 milioni di disoccupati nell’area Ocse in Italia si vuole abolire la cassa integrazione straordinaria e mettere in discussione l’articolo 18. Di queste modifiche si può ovviamente discutere ma solamente dopo la creazione di un welfare davvero efficiente e dopo l’eliminazione delle 40 diverse tipologie di contratto a termine esistenti”.

L’Italia già nel 1993 ebbe un governo tecnico per affrontare un grave crisi economica e finanziaria. Quella di oggi è una cosa diversa o fondamentalmente è il proseguimento della stessa crisi?

“Fondamentalmente è la stessa cosa, però allora c’era il vantaggio di non avere l’euro che oggi purtroppo è una camicia di forza. Bisogna poi aggiungere che la crisi di oggi è certamente mondiale ma noi paghiamo anche gli errori fatti da Ciampi e da Prodi che svendendo il patrimonio industriale italiano di fatto l’hanno distrutto. Sarebbe meglio che almeno questo governo non ripetesse quegli errori”.

Come può uscire l’Italia da questa lunga crisi?

“In primo luogo il nostro Paese deve battersi a livello europeo per cambiare il trattato di Maastricht e per cambiare lo statuto della Bce affinché possa agire da prestatore di ultima istanza esattamente come fa la Federal Reserve. Bisogna sperare che la Merkel e Sarkozy vengano sconfitti nelle rispettive elezioni perché questo faciliterebbe le cose. A livello interno bisogna rafforzare l’industria manifatturiera e i servizi avanzati alle imprese per posizionarci nei settori anticiclici che saranno risparmiati dalla crisi economica mondiale. Per fare questo serve un nuovo intervento pubblico nell’economia capendo però che il problema non è il debito ma l’assenza di crescita economica”.

Nell’attuale schieramento politico vede qualcuno in grado di applicare le riforme da lei suggerite?

“Ne vedo pochi. Mi piace Fassina che ha capito che le ‘stupidità’ liberiste alla Giavazzi o all’Alesina ci porteranno verso il disastro ma temo che lo ‘faranno fuori’ in fretta. Bisogna perciò sperare che riparta un movimento sociale importante. Qualche segnale c’è, gli operai si stanno lentamente svegliando dal torpore in cui sono caduti negli ultimi 20 anni. I lavoratori dovrebbero riprendersi in mano il loro destino”.

A livello personale invece cosa si può fare?

“Mettere in moto le nostre straordinarie capacità personali e capire però che la crisi non si affronta da soli ma riscoprendo il senso della comunità. In che modo? Ci sono diverse possibilità, di sicuro una è data dalle cooperative. L’impresa capitalistica non è l’unica strada possibile per la creazione di lavoro”.

Giorno della Memoria in Sardegna: le iniziative dell’ISTASAC e dell’ISSRA

ISTASAC - Istituto per la Storia dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea nella Sardegna centrale

Nuoro


Diffondiamo il calendario delle iniziative per il Giorno della Memoria cui partecipa l’ ISTASAC, rivolgendo un cordiale invito alla partecipazione.

 

Giovedì 26 gennaio 2012

GAVOI

Salone parrocchiale, ore 10

L’Aktion T4 – il progetto di eutanasia nazista (lezione di Marina Moncelsi)

 

Venerdì 27 gennaio 2012

NUORO - Auditorium ITC Chironi

ore 11:30: Incontro con gli studenti (interventi di Marco Palmieri, Marina Moncelsi, Aldo Borghesi)

ore 18:00:  Presentazione del volume Gli Internati Militari Italiani di Mario Avagliano e Marco Palmieri (Einaudi). Presenta Marina Moncelsi; coordina Aldo Borghesi; partecipa Marco Palmieri.

 

Sabato 28 gennaio 2012

MACOMER

Liceo Galileo Galilei, ore 11:00: Incontro con gli studenti (interventi di Marco Palmieri, Marina Moncelsi,Aldo Borghesi).

