Otto marzo, ricordando Antonella

Certo, parlare di 8 marzo in questi giorni che sono il nadir della democrazia italiana, l'autentica notte plumbea della Repubblica (altro che gli anni Settanta, quando è vero che si sparava, ma si discuteva anche, si partecipava e soprattutto si reagiva) sembra quasi una presa in giro: delle donne, beninteso. La cui condizione non solo non è avanzata quanto al peso politico (malgrado le riserve indiane costituite dalle quote rosa); non solo è regredita drasticamente sotto il profilo economico e occupativo, non parliamo poi di quello dei diritti; ma è tornata per molti versi quella di quarant'anni fa per quel che concerne la coscienza, la consapevolezza, la dignità collettiva.
Nell'Italia dei papi e delle escort, alle ragazze e alle giovani donne viene ossessivamente proposto un modello della propria femminilità strutturato a misura esclusiva di maschio: e di maschio imbecille, visto che grazie al cielo i maschi italiani non sono nella loro gran parte conformi al modello papista-escortiano.
Non è, purtroppo, che questo modello non abbia peraltro successo. Oggi sembra di raccontare una favola, quando si ricorda quel che sono state capaci le ragazze e le giovani donne uscite da una società in larga parte ferocemente patriarcale, clericale ed autoritaria. E non si ricorda, tra l'altro, che si deve a loro – oltre a una serie di provvedimenti legislativi che hanno reso il nostro paese un po' meno incivile, il nuovo diritto di famiglia del 1976 tanto per dirne uno – il fatto che una generazione di maschi italiani sia cresciuta meglio delle precedenti (e forse anche delle successive): ovvero, che sia cresciuta imparando dalle proprie sorelle, amiche, colleghe, fidanzate, mogli che si può essere maschi e si può pure essere italiani (latini, mediterranei, mettetela come volete: anche sardi) senza essere imbecilli; senza fare i papi; senza farsi guardare come dei meschinetti e dover prendere lezioni di civiltà dalle scrittrici albanesi.
L'Italia civile deve molto a quelle donne, e a quelle che nei decenni successivi si sono sapute muovere su una linea di dignità collettiva: senza giocare alle veline e senza trasformarsi nelle femmine rampanti dell'Italia potabil-berlusconia; a quelle che in anni per molti versi anche più difficili di quelli in cui aveva operato la generazione delle loro madri, o sorelle maggiori, hanno combattuto per i diritti e soprattutto per la dignità loro e di tutte le donne. Ne vogliamo oggi ricordare una, di queste giovani donne, che troppo presto ci ha lasciato. Lo facciamo riproponendo quel che di lei scrisse, a pochi giorni dalla sua scomparsa, Manlio Brigaglia sul quotidiano della nostra città, ed aggiungendo qualche ricordo personale.
Antonella apparteneva a questo secondo gruppo: giovane, appena laureata in Lingue, dinamica, spigliata, concreta nel rapportarsi alle cose e alle situazioni, capace di affrontare con successo la dimensione del fare che chi debutta in politica non sempre riesce a cogliere nella sua prosaica importanza. Fu immediatamente la nostra candidata per le regionali, portammo il suo nome con la determinazione e la convinzione di chi sa di proporre un'ottima candidata, in una stagione della politica sassarese che appariva densa di elementi di cambiamento, di rottura nei confronti del passato e che chiedeva persone ed energie nuove. Antonella aveva di suo un buon radicamento nel popoloso quartiere in cui viveva, fece e facemmo per lei una buona campagna elettorale alla fine della quale ottenne un risultato molto incoraggiante. La lista AD-Verdi non elesse consiglieri, ma le premesse per continuare a lavorare c'erano tutte.
Invece in breve AD finì: per motivi di giochi politici nazionali, di opportunismo e di carrierismo di capi, perchè molti la avevano vista come partitino-autobus per le loro ambizioncelle, perchè qualcuno alla vigilia delle elezioni amministrative aveva bisogno di un simboletto da spendere ai tavoli; e infatti la scatola vuota con sopra il quadrifoglio finì in un calderoncello elettorale con Segni e compagnia bella, per poi dissolversi ormai illacrimata. Noi di Sassari cercammo di opporci fino alla fine a questo processo, ma i giochi erano a un livello ben più alto del nostro ed alla fine dovemmo rassegnarci anche noi e prendere ognuno la sua via. Si potrebbe scrivere una piccola storia della diaspora di AD sassarese, una storia politica e antropologica che sarebbe utile a restituire la dimensione di quanto si siano deteriorati il clima e il livello dle confronto politico in città negli ultimi 15 anni; ma non è questa la sede. Nella dissoluzione di AD, con Antonella ci si ritrovò insieme a sostenere una lista civica (prevalentemente femminile, guarda caso) in cui lei era candidata, che elesse una consigliera a Palazzo Ducale, e che qualche anno dopo finì anch'essa, come finiscono le cose umane e tanto più quelle politiche.
Nel frattempo lei aveva iniziato il suo percorso professionale di insegnante, in giro per la nostra vastissima provincia. Era una militante attiva della CGIL, da donna di sinistra quale era, conosceva bene la dimensione del precariato, scolastico e non, che già allora era consueta per la sua generazione: è stata una delle fondatrici a Sassari della nuova categoria della CGIL che cerca di esprimere e tutelare i bisogni dei lavoratori, il NIDIL-Nuove Identità di Lavoro; nella stanza del Nidil alla Camera del Lavoro territoriale fino a poco tempo fa c'era una sua fotografia, e spero proprio ci sia ancora.



Salve Aldo, non ci conosciamo ma mi fa piacere scrivere a una persona con la quale almeno un punto di connessione c'è, nella persona di Antonella Brozzu. Mi chiamo Marta e sono sua sorella. E' strano come, sono già 5 anni che lei ci ha lasciato, ma non avevo mai digitato il suo nome sul web. Poi l'ho fatto qualche giorno fa e mi ha emozionato leggere il tuo articolo dell'8 marzo dell'anno scorso. Lella era una persona abbastanza speciale, nella mia famiglia era la nostra "punta di diamante", senza gelosia alcuna era considerata la più in gamba, la più bella, la più determinata, la più affettuosa e quindi puoi immaginare quanto ci abbia colpito la sua malattia, di ritorno, e poi la sua scomparsa. Le testimonianze di affetto durante la malattia da parte di decine e decine di persone ci hanno consolato nel vedere che lei è stata speciale per molti e non solo per noi e vive nei pensieri di tutti noi.
Ti ringrazio tanto per averla ricordata. Un affettuoso saluto
Cara Marta, sono io a ringraziarti per le tue parole. Antonella merita il ricordo e l'affetto di chi la ha conosciuta assai più di quanto io sia riuscito a scrivere, non sono molte le donne (e anche gli uomini) della sua generazione ad aver avuto le sue capacità e la sua grinta nel campo dell'impegno politico e sindacale. Mi fa piacere che su Internet resti questo ricordo di Lei e che sia facilmente raggiungibile: è stato scritto anche per questo. Un caro saluto.
Aldo Borghesi