CAGLIARI

La Feltrinelli point, via Paoli 19, ore 18:00: Per non dimenticare…. Marco Palmieri presenta Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici italiani 1943-45 (Einaudi). Interverranno: Luca Lecis e Aldo Borghesi.

ALGHERO

Chiesa del Carmelo, ore 20:30 – Ricordare per non dimenticare (Marina Moncelsi; Coro matilde Salvador di Alghero; Coro Iddanoa di Villanova Monteleone; Emma Gobbato; Quintetto d’Archi di Sassari); ingresso libero.

 

Domenica 29 gennaio 2012

ILLORAI

Ore 11:00 Sala consiliare del Comune: Manifestazione per il Giorno della Memoria (Interventi di  Marco Palmieri , Marina Moncelsi e Aldo Borghesi).

ALGHERO

Ore 19:00, Sala del Liceo Classico: Presentazione del volume Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici italiani 1943-45 (Einaudi); interventi di Marco Palmieri e Aldo Borghesi.

 

Lunedì 30 gennaio 2012

TULA

ore 9:00:Realizzazione di un roseto in memoria dei  20 bambini della Scuola di Bullenhuser Damm;

ore 10:00, Scuola media: lezione sul Giorno della Memoria (Aldo Borghesi).

CASTELSARDO

Scuola Media: Concerto per il Giorno della Memoria e intervento di Marina Moncelsi.

 

Sabato 4 febbraio 2012

OLIENA

Biblioteca Comunale: Marina Moncelsi presenta il volume di Pino Pelloni, Il tramonto dei giusti. I crimini di guerra e le resistenze europee al nazifascismo (Ethhos).

 

Sabato 11 febbraio 2012

NUORO

Ore 11:00, ITC Satta: Incontro con gli studenti e presentazione del volume autobiografico di Giuseppe Solinas, Internato Militare nuorese (Marina Moncelsi).

 

 

Segnaliamo inoltre le iniziative cui collabora l’Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell’Autonomia:

 Venerdì 27 gennaio 2012

QUARTU SANT’ELENA

Ore 8:45, Aula consiliare del Comune: manifestazione organizzata dal Comune di Quartu S.E. in collaborazione con l’Associazione sardo-israeliana; relazioni di Walter Falgio, Testimonianza sulla Resistenza al Nazifascismo e su Nino Garau partigiano sardo e Mario Carboni, Sulle leggi razziali, Emilio Lussu il resistente sardista e Vittorio Tredici uno dei sardi Giusto fra le Nazioni.

CAGLIARI

Ore 15:30, Facoltà umanistiche, Aula magna del Corpo aggiunto: incontro di riflessione e dibattito su Il Ghetto di Varsavia. Una storia per il futuro (Francesco Atzeni, Donatella Picciau, Luisa Maria Plaisant, Enzo Collotti, Pupa Garribba, Francesco Bachis).

 

Appuntamenti Sassari / Costruire una Regione

Comune di Sassari
Coilibrì
Libreria Internazionale Koiné


Daniele Sanna presenta il suo libro

COSTRUIRE UNA REGIONE
Problemi amministrativi e finanziari nella Sardegna dell’autonomia (1949-1965)

(Carocci, 2011; prefazione di Gian Giacomo Ortu)

Intervengono:
Gianfranco Ganau
Gian Giacomo Ortu
Sandro Ruju

Coordina
Walter Falgio

Lunedì 23 gennaio 2012, ore 18:00
Archivio Storico Comunale
via dell’Insinuazione – Sassari

Dove è finita la nonviolenza?

Il movimento che si richiama all’esperienza di Gandhi e fondato in Italia cinquant’anni fa da Aldo Capitini ha ancora qualcosa da dire alla riflessione politica contemporanea. ll rapporto con la religione
di Luca Rolandi, La Stampa.it, 22.01.2012

La nonviolenza ha perso oppure, nel lungo periodo storico, attraverso nuovi interpreti potrebbe insegnare ancora prospettive di convivenza civile agli uomini della società post-moderna e ipertecnologica. A cinquant’anni dalla nascita del movimento italiano a che punto è la sensibilità su un concetto di vita che appassionò migliaia di giovani tra gli anni Sessanta e Settanta e che oggi segna il passo. Se il 24 settembre 1961 su iniziativa di Aldo Capitini, il padre della nonviolenza in Italia, si marciava per la prima volta da Perugia ad Assisi in nome della pace, quattro mesi più tardi nel gennaio 1962, con un documento ufficiale, dalla sua Perugia, il filosofo liberalsocialista indicava nel movimento non-violento per la pace il luogo dove “aderiscono pacifisti integrali, che rifiutano in ogni caso la guerra, la distruzione degli avversari, l’impedimento del dialogo e della libertà di informazione e di critica. Il movimento – concludeva l’appello manifesto – prende iniziative per la difesa e lo sviluppo della pace e promuove la formazione di centri in ogni luogo”. All’inizio degli anni Sessanta vi erano in Italia quattro realtà: il centro costituito da Capitini, una sezione del WRI (World Resisters’ International) e il Movimento Internazionale della Riconciliazione (Mir), sezione italiana della International Fellowship of Reconciliation e infine il Centro studi di Partinico fondato e animato da Danilo Dolci. I movimenti giovanili guardavano con interesse, sempre crescente la radicalità della proposta capitiniana. Il Partito radicale aderiva ufficialmente al WRI, la Lega degli Obiettori di Coscienza e quella sul Disarmo Unilaterale, erano il ponte verso il dialogo con la sinistra e i movimenti giovanili. Il pensatore perugino aveva cercato di trasferire le idee gandhiane in funzione nazionale con una serie di adesioni nel mondo della cultura, della politica e della religione; da Norberto Bobbio a Giovanni Arpino, da don Lorenzo Milani a padre Ernesto Balducci. La lotta per l’affermazione dell’obiezione di coscienza il traguardo possibile verso una società diversa e “aperta” secondo la visione di Capitini.

In questi giorni, i “reduci” di quello che ancora oggi è l’arcipelago nonviolento si riuniscono a Verona per rilanciare un movimento afasico che ha attira sempre meno adesioni tra le nuove generazioni. Il primo relatore del congresso Goffredo Fofi, saggista e critico, ricercatore delle ragioni delle minoranze precisa: “La nonviolenza non può oggi che venir portata avanti da minoranze di “persuasi”, il cui esempio (la disobbedienza civile) dovrebbe riuscire a mobilitare altri e numerosi. Proprio perché il mondo è sempre più violento, e sempre più sembra destinato a diventarlo, la nonviolenza e la disobbedienza civile (e aggiungo: le forme dell’autorganizzazione di base e dal basso, il mutuo soccorso tra i più colpiti dalle crisi e dall’esclusione sociale) mi sembrano siano temi e iniziative di grandissima attualità, e me ne aspetto – insieme all’aumento della barbarie… – e me ne auguro una rinascita e una nuova stagione”. “Anche se non vengono molti segni di vitalità dai gruppi nonviolenti storici e consolidati – aggiunge il direttore de “Lo Straniero” – “che sembrano piuttosto fermi e che non sono in grado di affrontare la novità dei tempi portando avanti e attualizzando le posizioni tradizionali, sono convinto che una ripresa della nonviolenza sia inevitabile, una necessità di cui molti stanno già rendendosi conto, se c saprà portare avanti forme nuove o rinnovate di disobbedienza civile.

Su questo punto avverto un grave ritardo delle chiese cristiane in fatto di teoria e pratica della nonviolenza”. “In cinquant’anni sono cresciute molto le ricerche sul metodo nonviolento per la risoluzione dei conflitti” – afferma il professor Nanni Salio, fisico di scienziati contro la guerra e soprattutto animatore del movimento nonviolento a livello internazionale – “la letteratura è vasta e di altro profilo il contributo di intellettuali e teorici come Giuliano Pontara, Johan Galtung e soprattutto Gene Sharp dal quale hanno tratto ispirazione molte delle componenti delle mobilitazioni della primavera araba in particolare in Tunisia ed Egitto. Paradossalmente l’arretramento è avvenuto sul piano politico – sottolinea Salio- “Oggi scarseggiano gli interlocutori e il movimento non ha più l’eco degli anni Settanta e Ottanta. Anche se ci sono una serie di movimenti Occupy Wall Street e gli Indignodos che in un certo senso sono esempi di lotta almeno pragmaticamente nonviolenta”. “Inoltre” – termina Salio – “ Anche se il movimento nonviolento è rimasto una nicchia sul piano numerico anche per una scarsa qualità organizzativa, vi sono anche esempi di pratiche realizzate di difesa nonviolenta, poco note, come la rete dei corpi civili di pace costituita da gruppi in Italia e all’estero, che agiscono con risorse limitatissime in situazione di conflitto armato intervenendo con metodologie di lotta nonviolenta per esempio in Palestina, Kosovo e in Sri Lanka”. Enrico Peyretti, insegnante, giornalista e studioso della nonviolenza afferma “Esiste un problema di immagine negativa del termine nonviolenza, che induce l’opinione pubblica a considerarla come una dimensione di arrendevolezza. L’accusa nei confronti dei nonviolenti è di essere poco realisti e di compiacersi troppo della propria utopia. Si tratta di una critica ingenerosa nulla di più lontano dalla teoria e pratica promossa e attuata da Gandhi e dai suoi seguaci. La nonviolenza non è rassegnazione o vacazione al martirio, al contrario tentativo di risoluzione dei conflitti umani in modo disarmato. Essa è entrata nella dimensione anche religiosa in modo molto più ampio e concreto rispetto al passato, anche se i fondamentalismi minano questa prospettiva. Dal punto di vista politico ho l’impressione che la nonviolenza segni il passo. In un certo senso i nonviolenti si separano dalle proteste di ogni genere disposte a tutto (dai movimenti antiglobalizzazione alle violenze di Roma alla manifestazione degli indignati dell’ottobre scorso). Se ci fosse più ascolto della sostanza della ricerca nonviolenta credo che non si rifiuterebbe e porterebbe nuova linfa ai coloro che si sforzano di pensare percorsi sociali e politici globali”.
Sul rapporto religione e nonviolenza, lavora il professor Alberto De Sanctis, dell’Università di Genova che nel suo recente “La fede ribelle” scrive “si è spesso trascurata la rilevanza di una critica religiosa del potere – anche di matrice cattolica – che ha svolto invece una funzione sociale e politica importante. Proprio muovendo da presupposti religiosi, questa critica ha saputo contrastare il potere, ogniqualvolta abbia rivestito i panni del totalitarismo e dell’autoritarismo. Anche se oggi da un lato assistiamo ad un disordinato ribellismo e dall’altro si avverte la mancanza una profezia delle fede che sia lievito nella società”. “La scelta tra violenza e nonviolenza concerne pertanto l’umanità che si intende promuovere. Si desidera un’umanità in cui il dissenso induce alla soppressione – anche fisica – di chi la pensa diversamente? Oppure un’umanità in cui la dimensione del conflitto e finanche l’aggressività possano svolgere una funzione costruttiva, perché capaci di situarsi all’interno di una relazione, che perdura, oltre lo scontro e il conflitto? D’altro canto, ciò si ripercuote in un modo di costruire la politica come frutto di relazione, che decreterebbe il definitivo superamento di un modo di pensare la politica come scissione con l’etica, come divorzio con quella stessa morale, che i singoli sono chiamati ad osservare nella propria vita privata. Tale elemento mi pare quanto mai attuale in un periodo in cui il distacco tra la politica intesa come privilegio di casta e la vita e la sofferenza quotidiana di milioni di persone si fa palese”.

Chi pensa positivo, ma non potrebbe che essere altrimenti, è Mao Valpiana, il presidente del Movimento Nonviolento in Italia e direttore della rivista “Azione Nonviolenta” “Sono stati fatti progressi e il bilancio è positivo, anche se restano molte insufficienze. Oggi la nonviolenza è una spina nel fianco con il quale il potere deve fare i conti, per decenni, in Italia, è stata totalmente ignorata e in alcuni casi addirittura ridicolizzata. Negli anni Settanta era stata anche osteggiata. Ma già nel dopoguerra Aldo Capitini, che non ebbe la possibilità di dare il suo contributo alla Costituente, diceva che, dopo la ubriacatura dei totalitarismi bisognava rieducare le nuove generazioni a parlare ed ascoltare. Da allora molto è cambaito. La nonviolenza si manifesta e vive non solo negli obiettivi da raggiungere ma anche nel metodo che si sceglie di fare le proprie battaglie. E questo è motivo di confronto e anche dissenso nei confronti di molti movimenti sociali che oggi operano nella società. C’è un legame profondo tra il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza, le migliaia di giovani che hanno scelto il servizio civile come alternativa culturale al modello militare, le campagne degli anni Ottanta sulla riduzione delle spese militari e i movimenti sociali per i diritti di oggi. Sono gli interlocutori politici a latitare: dopo i radicali negli anni Settanta, i Verdi degli anni Ottanta e la svolta nonviolenta dei comunisti di Bertinotti, oggi si fatica a dialogare fuori dai movimenti” “Al congresso di fine gennaio – dice Valpiana – abbiamo deciso di rilanciare la campagna sul disarmo come elemento comune d’impegno dal punto di vista economico con la riconversione in investimenti per l’ambiente, il sociale globale e la sicurezza, per depotenziare le forti tensioni e rilanciare i temi della cooperazione, l’accoglienza e il dialogo interculturale.

Sulle prospettive prevale il realismo scettico di Fofi: “La nonviolenza segna il passo laddove considera più importante una pratica di perfezionamento individuale o di gruppo che l’incisività sociale e politica delle sue tante possibili dimostrazioni. In particolare la pratica della disobbedienza civile, che Gandhi considerava connaturata alla nonviolenza, e sua espressione pratica, va considerata come strumento di mobilitazione di singoli e di gruppi in grado di trascinare più persone ad influire radicalmente sul cambiamento della società. Si parla troppo poco, in generale, di disobbedienza civile, anche se oggi rivestirebbe un ruolo fondamentale in ogni società e di cui – altrove, per esempio a New York o in Spagna – si sono avute di recente grandi dimostrazioni”.

Appuntamenti Italia/Concerto con Pino Masi

A TUTTI I CIRCOLI GIUSTIZIA E LIBERTA’

Carissimi, ricevo dagli amici della Fiap Valbormida e dal Circolo G.L. di Savona il presente invito che Vi inoltro. Un caro saluto.

Vittorio Cimiotta

Appuntamenti Sassari/ Lectio magistralis del prof. Carlo Smuraglia

ANPI

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA

COMITATO PROVINCIALE SASSARI

Costituzione e Lavoro

Lezione Magistrale

del professor

 Carlo Smuraglia

Presidente Nazionale ANPI


Giovedì 19 Gennaio 2012, ore 16.00

 Aula Magna dell’Università di Sassari

 

Programma dell’iniziativa:

Ore 16.00                   presentazione a cura dell’ANPI di Sassari

Ore 16.10                   saluto del Rettore Professor Attilio Mastino

Ore 16.30                   lezione magistrale del Professor Carlo Smuraglia

Ore 17.30                  dibattito

Ore 18.00                  replica e conclusioni

L’iniziativa è aperta a tutta la cittadinanza con particolare riguardo verso i giovani, studenti, studentesse e non solo.

L’ANPI è convinta che, nel particolare momento attraversato dall’Italia, con una gravissima crisi economica e sociale che colpisce soprattutto le fasce più deboli della popolazione e fra queste i giovani, debbano essere forniti tutti gli strumenti utili a costruire e sviluppare quello spirito critico necessario per comprendere e giudicare le complesse vicende del Paese.

La difesa e l’attuazione della Costituzione e in particolare dell’articolo 1 rappresentano la premessa per qualsiasi prospettiva futura.

Per info: anpisassari@hotmail.it